lunedì, Giugno 27

Dopo la guerra in Ucraina, la Russia controllerà il Mar Nero? Se la guerra in Ucraina volgesse a favore della Russia, allora la Russia controllerà efficacemente le rotte della catena di approvvigionamento dell'Europa settentrionale e meridionale verso l'Asia, sostengono gli analisti di Dezan Shira & Associates

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Se la guerra in Ucraina volgesse a favore della Russia, allora «la Russia controllerà efficacemente le rotte della catena di approvvigionamento dell’Europa settentrionale e meridionale verso l’Asia». E’ quanto sostengono gli analisti di Dezan Shira & Associates -una società di consulenza con esperienza trentennale dei mercati asiatici-, dal loro sito di informazione economica ‘Asia Briefing‘.
Gli analisti di Dezan Shira & Associates, richiamando una mappa pubblicata il 15 maggio dall’Institute for the Study of War (ISW), un think tank con sede negli Stati Uniti, affermano: «È ovvio che
l’obiettivo della Russia nel conflitto in Ucraina è una maggiore presenza navale nel Mar Nero».
Dall’analisi ISW, «sembra che l’obiettivo sia chiarissimo:
proteggere il Mar Nero e la costa meridionale della Russia. Odessa è il prossimo porto principale dell’ovest ed è già stato oggetto di attacchi russi. Odessa è stata a lungo un porto chiave del Mar Nero risalente all’epoca greca e romana ed è il più grande porto marittimo dell’Ucraina con una capacità di 40 milioni di tonnellate. Per contestualizzare, si tratta di circa l’8% della capacità di Singapore, ma è comunque un importo significativo a livello regionale. In totale, i porti ucraini del Mar Nero hanno movimentato 160 milioni di tonnellate nel 2021, ovvero circa il 30% del totale di Singapore o Shanghai».

«La protezione della costa del Mar Nero e l’annessione della stessa, interrompe l’Ucraina da tutte le catene di approvvigionamento marittimo e ha un grave impatto sulle esportazioni del suo raccolto di grano, importante a livello mondiale. Ciò avrà implicazioni significative sulle forniture alimentari globali ed è una delle ragioni per cui molti Paesi hanno ora vietato l’esportazione di cereali. Mentre i cereali ucraini possono raggiungere l’UE via terra, l’accesso ad altri mercati diventerà più costoso e richiederà tempo. Ciò influenzerà i Paesi del Nord Africa, il Medio Oriente e gli acquirenti in Asia. Allo stesso tempo, le forniture di grano a est saranno in futuro condotte e gestite dalla Russia, già il più grande esportatore mondiale. La Russia ha ancora vasti appezzamenti di terreno incolto che possono essere resi produttivi».

«La capacità della Russia di detenere il Mar Nero dipenderà anche in parte dalla Turchia, che controlla la costa meridionale. La NATO ha espresso il desiderio di inviare pattugliatori e navi militari nel Mar Nero, dove l’accesso è controllato dalla Turchia attraverso il Mar di Marmara. I trattati internazionali consentono il passaggio di navi commerciali, ma si deve chiedere il permesso turco per il passaggio di navi da guerra e altre navi militari. Finora la Turchia, membro della NATO, ha rifiutato (come ha anche rifiutato di accettare l’adesione della Finlandia e della Svezia alla NATO). Ciò lascerebbe alla Turchia e alla Russia al controllo del Mar Nero».

All’inizio della scorsa settimana, la Russia si èritirata dal Consiglio degli Stati del Mar Baltico (CBSS – Council of the Baltic Sea States), dopo che a febbraio, a seguito dell’invasione dell’Ucraina, il Consiglio l’aveva sospesa. Queste dimissioni, secondo gli analisti, significano che Mosca«considera morte le future rotte commerciali marittime dai Paesi baltici. Ciò, a sua volta, ha gravi conseguenze economiche per i porti dell’UE e le economie di Copenaghen, Danzica, Helsinki,Kiel, Klaipeda, Lubecca, Malmo, Riga, Stoccolma, Tallinn e Trelleborg, tra gli altri. Saranno colpiti anche i porti russi di San Pietroburgo, Primorsk e Ust-Luga, tuttavia il Nord Europa subirà il peso maggiore di questa enorme riduzione dei flussi commerciali. Per la Russia, il controllo delle rotte del Mar Nero è l’ovvio sostituto», sostengono gli analisti di Dezan Shira & Associates.

«Significa anche che, con l’abbandono delle catene di approvvigionamento via terra Asia-UE tramite il trasporto merci su rotaia attraverso la Russia, l’unica rotta di connettività non-Suez dell’Europa verso il Caucaso, l’Asia centrale, il Medio Oriente e l’Asia, si trova attraverso le rotte multimodali del Mar Nero, che collegano i porti meridionali dell’UE di Italia, Grecia, Bulgaria e Romania attraverso il Mar Nero a questi mercati. Tagliando la Russia occidentale dalle catene di approvvigionamento all’UE, Bruxelles ha semplicemente spostato il problema a sud, e con meno controllo di prima. Va anche notato che la Russia possiede una base navale a Port Sudan, sulla costa del Mar Rosso, e potrebbe influenzare il traffico del Canale di Suez se lo desidera, mentre ha anche una significativa presenza costiera a Port Said. La Cina possiede una struttura navale a Gibuti, sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden».

L’accenno alla Cina -quella con la quale Mosca, pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, il 4 febbraio, aveva stretto l’alleanza ‘senza limiti’, nel contesto di una dichiarazione congiunta che puntava a una leadership globale alternativa- non è insignificante, né casuale.
«
Le catene di approvvigionamento stanno aggirando la Russia, lasciando molti esportatori europei con nuovi mercati di consumo da trovare. L’Asia è una scelta logica, con l’India che possiede un mercato della classe media di oltre 500 milioni e un tasso di crescita del PIL per il 2022 del 7,5%, e per l’ASEAN complessivamente un mercato di consumo della classe media di 350 milioni e un tasso di crescita del PIL previsto del 5,2%.
Ciò sta avendo altre conseguenze, sebbene la direzione apparente di queste stia solo ora iniziando a diventare più ovvia. In primo luogo, è che
il futuro della Cina non sta nel fatto di essere legata all’Occidente», afferma Chris Devonshire-Ellis, fondatore e Presidente di Dezan Shira & Associates, forte di una trentennale esperienza dei mercati e delle dinamiche geopolitiche asiatiche. E prosegue: «i nuovi e più potenti centri di analisi della Cina e dell’attenzione di Pechino si stanno spostando a Mosca e a Nuova Delhi, poiché la Cina guarda all’est, non all’ovest, per il futuro sviluppo economico e l’influenza politica. È un percorso già tracciato da Mosca e sempre più sostenuto dall’India. Anche altri hub regionali, tra cui Singapore, Islamabad, Jakarta oltre ad Ankara, Dubai e forse Teheran, inizieranno a ricevere maggiore attenzione, mentre organismi come l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai sono alla base di tutte queste influenze in via di sviluppo, così come accordi commerciali e blocchi come l’Unione economica eurasiatica e il partenariato economico globale regionale (RCEP).
La verità è che
geopoliticamente la Cina non riguarda l’Occidente. Riguarda l’est, e questo cambiamento sta rendendo l’influenza, gli investimenti e l’opinione americani ed europei meno importanti, piuttosto che più importanti», aggiungendo che «le alleanze regionali si stanno ora spostando verso est», e che per capire queste evoluzioni bisogna essere basati in Asia, come Dezan Shira & Associates, osservando dalla prospettiva occidentale queste evoluzioni non si colgono.

L’Europa, concludono gli analisti guidati da Devonshire-Ellis, «in termini di catene di approvvigionamento sembra aver completamente frainteso le implicazioni di una lotta con la Russia. Bruxelles è riuscita in qualche modo a farsi strada in una grave diminuzione delle catene di approvvigionamento e della loro influenza su di esse, sicuramente per quanto riguarda l’accesso al Caucaso, all’Asia centrale, al Medio Oriente, all’Africa orientale, agli Stati dell’Oceano Indiano e all’Asia. Dirigenti, pianificatori di percorso e analisti del rischio dovrebbero prenderne nota. Nel frattempo, i gestori della catena di approvvigionamento russi lavoreranno molto duramente: ci si può aspettare che le competenze dei Paesi baltici vengano spostate a sud».

Chris Devonshire-Ellis aggiunge: «Per quanto riguarda le previsioni di crescita globale, a fronte della prevista crescita del PIL della Cina del 5% per il 2022, l‘Unione Europea prevede una crescita del PIL del 2,7% per l’anno, mentre gli Stati Uniti hanno raggiunto una crescita del PIL dell’1,4% per il primo trimestre del 2022. In poche parole, nonostante i problemi della Cina, gli investitori dell’UE raddoppierebbero comunque i loro soldi in Cina rispetto all’Europa, mentre negli Stati Uniti avrebbero più che triplicato i loro investimentiandando in Cina invece di rimanere nell’economia statunitense». E sostiene che le prospettive di un eventuale riemergere del commercio UE-Russia in qualsiasi formato sembrano estremamente deboli.

Segnali del fatto che l’economia russa e quella cinese, non solo sono sempre più legate, ma anche che, insieme, stanno sempre più puntando in direzione Sud, si ritrovano anche in alcuni fatti recenti. Tra questi: la Russia «è appena entrata per la prima volta tra le prime 15 economie commerciali in RMB del mondo. Questo non è solo il risultato dell’aumento del commercio Cina-Russia, è anche un sottoprodotto dell’incapacità della Russia di accedere ai dollari USA a seguito delle sanzioni e di un tentativo deliberato da parte della Russia di de-dollarizzare la propria economia. Pertanto, ci si può aspettare che questa tendenza dei volumi degli scambi in RMB russo aumenterà in modo significativo nei prossimi mesi poiché la valuta cinese diventerà preferita rispetto a quella degli Stati Uniti», annotano ancora gli analisti di Dezan Shira & Associates. «Un altro partner sempre più avverso al dollaro USA è l’India, che sta attivamente cercando modi per aumentare il commercio tra rublo e rupia». «La Russia scommette che i suoi meccanismi di de-dollarizzazione sviluppati con Cina e India forniranno l’immunizzazione contro le sanzioni occidentali. Probabilmente lo faranno».
E Bruxelles e Washington devono tenere conto, in tutto questo, di un elemento tutt’altro che secondario: «
le loro economie sono intrecciate con quelle di Cina e Russia per un totale complessivo di 1,69 trilioni di dollari l’anno. Si tratta di circa il 10% del PIL annuo totale dell’UE e di circa il 5% di quello degli Stati Uniti. Sanzionare la Cina o l’India in questo momento, data l’inflazione dilagante, la carenza di cibo ed energia sarebbe disastroso per entrambe le economie occidentali. Lo svezzamento dal commercio cinese e indiano richiederà tempo ed è probabilmente all’ordine del giorno a più lungo termine, poiché il mercato dell’UE diventa più strettamente intrecciato con quello degli Stati Uniti. Ma quali economie globali si accontenteranno ancora di utilizzare il dollaro USA nel commercio internazionale date le sanzioni e i rischi di manipolazione finanziaria connessi sarà una storia completamente diversa».

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