giovedì, Aprile 22

Dopo la Brexit la Scozia vuole servire la Scexit, purchè legittima Nicola Sturgeon ha annunciato ieri di aver scritto a Boris Johnson per chiedere un secondo referendum sull'indipendenza. La risposta negativa di Londra apre una crisi

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Nicola Sturgeon ha annunciato ieri di aver scritto a Boris Johnson per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza. La risposta negativa di Londra apre una crisi, ma il rischio di una crisi sul modello catalano pare lontana, Edimburgo vuole un referendum legale che possa essere accolto da Londra ma soprattutto dalla comunità internazionale

Le elezioni britanniche della scorsa settimana hanno detto alcune cose, poche se si osserva bene. Più o meno hanno detto che la Brexit è stato il tema centrale che ha guidato la penna degli elettori, facendo scegliere i Tory anche a coloro che per decenni hanno visto solo ‘rosso Labour’; hanno detto che il Partito Conservatore ha vinto con il suo più grande margine di distacco dai tempi di Margaret Thatcher, che nel 1987 segnò uBrexitn risultato ‘storico’; hanno portato il Primo Ministro Boris Johnson a poter dire che le elezioni sono state un ‘huge great stonking mandate’, una sorta di licenza di uccidere per portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea entro il 31 gennaio 2020.

Ciò che non hanno detto è che Brexit sarà, ovvero che il tipo di relazione commerciale Johnson vorrà impostare con la UE, se, insomma, sarà una ‘morbida’, con una partnership commerciale importante con l’Unione, oppure una Brexit dura’, un divorzio a muso duro che lascia gli coniugi amici si, ma non troppo.

Questo non detto potrebbe incidere, e molto,sull’altra cosa che le elezioni hanno dettoabbastanza chiaramente: che la vittoria molto importante del Scottish National Party (SNP), il Partito Nazionale Scozzese, guidato da Nicola Sturgeon, Primo Ministro della Scozia, vorrebbeportare la Scozia al secondo referendum per uscire dal Regno Unito. ‘Scexit’, ovvero l’uscita della Scozia dal Regno Unito.

La premier scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato ieri poco prima del discorso della regina Elisabetta II alla Camera dei Lord durante il quale ha esposto il programma del nuovo Governo Johnson di aver scritto al premier britannico Boris Johnson per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza.
Il Governo di Londra ha rispostoimmediatamente con un ‘no’ chiaro e netto. «Un secondo referendum sull’indipendenza il prossimo anno sarebbe una distrazione dannosa», ha sostenuto il Governo in una nota.

«Minerebbe il risultato decisivo del referendum del 2014 e la promessa fatta al popolo scozzese che si trattava di un voto nell’arco di una generazione».
«La Scozia ha fatto capire chiaramente la scorsa settimana che non vuole che un Governo Tory guidato da Boris Johnson ci porti fuori dall’Ue», ha ribattuto Sturgeon. «Questo è il futuro che ci aspetta se non avremo l’opportunità di considerare l’alternativa dell’indipendenza». «E’ un principio democratico fondamentale che le decisioni sul futuro costituzionale della Scozia dovrebbero appartenere al popolo che vive lì», ha detto, sottolineando che l’esito delle elezioni del 12 dicembre, dà un mandato «incontestabile» sul referendum. «Il Governo scozzese ha un mandato democratico chiaro per offrire al popolo su una scelta sul futuro ed il governo britannico ha il dovere democratico di riconoscerlo», ha affermato la premier puntando all’apertura di un dialogo con Londra per convincerla al referendum.

Cosa succederà ora è difficile immaginarlo, Sturgeon ha già detto che non intende arrendersi, Johnson «non s’illuda, questa non è la fine del discorso». Così è difficile credere che la Scozia ala fine accetti il no’, anche considerando che la Scozia non è sola nella sua ‘rivolta’ alla Brexit a volersi sfilare da Londra e disfare il regno, anche l’Irlanda del Nord si sta muovendo, sembra punti verso la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda.

Insomma, come sottolineato da Anna Fowlie, Presidente dello Scottish Council for Voluntary Organisations, l’organizzazione che in Scozia mette insieme più di 2 mila organizzazioni di volontariato, a rischio ora anche i rapporti interni tra le quattro Nazioni che compongono il Regno Unito.

Andiamo per ordine.

SNP ha raccolto in Scozia quasi l’80% dei voti, portando a Londra 48 parlamentari (sui 59 totali scozzesi), i quali hanno subito sottolineato che la vittoria è stata determinata da un programma chiaro incentrato su rifiuto della Brexit e assicurazione al popolo scozzese di poter scegliere il proprio futuro, che, insomma, «il futuro della Scozia è nelle mani della Scozia», non di Londra.
Appena eletti, i 4
8 parlamentari si sono messi al lavoro sul capitolo ‘indipendenza’, con Sturgeon al lavoro sulla progettazione del secondo referendum, perché la Scozia non può essere «imprigionata nel Regno Unito contro la sua volontà», e perché, bisogna ricordarlo, si era impegnata per un secondo referendum nel corso della campagna elettorale del 2016.
Il primo referendum si era tenuto nel 2014 e gli indipendentisti del SNP persero la battaglia, gli elettori dissero ‘Noall’indipendenza per il 55,3%in un referendum che ebbe affluenza all’84% degli aventi diritto. 

Per altro, proprio ieri il Parlamento scozzese è stato impegnato su di una proposta di legge che definisce nuove modalità di gestione dei referendum in Scozia. Gli indipendentisti, secondo fonti locali, puntano molto su questa iniziativa di legge proprio in rapporto al nuovo referendum per l’indipendenza.

Secondo la legge, per tenere legalmente un altro referendum, la Scozia ha bisogno del permesso del Parlamento britannico. La capacità di apportare modifiche costituzionali rimane di competenza di Westminster. Un referendum giuridicamente vincolante sull’indipendenza richiederà un ordine ai sensi della sezione 30 dello Scotland Act del 1998 per trasferire questo potere dalla Gran Bretagna alla Scozia, come nel 2014, quando venne redatto l’‘Accordo di Edimburgo’. Il ‘permesso’ consentirebbe aHolyrood (il Parlamento scozzese) di approvare leggi in aree normalmente riservate a Westminster, come quella del referendum in oggetto.

Sturgeon vuole che la Scozia abbia la possibilità di tenere un secondo referendum per l’indipendenza già nel 2020, e che tale referendum con i suoi risultati sia considerato legittimo, valido. Per tanto, ieri è stata avanzata la richiesta formale di Edimburgo per il trasferimento di poteri da Westminster a Holyrood per consultare di nuovo la popolazione dopo il referendum del 2014. La risposta di Londra è stata quella che abbiamo detto, un ‘no’ tondo che, secondo alcuni osservatori, potrebbe portare allo stallo costituzionale.

Senza questo trasferimento di poteri la Scozia potrebbe legiferare per tenere il secondo referendum, e tenere malgrado Londra un referendum, ma non sarebbe considerato valido,stante l’attuale legislazione, perché, come detto, il potere di modificare gli Atti dell’Unione è riservato a Westminster. Più o meno la stessa situazione che si è avuta in Catalogna nel 2017. Il tema della validità di un referendum senza il benestare di Londra è stato dibattuto a lungo, e ancora lo è tra i giuristi, ma nessun Tribunale è stato ancora investito del problema, per tanto rimane un quesito aperto. 

Secondo gli osservatori scozzesi, Sturgeon pare non intenzionata andare avanti senza l’ok di Londra, il suo obiettivo è che il risultato del referendum, l’eventuale ‘Si’ all’indipendenza da parte degli scozzesi sia accettato da Londra e dunque, contestualmente, dall’Unione Europea, considerato che la Scozia indipendente punterà a ricongiungersi con la UE.
La Primo Ministro ha ripetutamente escluso di tenere un referendum non ufficiale sul modello catalano. Lo stallo istituzionale tra Londra e Edimburgo potrebbe vedere Sturgeon rivolgersi ai Tribunali. Si tratterebbe, in questo caso, di definire bene quali punti della legislazione sarebbero da impugnare, e poi sarebbero tempi lunghi, senza considerare che il risultato potrebbe non essere quello sperato dagli indipendentisti.
La soluzione a cui il Primo Ministro Sturgeon sembra puntare è quella politica, ottenere l’autorizzazione da Londra per via politica, magari puntando sui rischi che corre Londra e in particolare i conservatori. «Il rischio per i conservatori qui è che più cercano di bloccare la volontà del popolo scozzese, più disprezzo assoluto mostrano per la democrazia scozzese, più aumenteranno il sostegno all’indipendenza», ha dichiarato Sturgeon, e ieri ha confermato la promessa di tenere un referendum sull’indipendenza legale e riconosciuto a livello internazionale.

Nel corso dell’anno rispetto al terzo trimestre del 2018, l’economia della Scozia è cresciuta dello 0,7 per cento -l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca della Scozia hanno registrato una crescita dell’1,3% da luglio a settembre-, contro l’1% del regno, mentre il tasso di disoccupazione sarebbe inferiore a quello del Regno Unito. Secondo il Governo, il ritmo generale della crescita è rallentato a causa della continua incertezza sulla Brexit. Ma la considerazione dell’utilità dell’indipendenza dal punto di vista economico rimane un problema aperto, secondo molti economisti, i rischi che corre la Scozia con la Brexit sono più o meno pari a quelli che correrebbe con l’indipendenza. Ciò, ovviamente, con una Scozia indipendente che in tempi ragionevoli entri nell’Unione Europea, adottando l’Euro.
Il tutto anche considerando che se il referendum dicesse ‘Si’ all’indipendenza
sarebbe solo l’inizio di un percorso non breve.
In primo luogo: che sarà la Scozia?
Il futuro della casa reale sembra, considerando quanto si era ipotizzato nel 2014, certo. Nel suo libro bianco sull’indipendenza del 2014, il SNP aveva sostenutoche una Scozia indipendente deve restare una monarchia, nonostante alcuni membri del SNP siano repubblicani. Ciò segnerebbe una sorta di ritorno alla situazione esistita in modo intermittente tra il 1603 e il 1707, quando la Scozia e l’Inghilterra erano Stati separati governati dallo stesso monarca in un’unione personale.
P
oi, prima che si attivino le procedure per l’ingresso in UE ci sarebbe il periodo di trattative, colloqui tra Londra ed Edimburgo sulla natura del divorzio. Come potrebbero essere divise le risorse naturali delle Isole britanniche che attualmente Scozia e Inghilterra condividono, come il petrolio e la pesca nel Mare del Nord? Quali sarebbero le relazioni commerciali tra i due Stati? E altri interrogativi che, per altro, gli indipendentisti si sono già posti nel rapporto della Commissione per la crescita sostenibile del SNP 2018.
Queste definizioni occuperebbero tempo, tempi che al momento non si possono prevedere cosìcome non si possono prevedere le reazioni dell’economia reale e dei mercati durante queste trattative. Solo dopo potrà iniziare il percorso verso Bruxelles.

Se la Scozia diventasse un Paese indipendente,dovrebbe fare domanda per aderire all’Unione europea, perché la Scozia non sarebbe considerata lo Stato successore del Regno Unito ai sensi del diritto internazionale. Bisognerà vedere quale sarà l’atteggiamento dei 27 della UE, in particolare alcuni analisti sottolineano la criticità di Paesi come Spagna e Francia, da sempre molto ferrei nell’opposizione al separatismo.

Le ragioni del sostegno alla Brexit, come quelle del sostegno all’indipendenza scozzese, sono «essenzialmente una scelta politica su dove dovrebbe trovarsi la sovranità. È assolutamente giusto che la scelta politica prevalga sull’economia. Ma ignorare l’economia, fingere che la scelta politica non richieda anche alcune scelte economiche serie, è chiaramente pericoloso», scrive Paul Johnson, direttore dell’Institute for Fiscal Studies.

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