lunedì, Aprile 19

Dopo il Pacifico la UE? Dal TPP al TTIP

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Dopo sei anni di trattative e moltissimi ostacoli politici, resistenze e veti incrociati, ieri è stato firmato il Trans-Pacific Partnership (TPP), l’accordo per il Partenariato Transpacifico, il più ampio accordo commerciale finora mai negoziato, tra Stati Uniti e 11 Paesi del Pacifico -Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei, Malesia. Si tratta del principale successo dell’agenda economica del Presidente Barack Obama.

L’accordo -che per il momento esclude la Cina, secondo il programma di Obama di spostare gli interessi degli Usa verso il Pacifico, il cosiddetto ‘pivot to Asia’ e rafforzare gli USA nel dialogo con la Cina-, istituisce la più estesa zona di libero scambio al mondo, abolisce barriere commerciali (riduce o abolisce i dazi su 18.000 categorie di beni) e stabilisce regole comuni in materia di tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della regolamentazione dell’e-commerce in Paesi che in totale coprono il 40% della produzione economica mondiale, con un Pil complessivo di circa 28 mila miliardi di dollari, un terzo del commercio globale su di un bacino di 800 milioni di persone.
Il testo dell’accordo TPP non è ancora pubblico -la segretezza del testo che si prevede sarà mantenuta ancora per quale settimana è tra le critiche che si sollevano in queste ore-, ma la base è quella ufficializzata dal Governo americano in questo documento.

L’intesa, ha dichiarato Obama, «livella il terreno di gioco per i nostri agricoltori, allevatori e industriali» e «dà ai nostri lavoratori l’equa chance di successo che spetta loro». In effetti, tra le trattative più complicate del Tpp, oltre la protezione di brevetti farmaceutici, sono state sul settore auto, i latticini e in generale la proprietà intellettuale. «Quando oltre il 95% dei nostri potenziali clienti vive fuori dai  nostri confini, non possiamo lasciare che siano Paesi come la Cina a  scrivere le regole dell’economia globale, dobbiamo scrivere noi quelle regole, aprendo nuovi mercati per i  prodotti americani, fissando allo stesso tempo standard più alti per  la tutela dei lavoratori e dell’ambiente», ha detto Obama.
L’Amministrazione Obama spera, infatti, che il patto possa rafforzare l’influenza USA in Asia e contribuire a contrastare l’ascesa della Cina, la quale dopo aver contrastato a lungo il TPP ora potrebbe prendere in esame, non a brevissimo, di aderirvi.

L’accordo in qualche modo andrà a rimodellare il sistema industriale, dalla produzione agricola e casearia ai trattamenti farmaceutici contro il cancro fino alla produzione automobilistica, e, secondo i negoziatori, aumenterà il lavoro e gli standard ambientali tra le 11 Nazioni, affrontando i nodi cruciali dell’economia della globalizzazione del 21 ° secolo.

Gli oppositori sostengono che l’accordo favorisce la delocalizzazione delle imprese, il livellamento verso il basso dei salari, l’aumento dei prezzi dei prodotti farmaceutici -chiramente contestato dai sostenitori-, lo strapotere dell’industria sulle legislazioni dei diversi Paesi -nell’occhio del ciclone c’è, infatti, il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato che permetterebbe alle aziende di citare in giudizio i governi.

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