sabato, Aprile 10

Dopo Colonia: il tempo della franchezza

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Ci sono accadimenti suscettibili di mettere a dura prova la ragionevolezza, antidoto al piano inclinato su cui vorrebbero spingerci gli integralisti di ogni cultura e provenienza, inducendoci a collocare l’intera realtà in due soli contenitori, antagonisti tra di loro. Gli schemi di percezione bipolari sono comuni nei bambini, che non possono permettersi il lusso delle sfumature, sollecitati dalla necessità di orientarsi in un macrocosmo ignoto. Se lo schema bipolare dovesse sopravvivere in tutti gli adulti il mondo intero si disferebbe.

Un adulto deve trarre giudizi che si fondino su un ombrello di variabili quanto più ampio possibile. Certo, non possiamo aspettarci atteggiamenti del genere da un leghista, ma dobbiamo pretenderli da chiunque desidera il nostro rispetto. Questo non significa che si debba cercare una perenne conciliazione a base di buone parole e pacche sulle spalle, semmai il contrario, ossia che dobbiamo abbandonare la palude del politicamente corretto e imboccare la strada delle riflessioni scomode. Così dev’essere per la triste aggressione di massa, a sfondo sessuale, contro le ragazze di Colonia, e di altre località, da parte di un imprecisato numero di uomini musulmani.

È accaduto in Germania, il cui Primo Ministro è donna. È accaduto in una città tedesca, il cui Sindaco è donna. Accade in un Continente che pone Fabiola Gianotti, una scienziata italiana, alla guida dell’equipe cui dobbiamo la conferma dell’esistenza del bosone di Higgs, e poi la colloca alla guida del CERN di Ginevra, che lei chiama ‘il laboratorio del mondo’, popolato da oltre diecimila ricercatrici e ricercatori provenienti da tutta la Terra. Gente di nazionalità, religione, colore, preferenze sessuali diversissimi, legata dalla comune umanità e dalla capacità di produrre idee intelligenti. Idee e intelligenza, nemici giurati dei fanatici, soprattutto quelli nascosti dietro pretesti religiosi.

Fabiola è la prima donna in assoluto a dirigere quella città sotterranea del genio, e nessuno dei colleghi maschi si è sognato di eccepire, anzi, sono stati anche loro a sceglierla. La comunità dei fisici, almeno nella maggior parte dei suoi componenti, è da tempo uscita dalle caverne in cui ancora si attarda l’orda barbarica di Colonia con i suoi ispiratori, fedeli a modelli arcaici di interazione col femminile, non dissimili da quelli ancora vivi nell’animo di certi politici della destra italiana e degli integralisti, anche cattolici, che invocano la sottomissione della donna. Un concetto orrendo, sottomissione della donna, che dovrebbe diventare reato penale, disgustoso quando sono soggetti femminili a teorizzarlo, perché è il segno di una deformazione psicologica e culturale che induce furbissime bigotte a scrivere libri oscurantisti piuttosto che a curarsi. Le vedremo al prossimo Family Day, che farà da contraltare alla discussione parlamentare sulla cosiddetta legge Cirinnà, quella sulle unioni civili. Due mondi che filano in direzioni opposte, uno verso il passato remoto, l’altro verso la realtà, oramai impossibile da piegare ai capricci di chi, sentendosi impotente di fronte ai cambiamenti, vorrebbe fermarli incrementando la cattiveria del mondo, come se non ve ne fosse già abbastanza.

Sono andato ad ascoltarla un paio di anni fa, Fabiola Gianotti, presso l’Università Bicocca di Milano, un’aula magna gremita. Una boccata d’ossigeno. Mentre parlava pensavo a Lise Meitner, la grande fisica austriaca di origini ebraiche, costretta a rinunciare, proprio per motivi razziali, al suo laboratorio e ad un probabilissimo premio Nobel. Anche Lise non era sposata e non aveva figli, come Fabiola, ma non sono gli unici elementi di contatto, entrambe donne di genio, dotate di una notevole sensibilità umanistica. Espressioni di un femminile inarrivabile per chi vede nella donna un semplice approdo delle proprie pulsioni o per quelle stesse donne che godono della propria insignificanza, come le bigotte di prima. Né Fabiola né Lise avrebbero mai accettato di essere sottomesse a qualche buzzurro che pretendesse di issarsi sul proprio pisello per rivendicare un primato che nessuno si è mai sognato di conferirgli.

L’orda di Colonia, che odia le donne, rappresenta trasversalmente il fallimento di un maschile senza futuro, dal quale è urgente smarcarsi. Abbiamo il diritto di esprimere solide perplessità sui profili inquietanti presenti nel mondo musulmano a proposito del rapporto uomo-donna, magari tenendo chiare nella memoria le violenze cui anche le donne italiane sono vittime. Anche in questi giorni i boia nazionali sono tornati in azione, ma i fatti di Colonia, e non solo quelli, ci dicono che alcune culture faticano più di altre a restituire alle donne quello che da sempre sottraggono loro.

Non è un caso se dopo l’icona edificante di Fabiola Gianotti la mia mente corre oggi, per contrasto, a Maria Giulia Sergio, la giovane donna di Inzago, una ventina di chilometri da Milano, che nel 2009 aveva sposato un pizzaiolo marocchino, col quale poi si sarebbe trasferita in Siria, alla corte dello Stato Islamico, per combattere al fianco dei fondamentalisti. Nei mesi scorsi era stata resa pubblica l’intercettazione di una conversazione intercorsa tra lei e il padre. In quella telefonata Maria Giulia, che ora si fa chiamare Fatima, investiva il genitore con espressioni violente, rimproverandolo di non avere gli attributi e neppure il coraggio di prendere la moglie per i capelli e trascinarla in Siria. Nei mesi successivi la madre di Fatima sarebbe morta di malattia, chissà se alimentata delle intemperanze della figlia, e il padre avrebbe manifestato il proposito di tornare alla religione cattolica.

Forse proprio nella incapacità di mettere in circolo il genio femminile possiamo misurare, almeno in parte, i salti di progresso che sfigurano il mondo, rendendolo così ingiusto. La distanza che separa Fabiola da Fatima ne misura anche altre, non possiamo ignorarlo, né tacerlo per quieto vivere.

Era stata proprio quella ragazza della provincia di Milano a ricordare in televisione, nel 2011, quando ancora non aveva assunto i toni della guerriera intransigente, come Allah raccomandi alle donne di non usare abiti che eccitino gli uomini. Una lettura angusta e strampalata, che carica il peso dei comportamenti malati del maschio tutto sulle spalle della donna, a cui è chiesto di modellarsi, di contrarsi, di coprirsi per non stimolare i sensi dell’altro.

Difficile non avvertire un crinale netto tra l’Occidente che, pure con limiti evidenti, promuove la sua parte femminile, arricchendosi di nuova maturità, e il ruolo assegnato alle donne nell’islam, confinate, salvo eccezioni, in spazi limitati. Chiamate addirittura a fare da cani da guardi agli istinti maschili, testimonial di una gigantesca sindrome di Stoccolma che le vede in balia di uomini consegnati, forse senza volerlo, ad una condizione infantile. Bambini a cui non fare vedere la marmellata.

Questo non possiamo più tollerarlo, se il palcoscenico è l’Europa. Mi chiedo cosa sarebbe accaduto a Riad se alcune centinaia uomini europei avessero non aggredito ma solo osato rivolgere semplici complimenti galanti a delle donne musulmane. Non riesco neppure a immaginare le conseguenze.

Ci sono questioni che dobbiamo affrontare con gli amici musulmani, senza omissioni, altrimenti non ci sarà dialogo ma tristi monologhi carichi di risentimenti e di pericoli. Quando due mondi pretendono di mischiarsi, la linea dei diritti che scegliamo per stabilire norme di convivenza dev’essere quella più avanzata. Tradizioni e comportamenti regressivi non possono avere cittadinanza.
Se dobbiamo subire l’ostilità dell’Islam tanto vale farlo in nome di conquiste e diritti irrinunciabili.

 

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