lunedì, Giugno 14

Doping, il lato oscuro dello sport

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Il doping l’ha conosciuto nel 2000, la sua ultima stagione tra i dilettanti del ciclismo. Oggi con lo sport ha chiuso; lavora nell’edilizia come carpentiere. Ha deciso di raccontare la sua storia nell’anonimato. Una storia simile a quella di tanti altri ex atleti. “Mi sono dopato solo per un anno. La cura l’ho fatta in inverno, per partire forte a inizio stagione. Prendevo ormoni della crescita, Epo e testosterone. Per le punture di Epo usavo una siringa da insulina riempita con una dose minima, da iniettare per via sottocutanea. Ne facevo una ogni tre giorni, per un mese. Ho assunto anche il Gh l’ormone della crescita, una volta ogni due giorni, per aumentare la massa muscolare. Umanamente è possibile pedalare per 70mila chilometri all’anno e finire le corse senza l’ausilio di sostanze vietate. Ma non vincere. Nell’ambiente ho sentito parlare di tutto, dall’emoglobina sintetica ai ritrovati più strani. Parlare di doping nel ciclismo è come parlare della droga in strada. Sai che fa male, ma sei accecato. Qualcuno, tra i dilettanti, ne faceva uso anche prima delle gare, giocando sul fatto che a volte non si facevano i controlli. Così riuscivano a cavarsela”.

Ti costringeva qualcuno ?Nessuno ti costringe. Sei consapevole di quello che fai. Chi si giustifica dicendo ‘non è colpa mia’, sta mentendo. Quando arrivi in una squadra, c’è qualcuno di dovere che ti prende da parte, a quattr’occhi, e ti spiega: ‘le cose stanno così, questa è la realtà, se vuoi andare avanti hai bisogno di aiuti’. Tocca a te, poi, decidere. Le vittorie ai miei occhi non valevano meno, perché sapevo che anche gli altri si dopavano, dal primo al decimo della classifica. E mi bastava essere al 90% per battere molti miei compagni che invece erano al 120%. Se tutti fossero puliti, gli ordini d’arrivo sarebbero gli stessi. E questo è il rammarico più grande”.

La testimonianza, è bene sottolinearlo, si riferisce ad un periodo compreso tra il 2000 e il 2005. Sono trascorsi dieci anni, eppure lo sporco affare del doping è una piaga sempre infiammata. Altri casi ben più eclatanti, dal pentimento mediatico di Lance Armstrong (l’ex ciclista texano vincitore di sette Tour de France consecutivi), alle lacrime di Alex Schwazer (marciatore azzurro, campione olimpico a Pechino nel 2008, risultato positivo ad un controllo anti-doping alla vigilia dei Giochi olimpici di Londra 2012), affliggono, annichiliscono, amareggiano.

 Il blog di Cycling. Pro.it esaminando i curriculum delle massime autorità antidoping del Coni, giunge ad una conclusione molto severa: «In Italia dalla parte del doping ci sono interessi enormi, ‘scienziati’ specializzati, avvocati e consulenti agguerriti e strapagati. Dalla parte dell’antidoping ci sono sempre più ‘dopolavoristi’. Ma mentre prima questi dopolavoristi erano almeno liberi da impegni (in quanto pensionati) e con professionalità strettamente attinenti a quello che dovevano fare in ambito sportivo, ora si tratta di gente già super impegnata e che con l’attività inquirente e giudicante c’entra purtroppo poco o nulla. Nessuno capisce che o si tira fuori qualche soldo e si formano e reclutano professionalità specifiche o l’antidoping italiano scivolerà sempre più verso il terzo o il quarto mondo: basta confrontare il nostro sistema con gli altri europei per rendersene conto con vergogna».

Mentre in passato il vertice dello sport nazionale collaborava scopertamente con soggetti non solo chiacchierati, ma dichiarati da Tribunali della Repubblica fautori del doping (penso, ad esempio, al ‘processo Conconi’), oggi credo che la situazione sia più fluida, anche se paradossalmente più pericolosa”. L’analisi è di Stefano Mei, tra i migliori specialisti europei del mezzofondo, oro nei 10mila e argento nei 5mila metri ai Campionati Europei di Stoccarda del 1986. Bronzo ai Campionati Europei di Spalato del 1990 ancora sulla distanza dei 10mila metri. Palmares di alto profilo e brillante carriera da dirigente sportivo e commentatore. “I medici che propinano certe ‘cure’ sono aumentati a dismisura e per taluni il dopaggio di atleti è diventato un vero e proprio lavoro. Lavoro ben remunerato, tra l’altro. Sono dell’avviso che i passi in avanti fatti negli ultimi anni, da soli non bastino. Auspico per lo sport e per la sua integrità che venga dato seguito ai dettami della Legge 376 del 2000, laddove viene chiaramente disciplinato che il controllo antidoping venga affidato al Ministero della Sanità. Credo converrebbe anche al Coni”.

Alessandro Donati è il massimo esperto di lotta al doping, ex dirigente Coni, ex allenatore e oggi consulente della Wada, l’agenzia mondiale antidoping, nonché collaboratore dell’associazione ‘Libera’ di Don Ciotti. Senza la sua voce la trattazione del tema risulterebbe incompleta. La vita di Donati è la storia di un impegno: quasi 40 anni di battaglie, denunce coraggiose, testimonianze competenti, saggi e ricerche contro la grande piaga: “il ritardo delle strategie antidoping rispetto all’evoluzione del doping” – ha spiegato più volte Donati – “ha permesso per anni di utilizzare sostanze proibite, aprendo la strada ai preparatori e ai medici più spregiudicati, che hanno epurato gli altri provocando effetti che dureranno ancora a lungo. Le federazioni, se si controllano da sole, non possono avere credibilità. Anche in Italia, dove siamo più avanti che in altri paesi perché abbiamo una legge penale in materia, di fatto, i controlli antidoping li fa ancora il Coni. A pagare sono solo gli atleti, come da ultimo Alex Schwazer, ma non si indaga mai su cosa c’è dietro. Questo perché in Italia non si e’ riusciti a spezzare la contraddizione tra controllori e controllati, e sono pressoché assenti i controlli a sorpresa: la Wada dovrebbe diventare pubblica e indipendente come tutte le altre agenzie antidoping, compresa quella italiana che invece è di casa al Coni. Ora chi è più avanti di tutti in questo ambito è la Federazione ciclistica internazionale, perché messa in difficoltà dagli scandali che si sono succeduti negli ultimi tempi, ha deciso di dare un giro di vite al fenomeno con misure radicali ed efficaci. E’ la federazione che meglio di altre affronta il monitoraggio degli atleti attraverso il sangue per quello che viene chiamato ‘passaporto biologico’. Nelle altre federazioni, è una procedura che viene usata col contagocce oppure per niente”.

Adesso, finalmente, questa enorme contraddizione potrebbe, quanto prima, essere superata. Il Presidente del Coni Giovanni Malagò ha annunciato, infatti, che i controlli a sorpresa verranno affidati ai Nas dei Carabinieri, creando così il presupposto per la creazione di un’authority indipendente e ‘super partes’ che si occupi senza ingerenze dei test sugli atleti tesserati. Si tratterebbe di una svolta epocale che se attuata (manca ancora l’annuncio ufficiale) porterebbe alla tanto attesa separazione tra controllati e controllori.

La Procura di Bolzano, nell’ambito del caso Schwarzer, ha già evidenziato come il criterio della reperibilità applicato agli atleti di spicco delle varie squadre nazionali, sia stato, fino ad oggi, ampiamente disatteso. Tradotto: in Italia i controlli a sorpresa sono praticamente inesistenti. Si è scoperto che la maggior parte degli atleti italiani, anche di primo livello, si rendevano irreperibili ai controlli a sorpresa (gli unici davvero efficaci nella lotta alle sostanze proibite), non comunicando la propria posizione o addirittura venendo avvisati prima su quando sarebbero stati effettuati. Dalle 550 pagine dell’inchiesta di Bolzano è emerso addirittura che alcuni dipendenti del Coni (due medici e una segretaria sono sotto inchiesta) si sarebbero attivati per neutralizzare questi controlli. Ora, ricevute le carte da Bolzano, anche la Procura Antidoping del Coni si è trovata costretta ad avviare la sua indagine interna: di questi giorni le audizioni dei primi 65 atleti.

Da almeno 15 anni, come previsto dalla legge 376 del 2000 evocata puntualmente da Stefano Mei, si sarebbe dovuta istituire una commissione totalmente indipendente per togliere la gestione dell’antidoping italiano alla giurisdizione del Coni, al fine di evitare che il controllore fosse il miglior alleato dei controllati. Adesso, dopo l’annuncio clamoroso del Presidente Malagò, bisognerà capire se l’autonomia dei Nas, rispetto al Coni, potrà essere davvero garantita. Qualche dubbio rimane. Il pool dei Carabinieri, infatti, opererà negli stessi uffici dell’Agenzia Antidoping del Coni (Coni-Nado), e utilizzerà anche buona parte dello stesso personale, quello che in buona sostanza avvisava gli atleti dei controlli o chiudeva un occhio se questi si rendevano irreperibili. Il problema, insomma, è aperto.

Peraltro, l’assoluta necessità di creare un’authority antidoping veramente indipendente dal Coni, al di là della partnership con i Nas, è stata ribadita in un’interpellanza firmata dall’onorevole del Pd Paolo Cova. Il testo del documento è molto chiaro: “La presenza dell’Agenzia Coni-Nado in seno al Coni, disattende quanto previsto dalla legge 376/2000 che evidenzia con assoluta chiarezza la necessità di un organo terzo rispetto al Coni. L’attuale presenza dell’Agenzia presso il Coni si configura come una forma di sistema ‘controllore-controllato’ che non garantisce l’indipendenza dei controlli e accertamenti sugli atleti, in particolare quelli di vertice e inseriti nelle competizioni olimpiche e mondiali e, inoltre, non ottempera alle indicazioni dell’Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) che raccomanda la costituzione di Agenzie nazionali indipendenti rispetto al sistema sportivo”.

Ma su quali meccanismi si regge la macchina dei test antidoping ? Attualmente i controlli possono contare su un alleato in più: si chiama ‘Adams’ ed è il sistema informatico online ideato e sviluppato dall’Agenzia Mondiale Antidoping (Wada), che consente l’utilizzo di un archivio unitario, a livello nazionale e internazionale, di gestione delle informazioni sulla reperibilità degli atleti, così come l’organizzazione di controlli mirati. Parte del lavoro è rivolto all’individuazione delle nuove sostanze: oggi sono oltre 400, erano 250 nel Duemila, 10/20 negli anni ’60. Ovviamente i controlli funzionano se realmente si pretende dagli atleti di comunicare la loro reperibilità e rintracciabilità. A quel punto si analizza la loro partecipazione alle gare, il loro rendimento, oppure si interviene per appurare cosa nasconde un’interruzione dalle gare per qualche settimana. Troppo spesso, però, come abbiamo già sottolineato, tale sistema si è inceppato, alimentando i sospetti di manovre occulte delle federazioni internazionali, più interessate a proteggere il loro patrimonio di atleti, che incentivare i controlli e correre il rischio di squalifiche.

Mei, quali sono gli sport più inquinati dal doping ?Ovviamente quelli dove forza e resistenza hanno un ruolo primario: atletica, ciclismo, nuoto, sollevamento pesi. La risposta è data dalla ‘semplicità’ relativa dello svolgimento di queste discipline. Al contrario gli sport più impermeabili alle condotte illecite sono le specialità più tecniche, proprio perché l’abilità tecnica è un dato assai poco ‘controllabile’. Ad esempio, nel calcio, forza e resistenza sono due componenti essenziali, ma non così tanto come la tecnica individuale. Il rischio è di avere giocatori che perdono le loro capacità tecniche per farli diventare più potenti, con la conseguenza di imbastardire e snaturare le loro unicità. Questo non significa che in alcuni sport tecnici il doping non sia utilizzato”, sottolinea Mei.

In alcune discipline gli atleti vengono trasformati in robot, riempiti di medicinali, nella certezza, speranza o indifferenza che qualcosa di grave non accada mai. Gli sportivi spesso sono incoscienti dei rischi che corrono, ma talvolta sono anche consenzienti, perché un buon ingaggio o un ricco premio per una vittoria sono, per taluni, più importanti della salute (per esempio nel ciclismo). E’ lo specchio di un ‘coma etico’ e di deriva della società in cui domina la cultura della prestazione e della supremazia. “Credo si tratti dello specchio dei tempi”, spiega Stefano Mei. “Il successo ad ogni costo, la prospettiva di ‘facili’ guadagni. In fondo, il tifoso ama quello che i media gli danno da amare. Che un campione sia dopato o no cambia poco. Tranne, magari quando poi il ‘dio’ cade nella polvere e tutti si affrettano a scaricarlo. Successe nell’atletica con Ben Johnson e succede oggi nel ciclismo con Lance Armstrong, come se nessuno degli addetti ai lavori avesse capito o sapesse la verità”.

La ‘malapianta’ cresce più rapidamente dell’antidoto e colonizza nuove frontiere e quote di mercato. L’universo dei dilettanti, fondato sulla retorica dei buoni sentimenti, della partecipazione e del benessere, svela, da almeno 15 anni, il suo volto peggiore: una bolgia popolata da allenatori isterici e genitori ultrà, che infettati da una corrosiva aggressività, reclamano dai figli prestazioni al top, ovvero la strada più facile per esporsi a brucianti fallimenti e pessime abitudini («devo vincere, non vinco e allora cerco una scorciatoia»).

“Non vorrei sembrare pessimista”, rilancia Stefano Mei, “ma credo che si sia un po’ perso il significato di ‘allenatore’. Credo che questa figura debba essere in primis un educatore. Ovvio, poi, che deve saper far rendere i suoi atleti nella maniera migliore, ma principalmente a mio avviso deve rappresentare un esempio e indicare al suo atleta quello che è sano e quello che sano non è. Se sviluppi certi valori puoi resistere alle sirene, sopportare le facili lusinghe e le soluzioni facili; possono prospettarti qualsiasi traguardo, ma se un atleta crede in sé stesso e soprattutto se è leale non accetterà mai di imbrogliare”.

In mezzo ragazzini e amatori assillati dal demone del successo ad ogni costo. Efficace, più di mille analisi, la frase assai cruda «sogno una squadra di orfani» che circola tra molti allenatori di ‘calcio baby’ alle prese con padri e madri che inveiscono contro i genitori della squadretta avversaria o insultano l’allenatore che non fa giocare il figlio. Comportamenti dissennati che anni dopo costituiranno l’humus dei dilettanti, un mondo, spesso bellicoso, finito più volte, e non a caso, nell’orbita del calcio scommesse e nel vortice del doping.

La conferma arriva da Giovanni Malagò, il Presidente del Coni ovvero la casa del movimento sportivo italiano con 4milioni e 500mila atleti tesserati, più di 1milione di operatori sportivi e una forza di 65mila società: “Nel mondo dei professionisti stiamo messi abbastanza bene, anche se c’è stata recentemente qualche mela marcia. Nel mondo degli amatori e dei dilettanti invece c’è una grande diffusione di queste sostanze, a quello che mi dicono. Stato e Comitato olimpico devono collaborare, per lottare contro questo fenomeno“.

Ma quanto è diffuso il doping tra dilettanti e amatori ? Impossibile saperlo. I controlli sono pochi, il fenomeno sfugge alle statistiche e la guerra di cifre è inevitabile. Secondo le stime elaborate dalla Commissione Vigilanza e Controllo del Doping (Cvd) del Ministero della Salute, una percentuale compresa fra il 3 e il 4,5% degli atleti ricorrerebbe alla chimica per alterare le proprie prestazioni, mentre più della metà abuserebbe di sostanze ‘regolari’, ma comunque pericolose. In realtà, secondo una proiezione realisticamente attendibile, nella fascia sterminata di amatori e dilettanti italiani, 1 praticante su 4 (pari al 25%), almeno una volta nella sua vita, avrebbe assunto sostanze dopanti.

 Il popolo dei dopati si ingrossa ulteriormente tra culturisti e praticanti del fitness: incrociando i dati di diversi rapporti di Guardia di Finanza e Nas, almeno una palestra su dieci, in Italia, si rivela luogo di spaccio, commercio e consumo di doping. Ci si dopa in molte discipline,  dalla pallamano al rugby, fino al ciclismo dove la percentuale degli amatori trovati positivi a una o più sostanze si impenna. Ci si dopa spesso senza neppure sapere lontanamente che rischi si corrono, quali sono gli effetti collaterali di un farmaco, quali le conseguenze. Recenti indagini condotte dai Nas hanno evidenziato che molti praticanti di livello amatoriale affollano gli ambulatori dei medici dei ‘campioni’ per farsi prescrivere la ‘cura’ miracolosa che può consentire loro di battere in gara il collega di ufficio o il vicino di casa. Ma non solo. Molti ‘atleti della domenica’ si affidano al doping ‘fai da te’: acquistano i preparati via internet senza sapere che la contraffazione avvelena dal 35 al 50% dei prodotti.

Ci preoccupa il dato legato ai medicinali illegali contraffatti”, conferma il Comandante dei Nas Generale Cosimo Piccinno. “Il traffico illegale online di farmaci contraffatti è in aumento e garantisce margini di guadagno superiori, in proporzione, persino al traffico di cocaina. Dietro questa filiera agisce la criminalità organizzata (mafia, ‘ndrangheta, mafia giapponese, cinese e russa), perché i ricavi sono enormi. Un euro investito su uno stupefacente rende 16 volte, sui farmaci 2500. Il giro d’affari accertato è di 50 miliardi l’anno. Il nostro problema principale riguarda chi si dedica allo sport amatoriale e in particolare i giovani: devono capire che il doping fa male e in alcuni casi ha effetti letali“.

Moltissimo, però, anche in questo ambito, sfugge alle statistiche e ai controlli. Secondo stime approssimative, condivise anche dai Nas, il volume delle transazioni potrebbe toccare in realtà la soglia dei 200 miliardi. “E’ nata la figura del ‘cyber pusher”, spiega Piccinno, “le farmacie online sono stimate intorno alle 40mila; l’acquisto delle sostanze è anonimo e facile, i prezzi sono economici, abbattuti anche del 60-70%. Non c’è controllo e persiste un elevato rischio di adulterazione. In questi casi i rischi per gli incauti acquirenti sono davvero estremi. Cultura malata e modelli assurdi che gli sportivi seguono meccanicamente. Non sapendo, forse, che l’ormone della crescita fa scoppiare cuore e fegato e che l’Epo porta alla trombosi. Almeno trenta atleti, in Italia, sono già morti così. Ma non è tutto. Su 600 medici di famiglia intervistati”, rivela Piccinno, “240 non sanno che è illegale acquistare farmaci con prescrizione online. Il deficit, dunque, è anche informativo”.

Ma oggi come vengono pianificati i controlli ? Con scelte mirate, grazie all’attività di militari qualificati con Master di ‘ispettore investigativo antidoping’. Dal gennaio 2013 ad oggi 4397 denunciati, 612 arrestati, oltre 2milioni e mezzo di fiale sequestrate”. Occorre inoltre considerare che molte delle sostanze dopanti nascono con finalità terapeutiche all’insorgenza delle patologie e qui inevitabilmente il quadro si complica poiché entra in gioco la storia clinica dell’atleta. Luigi Frati, Presidente del Comitato Esenzione ai Fini Terapeutici (Ceft) chiarisce che “i farmaci somministrati devono essere strettamente correlati alla patologia. Non autorizziamo a gareggiare al termine del presunto effetto della terapia”.

Se per Massimiliano Rosolino, campione olimpionico di nuoto, “bisognerebbe fare l’antidoping subito dopo la gara, rinviando al giorno successivo la premiazione”, Marco Bernardi, Presidente della Commissione Antidoping CIP, conferma che “il ricorso al sostegno chimico sta diventando consuetudine persino tra gli atleti diversamente abili del movimento paralimpico”.

Così il doping, diventato di massa, presenta affinità con il mercato della droga e genera traffici internazionali dove si intrecciano gli interessi delle multinazionali farmaceutiche e della criminalità organizzata. Secondo l’Associazione Libera, in Italia, ogni anno, si consumano sostanze per un giro di affari di 425 milioni di euro. Usi e abusi che coinvolgono circa 190mila atleti e 70mila body builder per un totale, sicuramente sottostimato, di 260.000 assuntori. Secondo gli inquirenti, Nas e Guardia di Finanza, la mafia e la camorra gestiscono un mercato in crescita di circa il 30 % all’anno, con numeri da grande industria. Un problema non solo italiano, che in Germania, ad esempio, hanno iniziato ad affrontare. Il Comitato olimpico tedesco ha deciso, infatti, di estendere la nuova legge antidoping, che prevede tre anni di carcere a chi fa uso di sostanze vietate, anche agli atleti amatoriali, incassando l’appoggio dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada) e dell’agenzia nazionale tedesca antidoping (Nada).

Da un rapporto dell’Afld (Agence Française pour la Lutte au Dopage): «Quello che succede tra i dilettanti è molto grave. I prodotti utilizzati sono gli stessi dei professionisti, ma vengono assunti in maniera casuale ed in quantità impressionante: abbiamo visto un padre somministrare al proprio figlio due o tre volte la dose di EPO alla quale fanno ricorso i professionisti. Quando andiamo sul luogo delle competizioni, vediamo i genitori riempire le borracce, rompere delle fiale e utilizzare della polvere».

Tammaro Maiello, Procuratore Capo della Procura Antidoping del Coni ha fotografato la situazione nel corso del recente Convegno ‘Lotta al Doping: peculiarità normative e strategie di contrasto. Aspetti giuridici ed operativi’. «Nell’azione di contrasto è indispensabile l’interazione con le Procure della Repubblica e con i Nas: non possiamo agire solo sul sentito dire, dobbiamo acquisire dati certi a partire dai verbali di sequestro, dagli interrogatori e dalle intercettazioni. Abbiamo valorizzato tecniche di audizione: prima l’atleta veniva e raccontava la sua versione. Oggi vengono preparate domande circostanziate, sulla base della lettura degli atti. Dal 1 luglio 2013 al novembre 2014 sono stati disposti 219 deferimenti. Non si persegue solo il campione affermato, ma anche il soggetto che frequenta le palestre».

Se negli 40 anni fa, con pochi ritrovati tecnologico-farmaceutici, si poteva correre tre volte del normale, figuriamoci oggi. Manca ancora, nell’Italia senza memoria, una grande ‘Spoon River‘di tutti quelli che sono stati uccisi o si sono gravemente ammalati per la follia senza scrupoli di dirigenti e medici sportivi. Il calcio è una prateria di lapidi premature: leucemie e sla hanno colpito decine di giocatori professionisti in attività tra gli Anni ’70 e ’90, trattati alla stregua di cavie umane. Scorrendo l’elenco delle morti premature nel mondo del pallone (da Armando Segato, il primo, a Bruno Beatrice, Mauro Bicicli, Andrea Fortunato, Fabrizio Gorin, Ernst Ocwirk, Nello Saltutti, Gianluca Signorini, Giuliano Taccola, Guido Vincenzi, Andrea Borgonovo), si rimane sbigottiti di fronte a una tale ecatombe. E poi ancora retine distrutte, ictus, infarti. Oppure giocatori che spariscono per mesi, infortunati non si sa per cosa, e senza fare controlli antidoping poiché sono ‘sotto cure mediche’; chi ha problemi di cocaina, e viene lasciato fuori rosa per non essere smascherato dai controlli e perdere valore di mercato, chi, al termine delle partite, a volte ha la bava alla bocca o si lecca le labbra come fosse disidratato per aver corso troppo senza sentire la fatica o la sete.

«I calciatori sono più omertosi dei mafiosi» ha dichiarato una volta Raffaele Guariniello, il magistrato della Procura della Repubblica di Torino, da anni impegnato in indagini sul fronte delle morti sospette nel mondo del calcio. «Nella mafia i testimoni si trovano, nel calcio no, è molto difficile». Guariniello più volte ha precisato di«non voler criminalizzare il calcio, ma neppure di volerlo assolvere a priori». Le cifre, del resto, appaiono chiare: in Italia, tra i calciatori, la Sla (Sclerosi laterale amiotrofica) ha un tasso di diffusione ventiquattro volte superiore alla media.

Chiamata anche morbo di Lou Gehrig, (dal nome del giocatore statunitense di baseball che fu la prima vittima accertata di questa patologia), malattia di Charcot o malattia dei moto-neuroni, la Sla è una malattia degenerativa e progressiva del sistema nervoso. Ma il ‘morbo del pallone’, così come lo ha definito il giornalista Massimiliano Castellani, è solo uno dei terribili mali che affligge il mondo del calcio perché al sospetto di diffuse ed invasive pratiche dopanti è legata anche la morte per tumori o leucemie di numerosi altri ex calciatori. Con il libro ‘Nel fango del dio Pallone’ (2000 Kaos edizioni), Carlo Petrini fu il primo a denunciare apertamente la pratica del doping che già negli anni ‘60 e ‘70 in Italia era dilagante. Quattro anni più tardi fece altrettanto Ferruccio Mazzola, figlio di Valentino e fratello minore di Sandro, il quale con il libro ‘Il terzo incomodo’, mosse una serie di pesanti accuse al mondo del calcio. Raccontò di come il ‘mago’ Helenio Herrera somministrasse anfetamine per bocca e nel caffè, ipotizzando che le cause delle morti di molti dei calciatori della ‘Grande Inter’ fossero da attribuire anche alle strane pratiche in voga all’epoca: un filo nero che collegava l’osteosarcoma di Carlo Tagnin, il tumore alla colonna vertebrale di Armando Picchi, quello al pancreas di Giacinto Facchetti e i decessi prematuri di altri tre calciatori. Petrini e Mazzola, hanno trovato il coraggio di parlare e scrivere, denunciando in maniera dettagliata le pratiche diffuse nel loro mondo. Il sistema però li ha isolati, rinnegando quanto da loro denunciato e intentando addirittura cause legali nei loro confronti. Come riporta il giornalista Alessandro Gilioli su L’Espresso: «Nel giro di quelli che hanno giocato a pallone negli anni ‘70 e poi hanno fatto ‘acting out’, i Carlo Petrini, i Ferruccio Mazzola, nessuno ha dubbi che sia stato il doping ad ammazzarlo. Nel Cesena di quel periodo, arrivato a qualificarsi per la Coppa Uefa, ci si faceva in quantità industriali, due sono già morti (Mario Frustalupi e Giorgio Rognoni), un altro ha la Sla (Gianluca De Ponti), un quarto, Bruno Beatrice, ha avuto talmente tanta sfiga da giocare anche nella Fiorentina dove lo hanno riempito di Micoren, Corex e raggi Roentgen, e la leucemia lo ha portato via che non aveva ancora quarant’anni», «con la schiuma alla bocca, lividi sul corpo, piaghe dappertutto, i buchi delle flebo ancora visibili sul braccio» (come ha raccontato una volta la vedova Gabriella).

Anni ‘70 e ’80, il ventennio del baratro. Il mondo è ancora diviso in due blocchi. Gli atleti del Patto di Varsavia sono, nella stragrande maggioranza, compromessi. I laboratori della DDR sono una fucina di ‘mostri’. Le atlete hanno sembianze maschili. Molte di loro, terminata la carriera agonistica, non potranno più procreare. Alcune saranno condannate al cambio di sesso.

In Italia, sempre in quegli anni, lo scempio si consuma soprattutto nel calcio. E’ la fotografia di una generazione inconsapevole inghiottita dal doping. Nello Saltutti se ne è andato nel 2003. Non fumava, non beveva, nemmeno il caffè. Il primo della sua carriera da calciatore, a Manchester, gli fu passato nel sottopassaggio dal personale della Fiorentina: “Bevete, vi farà bene”. Saltutti disputò la sua migliore partita di sempre. La mattina dopo barcollava. Il primo infarto, lo colse nel 1998. Il secondo, fu fatale. Ci dicevano: “Queste vi aiutano a rompere il fiato” ricordava il portiere Massimo Mattolini che nel 2000 subì un trapianto di rene dopo otto anni di dialisi, per poi morire nel 2009. Mimmo Caso, ala gigliata, un giorno scoprì di essere affetto dal Linfoma di Hodgkin. Ai magistrati ha raccontato di “essere stato sottoposto regolarmente a terapie a base di iniezioni di Cromatom, Cortex e Neoton, a volte direttamente in vena: “Né io né i miei compagni ci siamo mai preoccupati di verificare quello che ci veniva somministrato; ci fidavamo ciecamente dei medici”. Lo stesso Giancarlo Antognoni, simbolo della Fiorentina e perno della Nazionale, uno dei più grandi calciatori italiani del dopoguerra, ha ammesso l’uso di Cortex, Micoren e di “flebo che il medico ci diceva contenere zuccheri o integratori”. Nel 2004 ebbe un infarto: “I medici rimasero molto sorpresi del mio caso, lo trovarono anomalo”. Chissà come, chissà perché, oggi Antognoni è un emarginato di lusso. Ha chiesto un appuntamento ai dirigenti della Fiorentina per poter rientrare nel calcio da dirigente, lavorare e offrire la sua esperienza. Non è mai stato ricevuto: una vergogna.

Donati come si riconoscono i ‘puliti’ ?Sono quelli che nella maggior parte degli sport solitamente si piazzano subito dopo i campioni, e gli atleti di vertice. Vanno cercati intorno alla trentesima posizione, a parer mio”.

Come siamo arrivati a questi punti ? Il doping è sempre esistito, ma è degenerato alla fine degli anni ’70 quando l’industria farmaceutica ha intravisto nel fenomeno la possibilità di business. E dopo aver saturato il mercato dei malati, ha puntato quello dei sani. Tutto è ben mimetizzato, in parte per debolezze dei controlli, in parte per la furbizia dei dirigenti sportivi: fino a 10 anni fa era più facile carpire i segni del doping. In alcune specialità sportive è una piaga pressoché totalizzante. Quando sono arrivati gli ormoni, come gli anabolizzanti che sviluppano i muscoli o l’ormone Epo che sviluppa il numero dei globuli rossi, il ciclismo ha fatto proprie queste pratiche. Devo dire che in questo sport c’è l’aggravante dell’opera di alcuni medici che venivano dall’atletica e che hanno contribuito a diffondere l’uso degli ormoni tra i corridori. Io sono diventato un uomo di confine, ho provato a combattere contro quel sistema da dentro e sono stato messo ai margini, quindi ho trovato la mia strada all’esterno del mondo dello sport. Su incarico del Csm, ho formato 90 magistrati, molti di questi hanno oggi in mano le inchieste sul doping: chi pensa di poter operare come faceva fino a qualche anno fa sappia che oggi non lo può fare più”.

 

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