sabato, Aprile 10

Donne in politica in America Latina America Latina e la scomparsa delle donne leader. Ecco tutti i perché

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A partire dal prossimo 11 marzo, l’America Latina rimarrà senza donne che ricoprano la più alta carica dello Stato. Quel giorno, infatti, a Santiago del Cile, Michelle Bachelet consegnerà la fascia presidenziale a Sebastián Piñera, l’imprenditore conservatore eletto nelle liste di Chile Vamos. Ad alcuni il particolare non è sfuggito. Dopo il decennio di inizio Duemila, quando l’America Latina presentava quattro donne presidente (la stessa Bachelet in Cile, Cristina Fernández in Argentina, Dilma Rousseff in Brasile e Laura Chinchilla in Costa Rica) a pochi anni da quei giorni quel poker è stato annullato. La Fernández, che arranca tra le vicende giudiziarie e la ricerca di consensi, si muove tra le sabbie mobili di quella che potrebbe essere la sua ultima spiaggia. La protagonista principale di quella stagione, Dilma Rousseff, la più mediatica e la più popolare in Europa, ha subito, invece, un pesante processo politico (e non solo) che l’ha appartata dalla scena compromettendone il futuro.

Proprio la destituzione della Rousseff, determinata con l’impeachment reso definitivo nel maggio 2016, ha suscitato enormi critiche dei settori progressisti brasiliani, che hanno comparato il procedimento contro la presidente come il risultato di una decisione sessista. La campagna contro la presidente si è avvalsa dell’ausilio di una stampa aggressiva, che ha inculcato nell’opinione pubblica l’immagine di una Rousseff nervosa e prepotente, descrivendola come una donna sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Da qui, il messaggio ai brasiliani che il paese si trovava nelle mani di una persona instabile, condizionata nelle sue decisioni da un’emotività incontrollabile e quindi non atta a guidare la nazione. Per molti, quegli attacchi avevano il solo scopo di dimostrare che la Rousseff era inidonea solo in quanto donna. Una questione di genere, insomma. Michel Temer, che ne ha preso il posto, ha dato vita immediatamente a un gabinetto peculiare formato da ventitrè ministri, tutti uomini e tutti bianchi, un’assise che difficilmente può rappresentare un Paese dove il 52% della popolazione è di genere femminile e l’incrocio tra differenti etnie è la prerogativa della società. Il messaggio era inequivocabile. Le foto di Temer a fianco della moglie molto più giovane di lui (quarantatre anni, per l’esattezza), casalinga ed ex miss di bellezza, hanno contrastato da subito con il messaggio che aveva sempre definito Dilma Rousseff, la rivoluzionaria scampata alla tortura della dittatura di Garrastazu Medici e il cui programma di governo aveva innalzato allo status di imprescindibile l’agenda sui diritti umani. Un giudizio, quello contro la Rousseff, che a un certo punto è diventato trasversale, coinvolgendo anche parte della sinistra –un esempio su tutti, l’attacco sferratole dall’ambientalista Marina Silva– che ha riportato la questione dell’impeachment a una dimensione prettamente politica, che avvalorava la tesi che la presidente avesse pagato solo per i propri errori e per una certa leggerezza in ambito istituzionale.

Il tema è di grande importanza perché il Brasile si sta preparando per le elezioni del prossimo ottobre. Una veloce lettura dei candidati nei vari collegi elettorali del paese rivela che le candidature rosa sono in preoccupante decrescita e che il mandato della Rousseff abbia confermato in certi circoli conservatori che il ruolo della donna è altrove, meno che nelle sedi dell’esecutivo. In Brasile, d’altronde, la linea tra politica e religione è molto labile. Il ruolo del deputato-pastore che controlla il proprio gregge anche in termini di voto è fondamentale per capire come in questo paese gli insegnamenti biblici vadano ancora oggi seguiti e rispettati. I dati parlano chiaro. Sugli scranni del parlamento brasiliano siedono settantacinque rappresentanti di differenti chiese evangeliche e il loro programma politico (contro i matrimoni gay, l’aborto, i diritti LGBT, la legalizzazione della marihuana tanto per citare i temi più caldi) inneggia un’agenda ultra conservatrice dal taglio fondamentalista. C’è chi giura che l’impeachment per la Rousseff, considerata troppo progressista, sia proprio partita da questo gruppo.

La situazione di Michelle Bachelet in Cile non è migliore. Al momento di lasciare la fascia presidenziale –mancano ormai pochi giorni-, la rappresentante socialista, riporta un modesto 23% di approvazione nei sondaggi, frutto delle sue politiche riformiste risultate impopolari e dello scandalo che, nel 2015, ha coinvolto il figlio e la nuora. La percentuale è in netto contrasto con il 62% ricevuto al momento delle elezioni del 2014, un riconoscimento a quanto di buono aveva fatto in occasione della sua prima presidenza nel quadriennio 2006-2010. Secondo gli analisti, la Bachelet paga in popolarità non solo per il suo lavoro a favore dei diritti (con l’approvazione delle leggi sull’aborto terapeutico e dell’unione civile tra persone dello stesso sesso), ma anche per aver approvato riforme imposte dalla destra, come quella sul regime pensionistico e per non essere riuscita, invece, a cambiare le regole del sistema sanitario, considerato anacronistico e insufficiente per colmare le necessità di salute dei cittadini. Considerata dalla rivista Forbes la quarta donna più influente del pianeta, la Bachelet lascia comunque in eredità un Cile che continua ad essere uno dei paesi più prosperi del continente. Di professione pediatra, la Bachelet una volta lasciata la presidenza, andrà a occupare la direzione di un organismo affine all’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ente per la Salute della famiglia, delle donne e dei bambini.

All’altro lato delle Ande, Cristina Fernández, intanto, è impegnata a dimostrare che il kirchnerismo non è morto. Eletta al Senato lo scorso dicembre, guida l’opposizione in attesa delle elezioni del prossimo anno. Coinvolta in diverse vicende giudiziarie, l’ex presidente argentina è tornata solo recentemente a concedere interviste, proprio in occasione della sua candidatura, durante le quali ha difeso con vigore l’operato del suo governo e ha attaccato il rivale Mauricio Macri. Molti considerano che le prossime presidenziali rappresenteranno per la Fernández l’ultimo treno per consolidare la sua leadership all’interno di un peronismo frammentato.

Poco o nulla, invece, si sa di Laura Chinchilla che, dopo aver guidato il Costa Rica per quattro anni costellati da vari incidenti di percorso, ha acquisito un basso profilo che l’ha allontanata dalla politica militante.

Cosa succede nell’azienda privata

Il discorso, però, non si esaurisce con il destino di queste quattro donne influenti. L’impressione generale, in America Latina, è quella che, dopo l’auge del primo decennio del Duemila, il tema sulle pari opportunità si sia un poco raffreddato. Ci sono casi interessanti, come quello del Nicaragua, dove si sono fatti passi da gigante, risultando questo Paese quello dove si è attuato il maggior numero di riforme in ambito di politiche ugualitarie. Ciononostante, sebbene ogni paese latinoamericano abbia votato negli ultimi anni la legge sulle pari opportunità in politica, oltre al Brasile che ha un gabinetto interamente composto da uomini, il Guatemala ha un solo ministro donna, Panama due, il Paraguay tre, dati che confermano la tendenza al ribasso in atto nell’intera regione. Secondo le informazioni raccolte dalla Cepal –l’organismo economico delle Nazioni Unite- solo Costa Rica, Cile e Nicaragua superano la barriera del 30% in quanto a presenza femminile nell’esecutivo e solo sei paesi possiedono un ministero che si interessi specificamente delle tematiche relative alla popolazione femminile: Cile, Perù, Venezuela, Paraguay, Haiti e la Repubblica Domenicana. Le statistiche, insomma, dimostrano come la partecipazione femminile nella politica, nonostante le misure adottate, dista ancora molto dall’essere un fenomeno costante e paritario.

La tendenza viene mantenuta anche nel settore privato. Secondo un’inchiesta della firma McKinsey solo l’8% dei membri dei consigli d’amministrazione delle principali aziende latinoamericane sono donne e i manager raggiungono uno striminzito 6%. Solo la Colombia presenta una percentuale superiore alla media della regione con un caso particolare, quello del Grupo Argos –conglomerato che si occupa di energie-, che raggiunge quasi il 30% di donne manager. Il grande ostacolo è rappresentato dal fatto che rimane radicata l’idea che aprire alle quote di genere nell’ambito privato significherebbe non premiare più i meritevoli, ma attenersi a una disposizione legale, imposta dall’alto, che per compiere con un requisito danneggerebbe la competitività. Questo, però, non sarebbe altro che un pregiudizio, perché alcuni studi dimostrano invece come le aziende che dispongono di manager donne siano riuscite ad aumentare la produttività fino a un 15%. Senza contare il fatto che, in media, una donna guadagna la terza parte di quello che è lo stipendio di un suo compagno di lavoro uomo.

Rimane quindi l’impressione che i dati pendano troppo da un lato. La breccia è ancora troppo ampia per risultare sostenibile in una società che vuole dichiararsi ugualitaria. Nel maggio 2016 i ministri latinoamericani –in maggioranza donne- hanno sottoscritto la Dichiarazione di Lima, uno strumento giuridico che si pone la meta di offrire alla popolazione femminile una maggior partecipazione nella società latinoamericana, sia nell’ambito pubblico che in quello privato. Il compito è quello di creare politiche che servano a equiparare il ruolo della donna a quello dell’uomo in una società che si mantiene ancora e strettamente machista. La discriminazione è latente in ogni ambito e si manifesta nel mercato del lavoro, in casa, nelle relazioni quotidiane, negli uffici, negli stipendi.

Il caso del Costa Rica

In mezzo a questo panorama, i risultati delle ultime elezioni in Costa Rica –riguardanti la prima tornata elettorale tenutasi il 4 febbraio scorso– presentano in questo paese un’inversione di tendenza con l’affermazione di un’importante presenza femminile e, al tempo stesso, di una palestra per dimostrare fino a che punto può spingersi il binomio quote rosa e conservatorismo. Ventisei donne sono state elette al Congresso su un totale di 57 deputati. Un record, senza dubbio, tra cui però spiccano sette donne designate tra le fila di Restauración Nacional, un partito conservatore formato esclusivamente da appartenenti alle chiese pentecostali e il cui programma strizza l’occhio al populismo. Si è trattato di un improvviso e inatteso cambio di tendenza, che ha suscitato sorpresa e preoccupazione per essere il Costa Rica una delle democrazie più solide tra i paesi latinoamericani.

Silvia Lara, tra le sostenitrici per l’autonomia dell’INAMU (Instituto Nacional de las Mujeres), ex presidente dell’IMAS (Instituto Mixto de Ayuda Social) e candidata alla vicepresidenza del Costa Rica nelle elezioni del 2014 tra le fila dello storico partito Liberación Nacional, vanta un’esperienza decennale sulle problematiche di genere. L’inaspettato risultato nelle elezioni parlamentarie apre vari interrogativi nel Paese centroamericano, da tempo all’avanguardia sul tema dei diritti fondamentali.

Al momento non sappiamo che sorta di arretramento aspettarci da un gruppo tanto nutrito di deputati appartenenti a un gruppo conservatore di natura religiosa. Il loro candidato presidenziale, Fabricio Alvarado, ha promesso che, in caso di elezione, lavorerà per ridurre i femminicidi, ma d’altro canto è indubbio che il nostro paese, a livello di governo, rivedrà le sue posizioni sul tema dei diritti umani all’interno degli organismi internazionali. Il Costa Rica è sempre stato un baluardo nei diritti umani e, in particolare, nella difesa dei diritti della donna. Una presidenza di questo tipo non potrà che rappresentare un passo indietro”.

La metà dei deputati di Restauración Nacional sono donne.

Con i risultati del voto, il 40% del nuovo Congresso è formato da donne. Questo è un risultato positivo perché siamo riusciti ad ottenere una partecipazione ugualitaria ed è questo l’ambito che dobbiamo prendere in considerazione. Tutti ci chiediamo quale sarà il risultato di un’agenda di tipo conservatore –c’è molta aspettativa su questo tema- ma al di là di questo lo spazio ottenuto in parlamento deve essere mantenuto e difeso”.

É sufficiente l’attuale presenza delle donne in politica?.

Un sociologo spagnolo ha detto anni fa che le donne sono giunte tardi all’appuntamento con la politica. Questa frase è ancora valida e ne è conferma il fatto che stiamo cercando di occupare degli spazi che ci competono e che sono quelli che ci permetterebbero di costruire il paese che desideriamo. I partiti politici sono il mezzo che ci consentono di agire nel quadro democratico e vanno senza dubbio appoggiati. In un paese come il Costa Rica siamo riusciti ad ottenere la partecipazione ugualitaria e le donne hanno occupato e occupano tuttora posti importanti nella vita politica e sociale del paese. Abbiamo avuto una presidente, una ombudsman, una presidente della Corte dei conti e una procuratrice della Repubblica. Il nostro compito è quello di combattere perché gli spazi che abbiamo conquistato non ci vengano tolti”.

Quindi, sono ancora di attualità le quote di genere?

Assolutamente, perché ci aiutano a passare da una visione di quota a una visione di parità. Il discorso vigente è quello della parità e quindi sono legittimi tutti quei meccanismi che garantiscano questa parità. Luis Antonio Sobrado, che è l’attuale presidente del Tribunale elettorale, afferma che vi sono momenti, nella storia di un paese, in cui la legge deve forzare un cambio culturale. Una misura giuridica, quindi, deve mantenersi finché il cambio culturale non viene consolidato. Qui in Costa Rica abbiamo fatto dei passi avanti, ma non sono ancora sufficienti per affermare che esista una situazione di parità. Si pensi, per esempio, alle elezioni municipali dove, per essere i collegi uninominali, non esiste il sistema di quote, ragion per cui abbiamo un numero ridotto di sindaci donne”.

La presenza delle donne in politica è quindi uno strumento necessario per sradicare il machismo dalla società?

Le donne sono riuscite a esprimere punti di vista differenti da quelli a cui la società era abituata e a renderli pratici nella vita quotidiana. Si sono ottenute leggi importanti sulla protezione delle lavoratrici durante e dopo la gravidanza, sulla violenza domestica, sulla salvaguardia dei minori di età. Avrei aspirato a qualcosa di più, ma i segnali ci sono e hanno portato a dei cambiamenti importanti nella società costaricana”.

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