domenica, Giugno 20

Donne: non fiori ma opere di welfare image

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Grazie al cosiddetto ‘sesso debole’ si apriranno nuove opportunità di sviluppo nei prossimi anni. Lo confermano le analisi di molte organizzazioni nazionali e internazionali come le Nazioni Unite. Dal 15 ottobre 2008 si celebra così la ‘Giornata internazionale delle donne in agricoltura‘, organizzata da IFAP (International Federation of Agricultural Producers), FAO e ONU. L’obiettivo è ricordare che «quando le donne hanno accesso alla terra, si osservano miglioramenti nel benessere familiare, nella produttività agricola e nella parità di genere. Sono maggiori i progressi nella lotta contro la povertà, contro la violenza di genere e contro la diffusione dell’HIV e dell’AIDS». Le parole di Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttore esecutivo di UN Women, annunciavano la prima celebrazione della giornata mettendo in evidenza i vantaggi di una maggiore partecipazione delle donne in mestieri che a prima vista non sembrerebbero troppo ‘femminili’.

Invece anche l’Unione Africana ritiene che se più donne si dedicassero all’agricoltura le comunità ne ricaverebbero un maggiore benessere e così tutto il pianeta. Proprio l’AU ha istituito il decennio AWD (African Woman Decade (Decennio delle donne africane) tra il 2010 e il 2020, per sostenere l’empowerment delle donne. 

Un recente rapporto di IFAD (International Fund for Agricultural Development, una sezione della FAO) e di ILO (International Labour Organization) dice inoltre che le donne dell’intero pianeta sono simili per un altro motivo: «il 90% dello scarto tra i compensi di uomini e donne, sia in Paesi sviluppati, sia non sviluppati, resta inesplicabile; in altre parole, è da attribuirsi alla discriminazione di genere». E ancora: «L’enorme contributo economico del lavoro non ricompensato va comunque riconosciuto così come occorre adottare appropriate misure per redistribuire il carico dei lavori di casa». Redistribuire tra uomini e donne, ovviamente.

Un altro rapporto, stavolta della FAO, spiega come la povertà relativa colpisca molte persone tra quelle regolarmente occupate in agricoltura e in diverse aree del pianeta. Per esempio, nel 2008 e in Asia meridionale, si trattava del 45.5% dei lavoratori; nell’Africa sub-sahariana la percentuale sale al 58.6% dei lavoratori. In grande maggioranza si trattava (si tratta) di donne. 

Parliamo di mondi lontani? Non vogliamo dire che le donne vivono condizioni più difficili degli uomini praticamente ovunque nel mondo? UN Women insiste: il contributo delle donne sarà decisivo per lo sviluppo e il progresso del futuro del pianeta. Qui il messaggio per la ‘Giornata della donna’ 2014: Equality for women is progress for all.

Nel Global Gender Gap Report 2013 l’Italia occupa una posizione non invidiabile: siamo scesi inesorabilmente dal 67° posto del 2008 all’89° per quanto riguard ala partecipazione femminile nel mercato del lavoro (su 135 Paesi esaminati). Quanto a parità di retribuzione siamo al 124° posto.

Cosa accade alle donne italiane impegnate nei cosiddetti lavori ‘di cura’ (assistenza e cura di figli, parenti anziani, membri della famiglia non autosufficienti)? Accade che versano molti meno contributi degli uomini, pertanto mediamente faticano a conquistarsi una pensione decente.

Tutti questi motivi ci hanno indotti a scrivere di donne scegliendo volutamente di non farlo l’8 marzo, ma il 10. Prima di tutto perché di rispetto e di parità bisogna parlare sempre e comunque. Poi perché il grande  tema del ‘femminicidio’ occupa le cronache quotidiane, ma punta l’attenzione sulla punta di un iceberg (e quell’iceberg ci trasporta tutti e tutte). Infine perché il vero e grande problema della partecipazione della donna nell’economia e nella politica e nel mondo del lavoro è la fondamentale difficoltà nell’assumere un punto di vista equo e giusto, che preveda anche le corrette politiche di welfare là dove servono: cura dei familiari, adeguamento degli orari di lavoro, spirito di collaborazione e valutazione meritocratica dei risultati. Formule vuote? Stiamo per aprire uno spazio dedicato alle donne e ai punti di vista sulla questione di genere, sotto gli aspetti della cultura, dell’economia, anche della violenza subita e prodotta e su quanto potrebbe migliorare la nostra società assumendo un approccio sensibile alla differenza. 

Quali sono i settori nei quali una visione ‘al femminile’ è un potenziale fattore di sviluppo? Facciamo un primo esempio: scienza. In questo campo le donne si specializzano meno degli uomini. Gendered Innovations in Science, Health & Medicine, and Engineering predisposto da L. Schiebinger (Stanford): « Un esempio sono i 10 farmaci che sono stati ritirati dal mercato americano negli ultimi anni a causa dei loro effetti collaterali molto gravi: 8 di questi mettevano a rischio soprattutto le donne. Non solo sono stati sprecati milioni di dollari per lo sviluppo di questi farmaci, ma si sono causate morti e sofferenze». Significa anche ridurre i costi sociali portati dagli effetti collaterali, sviluppare nuovi filoni di ricerca, migliorare obiettivamente le cose.

Secondo ambito: agricoltura. Il contributo femminile cresce anche in Italia. Non ci si dovrebbe sorprendere di vedere ancora le donne agricoltrici come le loro nonne e anche -ancora- responsabili del ‘lavoro di cura’ di figli, parenti e mariti. Per l’8 marzo Coldiretti ci dà la notizia con i dati di un’indagine: sono 227.894 le imprese agricole italiane guidate da una donna, quasi una su tre del totale (elaborazione di dati Unioncamere riferiti al 2013).

Sorprende un po’ di più che in percentuale e  dopo il commercio l’agricoltura sia il secondo settore economico italiano per presenza femminile. Una presenza che si esprime specialmente nelle imprese innovative dell’agribenessere, del recupero di antiche varietà, della pet therapy e simili. Dobbiamo però ricordare che le donne restano anche la principale linea di trasmissione delle culture tradizionali (per esempio con le filastrocche o le ricette di famiglia) che entrano in rapporto diretto con la storia e con la dimensione ‘locale’.

‘Legate alla terra’  sono molte delle grandi sfide del futuro: quella alimentare, quella ambientale, quella dello sviluppo sostenibile. Nei paesi meno sviluppati del nostro è una sfida contro la fame quotidiana, ma anche nei Paesi sviluppati l’innovazione e la qualità della vita fanno appello a nuove forme di convivenza. Abbiamo ancora bisogno di imprenditoria rurale e di mantenere un contatto con la terra, guardando un po’ al passato, in cerca di nuovi spazi di sviluppo. « La multifunzionalità, che è la caratteristica principale delle aziende agricole condotte da donne, genera più occupazione perché sviluppa attività particolari che si affiancano a quella principale per fornire un prodotto o un servizio particolare». Lo dice Lorella Ansaloni, responsabile nazionale di Donne Impresa Coldiretti.  

Allargando la prospettiva possiamo infine citare un lavoro di Magda Bianco, Francesca Lotti e Roberta Zizza, realizzato per la Banca d’Italia sul tema Le donne e l’economia italiana. Alcuni dati, riferiti al 2013: nella fascia di età 15-64 anni il differenziale di occupazione uomo-donna è di 19 punti percentuali. AlmaLaurea 2013 dice che  « a un anno dalla laurea specialistica lavora il 63,0 per cento dei maschi, contro il 55,5 delle femmine ». Si rinvia al testo completo del report Le donne e l’economia italiana per altre informazioni sul differenziale salariale, sull’accesso al credito, sulla discriminazione professionale, sull’assenza del welfare. Sono dati che, sebbene meno gravi rispetto a dieci o vent’anni fa, sottolineano quanto sia diverso essere donna o uomo quando ci si misura con il mercato del lavoro. Secondo i dati delle indagini Uso del tempo Istat « le donne svolgevano nel 2008-09 il 76 per cento del lavoro familiare, solo nove in meno rispetto al 1989 ».

Del 6 marzo un convegno Rai sulle donne in economia. Cosa dice? Che ci sono poche donne nelle banche -specie ai vertici-, poche quelle che si occupano di economia, troppe quelle che devono lasciare il lavoro per occuparsi della famiglia. Concludiamo citando Annamaria Simonazzi (docente di Economia politica alla Sapienza di Roma): « All’inizio della débacle economica i più colpiti sono stati gli uomini perché erano ai vertici delle banche o delle aziende, ma poi le politiche di austerity, che hanno portato a tagli e licenziamenti, hanno colpito di più le donne. Servono investimenti sociali, questa la sua conclusione, per favorire la crescita ». Dati che fanno riflettere. 

 

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