mercoledì, Settembre 22

Donne Maya che ricamano con fili d'oro 40

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guayabera maya Yucatan

Sono nonne, madri, figlie e nipoti, discendenti dei Maya, che hanno trovato il modo di guadagnarsi da vivere recuperando le loro tradizioni artigianali. Il ricamo, lo sfilato e le abbottonature secondo l’antica usanza sono le attività prevalenti per confezionare un capo elegante, la cui paternità è oggetto di disputa tra Cuba e Yucatan: la “guayabera”.

La guayabera dello Yucatan, divenuta famosa in Messico verso la fine del XIX secolo, dal 2007 è elaborata in maniera artigianale nei minimi dettagli, e rappresenta un mezzo di sussistenza per circa 200 famiglie di etnia maya che vivono nei territori di Tekit, Chumayel e Motul, paesi dello Yucatan. Attraverso la casa Mandalay (anch’essa nata nello Yucatan), le donne maya e, a poco a poco, anche alcuni uomini, elaborano a mano le tradizionali camicie di stoffa leggera adatte ai climi caldi.

Di origine cubana, la guayabera ha questo nome per la forma delle sue tasche sul petto e sull’addome, che servivano per portare precisamente i frutti di guaiava. Oggi, grazie al lavoro realizzato a mano, sono diventate un prodotto unico. Le artigiane usano fili d’oro, bottoni d’argento e lino italiano; per confezionare un solo capo sono necessarie due settimane, in cui la camicia passa per diversi paesi dello Yacatan. Si tratta di un prodotto d’esportazione e di un’opportunità per eliminare finalmente il divario sociale degli indigeni che vivono ancora dell’elaborazione di prodotti artigianali. I problemi delle comunità indigene sparse in diversi Stati della Repubblica sono, fondamentalmente, dovuti alla posizione (non solo geografica) di queste popolazioni rispetto alla società messicana. Ciò spiegherebbe, secondo l’Universidad Autónoma de Yucatán (UADY), nella parte sudorientale del Messico, la situazione socio-economica che vivono queste comunità.

Nello Yucatan, dove i maya hanno lasciato la loro eredità sotto forma di resti archeologici, di conoscenze matematiche e astronomiche, il 32,2 per cento della popolazione guadagna a malapena un salario minimo a giornata. Il salario minimo, in quello Stato sta situato nel livello B, fissato dalla Comisión Nacional de Salarios Mínimos, che equivale a 63,77 pesos al giorno. La popolazione complessiva dello Yucatan nel 2010, data dell’ultimo censimento generale organizzato dall’Instituto Nacional de Estadística y Geografía (INEGI), era di 1 milione 955 mila 577 abitanti; più di 970 mila sono indigeni. Sul totale degli abitanti, un altro 36,7 per cento (oltre 125 mila persone) ha entrate comprese tra 1 e 2 salari minimi al giorno; mentre il 14,8 per cento della popolazione, non ha alcuna entrata. Nello Yucatan vivono più donne che uomini, giacché le persone di genere femminile sono 992.244, mentre gli uomini 963.333. Ed è la donna, in qualità di capo famiglia, quella che deve cercare un lavoro.

Questo progetto produttivo ha un grande impatto sociale, sostiene il suo promotore Sixto Villegas Rejón. L’imprenditore tessile fabbricava “guayaberas” per negozi self-service transnazionali; tuttavia, in seguito a una crisi negli affari, nel 2007 ha deciso di tornare al prodotto di lusso, con materiali più eleganti e organizzando il lavoro artigianale indigeno. Sixto Villegas, con questa idea, è riuscito anche a recuperare una parte della mano d’opera dell’etnia maya che, dice, si stava perdendo. «Usiamo i filati più raffinati del mercato messicano, mentre il lino è italiano, e viene importato nel nostro paese attraverso grossisti».

L’iniziativa è stata dedicata alle donne, come un’offerta lavorativa in uno Stato in cui il 60 per cento di loro è senza lavoro. Contemporaneamente, Sixto Villegas ha scoperto che gli adulti e le persone della terza età cercavano di preservare il lavoro artigianale, insegnandolo alle nuove generazioni. Mentre le giornate di lavoro settimanale nell’industria della costruzione o nei campi sono pagate, nello Yucatan, secondo una media di 500 o 600 pesos messicani la settimana; nel confezionare guayaberas, una persona può guadagnare tra 900 e 1.200 pesos, assicura Villegas Rejón. La Guayaberas Mandalay sta assumendo persone anche di 80 anni.

Il lavoro artigianale realizzato da queste 200 famiglie, offre loro l’opportunità non solo di mantenersi, ma anche di accedere all’educazione; per combattere un’altra delle carenze che affliggono la comunità maya dello Yucatan. In tutto lo Stato, infatti, su 100 persone maggiori di 15 anni, 7,4 non hanno nessun livello d’istruzione scolastica. Solo 58,2 hanno un’istruzione elementare e solo 0,4 su 100 hanno completato un corso di studi tecnico o commerciale.

Secondo quanto afferma lo studio più recente del INEGI, appena 15,3 su 100 abitanti dello Yucatan hanno portato a termine un grado di studi superiori. Avere un lavoro in casa per questi indigeni, è anche un’opportunità di abbattere il problema di alcolismo che affligge le comunità. La Dirección General de Epidemiología de la Secretaría de Salud messicana, ha concluso che lo Yucatan è il primo della lista con 485,53 casi di abuso di alcolici su 100 mila abitanti. Il segmento della popolazione più toccato dal consumo di bevante alcoliche è quello di giovani d’età compresa tra 20 e 24 anni, seguito da persone di 45-49 anni. Secondo Villegas Rejón, offrire un’occupazione agli artigiani maya contribuisce anche a prevenire i delitti; oltre al fatto che si allontanano da altre sostanze.

L’imprenditore calcola che in Messico, dalla Bassa California alla Penisola dello Yucatan ci sono 12 milioni di artigiani indigeni; e bisogna lavorare su progetti che migliorino la loro economia. «I nostri governanti si ricordano degli artigiani solo quando vogliono fare bella figura, ma si dimenticano che sono persone che devono mangiare tutti i giorni. Se io sono riuscito a stimolarli con risorse personali, a maggior ragione loro lo possono fare», afferma. Sixto Villegas ha portato i modelli di guayabera confezionati dai maya a Abu Dhabi.

Ha viaggiato agli inizi del 2014 negli Emirati Arabi facendo parte di una mostra culturale, gastronomica e artigianale del Messico in tutto il mondo. Le camicie dello Yucatan hanno avuto molto successo all’esposizione e nel prossimo novembre parteciperà a un’altra esposizione, con l’idea di aprire in Dubai una boutique con i suoi prodotti. Il suo obiettivo è trovare canali di distribuzione, sicuro che il lavoro artigianale dei maya è un punto di forza.

 

LA MINACCIA DELLA PIRATERIA

«La commercializzazione dei prodotti artigianali realizzati da indigeni non è facile», dice Octavio Murillo Alvarez de la Cadena, laureato presso la Escuela Nacional de Conservación Restauración y Museografía del Instituto Nacional de Antropología e Historia y la Secretaría de Educación Pública, specialista in arte indigena e restauratore di beni mobili. «Anche se certamente il pubblico che apprezza i prodotti fatti a mano è in crescita, il settore che acquista capi di alta qualità è ridotto. Oltre a ciò va aggiunta la generale mancanza di informazioni sulle tecniche e sui motivi tradizionali dei popoli indigeni, ossia, i pezzi artigianali non sono valorizzati come meritano. Oltre a tutto questo bisogna tener conto della discriminazione e della scarsa diffusione delle opere artigianali come prodotto culturale. In realtà, gli sforzi compiuti dalle organizzazioni pubbliche, private e non governamentali dovrebbero dare priorità alle questioni di mercato, però non come merci marca, ma come prodotto culturale e artistico collettivo».

L’attività di Sixto Villegas, dal 1996, comprendeva capi come pareo, cappelli e altri capi per la spiaggia, per il turismo nella Penisola dello Yucatan. I suoi punti vendita erano diffusi a Cancin; ma, per la concorrenza dei prodotti cinesi, ha dovuto decidere di realizzare solo le guayabera. Guayaberas “contraffatte” hanno cominciato a comparire sul mercato circa sette anni fa e ciò ha condizionato le sue scelte.

La crisi della guayabera dello Yucatan ha obbligato i produttori locali a offrire la qualità, come valore principale del capo. Per Octavio Murillo, l’impatto della commercializzazione di prodotti di artigianato indigeno realizzati in Cina, è molto grave: «perché l’artigianato svolge anche una funzione di sostegno economico per le famiglie indigene. Viene, inoltre, sminuito così il diritto collettivo sul design delle comunità. Ecco quindi l’importanza del lavoro artigianale nelle famiglie e nelle comunità indigene Vi sono esempi di spicco di uno sviluppo artigianale senza pari, come nel caso dei carnieri realizzati dall’etnia “cora” che si reinventano in un’altra parte del Messico, con tecniche molto complesse come il tessuto in stoffa tripla o quadrupla. Una sfida matematica, tecnologica e artistica».

Lo sviluppo delle tecniche di invetriatura senza piombo in ceramica è un altro buon esempio. L’esperto d’arte, tuttavia, si allarma sempre di fronte alla perdita di certe espressioni, che in genere erano prodotti di autoconsumo nelle comunità indigene. «In questi casi non si perde solo un certo tipo di pezzi artigianali, ma tutte le conoscenze che vi sono alla base».

 

LE MANI MAYA

In ognuna delle comunità implicate nell’elaborazione delle guayabera Mandalay, si aggiunge qualcosa al capo. La stoffa è tagliata a mano con forbici, una per una, spiega Sixto Villegas. Si segnano i punti dove si effettuerà la sfilatura, si manda la stoffa a chi toglierà i fili in maniera verticale, formando figure. Si lavora con filo speciale per realizzare la decorazione. Si spedisce quindi la camicia in un altro laboratorio artigianale per applicare le tasche, sempre una per una servendosi di uno strumento manuale. Quindi si uniscono le parti e i capi si mandano nelle case per il ricamo.

Il lavoro di sfilatura impiega da due a sei giorni a Motul, la ricamatura fra tre e dieci giorni per capo a Tekit e a Chumayel. Alla fine si lava, si stira e si inamida la camicia per offrirla ai clienti, che vanno da turisti giunti a Merida, Yucatan, a presidenti del Messico, come l’ex governatore Felipe Calderón Hinojosa. Il prezzo di un capo può raggiungere anche i 9 mila pesos.

Cosa ci vuole per promuovere progetti produttivi di artigianato indigeno messicano? Lo specialista messicano Octavio Murillo, ritiene che sia necessario «un lavoro coordinato tra le organizzazioni pubbliche, private e quelle non governamentali, così come una regolamentazione rispetto all’uso dei motivi tradizionali. Devono esistere strutture che consentano di posizionare nel mercato i prodotti artigianali tra i vari settori della società e bisogna allargare l’accesso al patrimonio culturale indigeno, affinché sia maggiormente valorizzato».

 

Traduzione di Marco Barberi

 

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