domenica, Settembre 19

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L’ultimo Global Gender Gap Report, indagine che mostra lo stato delle diseguaglianze di genere in 136 Paesi del mondo, è stato pubblicato nel 2013 e mostra come i Paesi scandinavi siano ai primi posti rispetto alle dinamiche di genere. Se l’Italia è passata dall’80° al 71° posto in classifica, grazie all’aumento di donne in Parlamento, Islanda, Finlandia e Norvegia si contendono il primo gradino del podio, confermandosi i Paesi con la più alta parità tra uomo e donna. 

In particolare in Norvegia gli ideali di uguaglianza tra i generi sono presenti sin dall’inizio del ventesimo secolo, quando vennero emanate leggi radicali sul benessere sociale della donna legate alla retribuzione oraria, alla maternità e alla situazione di genere nella vita pubblica e privata. Leggi che hanno contribuito a fare della Norvegia lo stato progressista ed egalitario o che è ora. La nazione dei fiordi è stata poi una delle prime nazioni a dare alle donne il diritto di voto, nel 1913, ed anche uno dei primi Paesi al mondo ad eleggere un primo ministro di sesso femminile, Gro Harlem Brundtland (aveva otto donne nel suo gabinetto, un numero incredibile al tempo), nel 1981, che servì in questa posizione per la maggior parte degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta.

Purtroppo però, sotto la superficie dorata di una società in cui uomini e donne sono alla pari, vi sono ambiti in cui permangono decisive differenze, riconducibili con pochi dubbi a mere questioni di genere. Ad esempio, se è vero che il 40%  dei rappresentanti in Parlamento è di sesso femminile, solo una donna su dieci riesce ad arrivare ai vertici, come direttore, dell’azienda per cui lavora. Differenze poi vi sono anche a livello retributivo, dove permane un significativo divario tra gli stipendi degli uomini e quelli delle donne. La parità di genere è uno dei capisaldi dell’Unione europea ed è sancita dai trattati sin dal 1957 e trova attuazione nella direttiva 2006/54/CE sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, ma nonostante questo in generale in Europa le donne lavorano 59 giorni l’anno a salario zero. Durate la Giornata europea per la parità retributiva, celebratasi il 28 febbraio, la Commissione europea ha inoltre rilasciato un documento che segnala come differenziale salariale tra i gemerei sia attorno al 16% come media europe, ma tocchi picchi vicino al 20% anche in Paesi insospettabili, come la Norvegia appunto. Vi è poi il problema delle violenze sessuali, di cui sono vittime ancora troppe donne, circa il 9,4%. Tra queste, metà sono state vittime in età adolescenziale, prima cioè di compiere i diciotto anni. Solveig Horne, ministro dell’Infanzia e delle pari opportunità, ha dichiarato che occorre parlare di più di questo fatto se si vuole sconfiggerlo, «Dobbiamo avere il coraggio di sfatare questo tabù, come politici abbiamo il compito di dare una mano a coloro che hanno bisogno di aiuto». 

Per comprendere a fondo la questione delle politiche di genere in Norvegia, un modello sì imperfetto ma sicuramente più avanzato rispetto a molti altri casi europei, abbiamo sentito Mona Larsen Asp, vice-presisente per le Pari Opportunità in Norvegia, e a lungo parte del Center for Gender Equality di Oslo.

 

La Norvegia è famosa per la propria società progressista, ma si può dire che vi sia una vera corrispondenza, a livello di pari opportunità, tra le leggi emanate e quanto accade nel Paese?

Nel mio Paese le pari opportunità sono tutelate dalla legge da moltissimo tempo, tuttavia la tutela giuridica non è ancora abbastanza, c’è bisogno di altri mezzi per realizzare concretamente la parità dei sessi. Fondamentale in ambito politico è stata la legge di quotazione che garantisce almeno il 40% di donne al governo. Introdotta da Gro Harlem Brundtland durante il suo mandato come capo del governo in Norvegia, questa è una legge rispettata da tutti: nessun premier può prescindere dalla prevista quotazione di donne nel proprio governo. Purtroppo però ciò non è ancora accaduto, nell’ambito privato, dove si è registrato solo il 5 % di donne negli incarichi più alti. In questo campo c’è ancora tanta strada da fare.

Da cosa è dovuto questo divario tra il settore pubblico e quello privato?

Nel settore pubblico lavorano più donne, ben il 70 % del totale. Nel settore privato, invece, vi è una maggioranza di uomini, il che rende più ardua la scalata ai vertici da parte delle donne. A ciò va aggiunto poi che nel settore pubblico sono state eliminate le differenze di salario, che invece permangono, sensibilmente, in quello privato. Molto spesso nel settore privato gli uomini non identificano nelle donne potenziali risorse preziose, accusandole di essere loro stesse a non ambire ad incarichi di prestigio poiché divise tra famiglia e lavoro. Il traguardo da raggiungere non è che le donne debbano fare le stesse cose degli uomini, o avere gli stessi obiettivi, ma che abbiano le stesse opportunità.

Quali sono i margini di miglioramento rispetto alla tematica della parità di genere in Norvegia?

Ci sono sempre tanti margini di miglioramento, il primo sarebbe quello di sfatare i falsi miti, come quello che la parità è stata raggiunta. Purtroppo non è così. Oggi si punta a risolvere i gap di genere partendo dai singoli progetti: la politica, la maternità, il settore privato dell’economia. Bisognerà dunque puntare sempre più su singoli fattori, per esempio capire il perché le donne non entrino facilmente nel settore privato, o perché il loro guadagno è inferiore. Occorre comunque rendersi conto che la parità dei sessi non si otterrà mai interamente, ciò che si deve ottenere però è un cambiamento della visione che l’uomo ha della donna.

Nel Nord Europa, per mitigare il dilemma “maternità vs lavoro” che affligge molte donne sono state fatte politiche per agevolare le workingmums. In Norvegia qual’è la situazione? 

Nel nostro Paese alla donna viene concessa un’assicurazione maternità pari a 52 settimane pagate all’80%, di cui le prime 42 pagate al 100 %. Si sta pensando, tuttavia, ad aumentare il periodo di maternità attribuibile al padre, che ora ammonta a quattro settimane, ed è scelto da otto padri su dieci. Abbiamo poi un sistema di sussidi molto importante, in cui le donne ricevono un aiuto in base al lavoro che svolgono. Le madri senza lavoro invece ricevono un sussidio al momento del parto, oltre ad altri sussidi previsti dallo Stato per donne senza lavoro. Ad esempio si garantiscono aiuti al bambino per i sui primi cinque anni di vita. 

Il suo lavoro e i suoi studi l’hanno portata ad esplorare la questione di genere sotto molteplici angolazioni. Potrebbe darci dunque una definizione di parità dei sessi?Cosa significa realmente questo concetto? 

Innanzitutto quando si parla di parità dei sessi non si dovrebbe pensare che è una cosa che le donne devono conquistarsi e garantirsi, la responsabilità è della società in generale. Infatti agli uomini è convenuto acquisire la parità dei sessi, perché le loro responsabilità sono diminuite. Io non credo che l’uomo e la donna debbano diventare uguali, però devo essere eliminate quelle differenze che sono discriminatorie, come quella sui salari.

 

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