mercoledì, Ottobre 27

Donne e scavi del Novecento field_506ffb1d3dbe2

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Bandini Egeo donne

L’8 marzo scorso si è tenuta al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia una conferenza incentrata sul ruolo ricoperto dalle donne nell’archeologia tra la fine dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del secolo scorso, presente Giovanna Bandini, autrice del volume ‘Lettere dall’Egeo. Archeologhe italiane tra 1900 e 1950’.

L’autrice, laureatasi a Roma in filologia micenea nei primi anni Novanta e poi addottoratasi in Storia delle scritture femminili, insegna italiano e latino nei licei e fa parte della Missione Archeologica Italiana in Libia, da cui si comprende il suo interesse per l’argomento.

Tuttavia, è emerso dalla sua esperienza che nel ricostruire la presenza delle donne nella pratica della scienza archeologica in Europa si è rilevata un’apparente assenza di fonti fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. In realtà già dall’Ottocento vengono fuori i nomi di due principesse romane, Ersilia Caetani Lovatelli (1840-1925) e Marianna Candidi Dionigi (1756-1826), talmente ricche e libere da poter dedicare il loro tempo alla ricerca di antichità. La prima teneva un salotto culturale e scriveva molti articoli su reperti di età romana con estrema competenza, la seconda fu una buona pittrice paesaggista e appassionata di antichità del Lazio, tanto da lasciarne una sorta di mappa illustrata con le sue vedute. Esse non sono state prese sul serio come iniziatrici degli studi di archeologia, e perciò mai menzionate nella storiografia della materia, ma piuttosto superficialmente relegate al ruolo di nobildonne colte con l’hobby dell’antico.

Con l’inizio del Novecento e per tutta la prima metà del secolo compaiono invece, anche nei testi ufficiali di storia dell’archeologia, nomi femminili con piena dignità scientifica di cui si menzionano fra le altre: Luisa Banti per l’etruscologia e soprattutto per l’archeologia egea, Margherita Guarducci per l’epigrafia greca, Pia Laviosa Zambotti per l’archeologia preistorica, Medea Norsa per la papirologia, Eva Tea per la storia dell’arte classica e Paola Zancani Montuoro per l’archeologia della Magna Grecia che condusse scavi con Umberto Zanotti Bianco. Sono tutte donne dalla vasta produzione scientifica, e in grado di sopportare disagi e difficoltà di un’attività molto dura sul campo e negli scavi, che hanno lasciato così testimonianza del loro passaggio nella storia. Non mancano le figure di illustri archeologhe straniere, come quella dell’americana Harriet Boyd che all’inizio del Novecento impegna la sua borsa di studio lasciando la più tranquilla città di Atene per dirigere uno scavo tutto suo, e prima fra le donne, a Creta, dove scoprirà il sito miceneo di Gournià.

Il libro di Giovanna Bandini, edito nel 2003, tenta di recuperare anche le  figure di donne e studiose meno note, attraverso le scritture private di vario genere: lettere, diari, memorie, appunti e interviste per farle uscire dall’anonimato.

La Scuola Archeologica Italiana di Atene, importante istituzione del nostro paese all’estero fondata nel 1909 e preceduta dalla famosa Missione Archeologica Italiana a Creta risalente al 1899, costituisce una meta fondamentale per studiose e studiosi nel secolo scorso, ma soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale. Unendo i dati ricavati dal suo vasto archivio con quelli recuperati e pertinenti all’allora Regia Scuola Nazionale di Archeologia di Roma (ancor oggi Scuola di Perfezionamento post laurea dei giovani archeologi), questi ultimi ritrovati dall’autrice in un seminterrato dell’Università La Sapienza di Roma, si è venuta delineando una presenza femminile meno sporadica e più consistente di quella che si immaginava all’inizio, con un ruolo di allieve di alto livello specialistico che non sempre diventa in seguito affermazione professionale per motivi personali o esigenze economiche che spinsero molte di esse a ripiegare sull’insegnamento nelle scuole.

Anche dall’accesso all’archivio privato (con ricco epistolario) dell’architetto-archeologa Enrica Fiandra, allieva della Scuola di Atene negli anni Cinquanta, e amichevolmente collaborativa con Bandini, così come dai contatti e da una lunga intervista rilasciata da Margherita Guarducci prima della sua scomparsa, ci viene offerta una visione insolita dell’istituzione dall’interno e la possibilità di completare il quadro delineato dai documenti tratti dagli archivi ufficiali. Siamo, però, già in un epoca in cui la differenza tra donne e uomini sul fronte scientifico va pian piano scemando.

Da ricordare che  tra queste studiose c’era anche Fanny Finzi, che negli anni ’40 fu Administrative Assistant della Subcommission for Monuments, Fine Arts and Archives della Commissione degli Alleati in Italia, una sorta di Monument Men in gonnella.

Sono tutte donne che univano lo spirito di avventura ad una voglia di libertà e scelsero di dedicarsi ad uno dei lavori ancora riconosciuto, nei primi decenni del secolo scorso, come prerogativa maschile in quanto la donna doveva dedicarsi alla famiglia e alla casa, secondo l’opinione comune. Queste archeologhe sono state delle pioniere che, grazie a sacrifici anche personali in paesi distanti e disagiati come la Grecia ancora sotto la dominazione turca o appena uscita da essa, hanno aperto la strada della professione anche alle donne moderne.

 

Giovanna Bandini, come ha avuto l’idea di questo libro?

Il libro nasce dalla mia tesi di dottorato, quindi l’idea della ricerca era quella di scavare, non nei luoghi fisici archeologici, ossia nei siti, ma negli archivi, per rintracciare documenti privati di queste donne che fossero diari, o carteggi per ricostruirne la presenza nella storia dell’archeologia, che altrimenti dai manuali o dalle pubblicazioni accademiche sembrava quasi nulla fino alla seconda guerra mondiale, l’anno di avvento di massa nelle professioni. I risultati di questa ricerca sono venuti fuori grazie a tante persone che mi hanno aiutato e a tanto lavoro, perché sono andata proprio a caccia di archivi. A Roma ho ritrovato quello della prima Scuola Archeologica di Roma che non si sapeva di avere, ho lavorato inoltre ad Atene e poi nell’archivio privato di Enrica Fiandra. Alla fine è emerso un lavoro particolare, che soprattutto fino ad una quindicina di anni fa non c’era e che ha vinto un premio a Firenze, il Premio Franca Pieroni Bortolotti; poi la casa editrice Giunti, che è di Firenze, mi ha chiesto di pubblicare ed io ovviamente ho detto di sì.

Quali donne vi sono delineate?

C’è una parte generale sulle allieve della Scuola Archeologica Italiana ad Atene dalla sua fondazione nel 1909 (anche se la prima donna trattata e che vi compare come allieva risale al 1914) fino allo scoppio della prima guerra mondiale. All’interno di questo gruppo emergono alcuni nomi, come quelli di Margherita Guarducci e Paola Zancani Montuoro, mentre la seconda parte del libro è relativa all’archivio di Enrica Fiandra. C’è anche un capitolo dedicato ad Harriet Boyd, la prima donna in assoluto a dirigere uno scavo archeologico nel 1901 a Creta nel sito di Gournià, e poi quello dedicato ad Emilia Rosmini De Sanctis, moglie di Gaetano De Sanctis, che ha lasciato un diario straordinario nel 1912, intitolato ‘Dalla Canea a Tripoli’, un’esperienza di viaggio insieme al marito, storico dell’antichità, prima a Creta e poi quando Halbherr, Direttore della Missione Italiana nell’isola, decide di andare in missione in Libia, anche in Africa. Questo diario è scritto molto bene, è particolare perché costituisce un documento di quei luoghi visti con gli occhi di un’italiana e di una donna del tempo. Vi è una piccola introduzione, come prequel, che riguarda l’origine di tutto questo, ossia la fondazione della Missione Archeologica Italiana a Creta ad opera di Federico Halbherr.

Quali di queste donne ha conosciuto personalmente?

Ho avuto la fortuna di conoscere Margherita Guarducci nei suoi ultimi anni di vita, perché è morta nel 1999 a 98 anni, infatti era nata nel 1901 o 1902. Ho potuto anche intervistarla ed è stata gentilissima, in quanto mi ha raccontato quasi tutta la sua vita interrogandomi ad un certo punto su quello che sapevo di epigrafia greca, della storia della tomba di San Pietro. È stato molto bello poter sentire dalla sua voce sia la storia delle sue esplorazioni a Creta negli anni trenta, sia la scoperta a Roma della tomba di San Pietro che per lei, religiosissima, era un evento straordinario, quasi un segno del destino, trovare i resti di San Pietro. Ho conosciuto e lavorato con Enrica Fiandra, persona straordinaria e serissima, che ha accumulato una tale quantità di materiali nella sua vita (carte, cretule, fotografie, disegni, taccuini da viaggio, libretti e diari di scavo, lettere personali e tecniche) da metterla a disposizione di giovani studiosi. Ella ha fatto lavorare un sacco di ragazzi e ragazze, chiamandoli nella Missione ‘Tempio Flavio’ in Libia a scavare o affidando loro parti del suo archivio.

Parlavamo di Margherita Guarducci: ci descrive questa celebre archeologa?

Io l’ho conosciuta che aveva già l’aspetto di una dolce nonnina, ma in realtà sotto era un sergente di ferro. Aveva un carattere straordinario, una determinazione potente e una fede incrollabile, da persona che ha riassunto la sua vita in cinque parole: «Io ho fatto quel che dovevo». Devo dire anche che era una studiosa particolare, di una disciplina, di un’attenzione, di una cura meticolosissima, diligente, a cui non sfuggiva nulla: insomma un esempio di metodo.

Quale donna l’ha colpita di più?

Oltre ad Enrica Fiandra, che ho conosciuto personalmente, la mia passione è stata Harriet Boyd, archeologa americana che ha scoperto il sito di Gournià a Creta ed anche lei ha lasciato una sorta di diario di questa esperienza. Non ha mai scritto un libro, cosa che a me come scrittrice colpisce, perché vivere un’esperienza del genere mi farebbe subito stilare quanto meno un diario. Ha lasciato, però, due lunghi racconti nell’‘American Journal of Archaeology’ in cui descrive tutta l’avventura del viaggio attraverso Creta e la scoperta di Kavousi e Gournià. L’esperienza non solo di scoprire, ma di fondare e dirigere uno scavo, il rapporto con gli abitanti del luogo, l’emozione di trovare i reperti e la capacità di ricreare in quei luoghi una situazione antichissima perché praticamente nello scavo da lei diretto gli operai avevano costituito, col suo permesso e incentivo, una sorta di assemblea chiamata boulè, come quella dei Greci dell’età classica: una storia davvero straordinaria! E poi era una donna che andava sugli scavi di Creta non vestita da uomo, ma elegantissima, da vera bostoniana, abbigliata in quella maniera alla moda con le gonne lunghe e il cappellino. C’è una foto splendida della missione, il giorno della partenza, con la guida di Boyd, che era un uomo del posto vestito in costume cretese con braghe e corsetto, l’archeologa vestita da bostoniana insieme all’amica Jane Patten, biologa che studiava la vegetazione del posto e la madre di colui che faceva loro da guida, con la mansione di cuoca e che rappresentava una garanzia sia come protezione, perché le ragazze non venivano lasciate sole con un uomo, sia per provvedere al loro rifocillamento ed aiuto.

Cosa accomuna e differenzia queste donne?

Quello che hanno avuto tutte in comune è stata la passione e la determinazione: l’idea di non farsi minimamente ostacolare dal fatto di essere donne, cosa che negli anni ’50 appare scontato perché siamo già nel dopoguerra. Non c’è niente da fare: lo spartiacque è stata la Seconda guerra mondiale. Negli anni ’50 non esiste quasi più la differenza tra i sessi in senso negativo per le donne, ma sino alla fine degli anni ’30 purtroppo bisognava superare questo ostacolo costituito dalla protezione maschile, che era tutela e vincolo al tempo stesso. La protezione alla fine era una gabbia. Quello che accomuna tutte le donne trattate era la volontà di non farsi fermare da questa condizione di inferiorità, ma andare avanti forti di un desiderio, di una passione per lo studio e la ricerca.

Le differenze sono varie: ci sono quelle che hanno avuto atteggiamenti, comportamenti e modo di presentarsi nell’abbigliamento prettamente maschili, come per esempio la Van Deman o Enrica Fiandra, e quelle che andavano con tutta la loro femminilità anche esteriore, come la Guarducci, la Boyd, Paola Zancani Montuoro e tante altre.

Pensa che lo spirito di avventura abbia contribuito come valore aggiunto alla professionalità di queste donne?

Senza un po’ di spirito di avventura non avrebbero fatto questa vita, non avrebbero fatto queste ricerche, non si sarebbero spinte così in là. Questa volontà e spirito le hanno spinte, le hanno sostenute. Qualcuno dice che dovremmo ridimensionare questa convinzione perché negli anni ’50 era più normale avere tali aspirazioni, ma Enrica Fiandra a Creta negli anni ’50 andava in giro a dorso di mulo con la sella di legno, mentre a Rodi andava in giro anche in Vespetta (cosa che come diceva lei «fa tanto archeologa moderna») e dormiva negli attendamenti, e a volte non c’erano uomini sul posto. C’erano dei luoghi dove non era stato costruito nulla e ci sono dei racconti di lei Fiandra che vive sul campo con gli operai e narra di come si viveva sia durante gli scavi del giorno che nei momenti di relax alla sera, quando gli operai alla fine del lavoro suonano o cantano. C’era tra loro anche uno che raccontava le storie e si creava una specie di comunità che si riuniva attorno al fuoco a mangiare e a bere: una realtà che fa pensare agli aedi antichissimi, all’epoca di Omero.

La sua laurea in filologia micenea è stata determinante per la scrittura di questo libro?

Forse no. È stato determinante l’approccio filologico alle cose: tutti gli studi che ho fatto dopo la tesi (che la mia relatrice Anna Sacconi diceva che non doveva essere meno che perfetta e che mi ha sicuramente insegnato la cura nella ricerca) sono stati portati avanti nel cercare di risalire il più possibile alle fonti originarie: e nel caso di questo libro sta a significare andare in archivio e ritrovarvi i documenti, non farsi bastare fonti e manuali scritti da altri, ma cercare il testo primo.

Come si rapporta lei con queste figure femminili di inizio Novecento?

Da un lato le sento piuttosto vicine perché questo spirito d’avventura è anche in me, altrimenti non mi sarei lanciata in questo lavoro e non avrei avuto questa passione nel farlo. Poi c’è anche un sentimento di grande ammirazione perché ci vuole coraggio a lasciare tutto e tutti (casa, famiglia, affetti) e andarsene da sole in giro a scoprire il mondo, e le sue origini, anche se poi capisco che è quello che succede quando si va in un luogo come la Grecia, dove senti che siamo nella culla del nostro mondo, non ti manca più nessuno e lì c’è una sensazione di tale appartenenza alla terra e un tale rapporto con le origini che è come se si fosse protetti dal luogo, come se là ci fosse tutto ciò che ci serve.

Nella conferenza lei ha detto che le donne della scuola di Atene sono fondamentali: ci spiega meglio?

Sono fondamentali perché sono quelle che hanno contribuito più di tutte a creare il precedente nella tradizione, ovvero a far sì che fosse normale il fatto che le donne potessero andare a studiare archeologia all’estero. Esse hanno creato ciò che è indispensabile per fondare l’appartenenza ad una professione.

Fanny Finzi tra i Monument Men?

Sì, ci ho pensato quando lo dicevo. C’è una donna tra i Monument Man e non lo si sa. Non era mai stata menzionata una Monument Woman. Ed è italiana!

 

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