sabato, novembre 17

Donald Trump, Presidente in difficoltà? Il crescendo di tensione che ha caratterizzato le ultime settimane pare rafforzarlo anziché indebolirlo

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L’editoriale pubblicato negli scorsi giorni dal ‘New York Times’ riguardo alla ‘resistenza’ che esisterebbe anche agli alti livelli dell’amministrazione USA contro Donald Trump ha sollevato un (prevedibile) vespaio. La reazione del Presidente è stata in linea con la sua immagine ‘sopra le righe’, così come in linea con i rispettivi profili sono state le dissociazioni dei suoi principali collaboratori, dal Vicepresidente Pence al Segretario di Stato Pompeo, al Segretario alla Difesa, Mattis. Ancora una volta, tuttavia, quella che è emersa è stata l’immagine di un Trump in difficoltà, in questa occasione a tenere sotto controllo il malumore che serpeggia fra i suoi stessi collaboratori. Dopo gli scontri con la stampa e il mondo dei social e dopo le critiche che lo hanno investito per la posizione tenuta in occasione della morte di John McCain, un nuova tegola colpisce il Presidente nella lunga estate che precede il voto di midterm. Il dubbio (legittimo) riguarda il se e il quanto queste tegole influiranno sulle scelte degli elettori. Le elezioni di midterm sono, infatti, considerate un indicatore importante dello stato di salute di un’amministrazione e possono condizionare in maniera decisiva la capacità di azione del Presidente negli ultimi due anni del suo mandato.

Non stupisce che, di fronte al malcontento sollevato dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, il voto di novembre sia visto da molti (non solo nel Partito democratico) come un redde rationem. Una sconfitta repubblicana (specie se abbastanza pesante) non soltanto cambierebbe gli equilibri congressuali ma suonerebbe probabilmente come una sconfessione delle scelte fatte finora dall’amministrazione. Lo stesso Trump è apparso consapevole di questa possibilità. Nelle scorse settimane, per esempio, il Presidente ha anticipato più volte l’eventualità di una sconfitta repubblicana, enfatizzando i rischi che ci potrebbero essere qualora questa si materializzasse. Il timore di una sconfitta che gli analisti danno più che probabile (con un differenziale nei consensi che spazia fra il 5 e il 17%) contribuisce a spiegare sia l’attivismo di Trump, sia quello dei suoi avversari. Ma, se da una parte l’enfasi posta sui limiti umani e istituzionali del Presidente non fa che riaffermare posizioni ben diffuse nel variegato fronte anti-Trump, dall’altra l’appello del Presidente ‘alla sua gente’, spesso presente nelle esternazioni di questi giorni, rischia di rappresentare il vero ‘game changer’.

Il punto è che, sinora, Donald Trump si è dimostrato molto abile nel cavalcare l’umore mutevole dell’opinione pubblica e nell’indirizzarlo nella direzione preferita. Il fatto che, nei mesi trascorsi alla presidenza, il suo indice di gradimento sia salito dal 40% circa dei giorni dell’insediamento (inferiore al 46% circa del voto popolare che gli aveva aperto le porte della Casa Bianca) al 46% circa di oggi è un buon indice di questo stato di cose. Altrettanto buon indice di questo stato di cose è la base di consenso di cui il Presidente continua a godere nelle costituencies tradizionali del voto evangelico, della classe media bianca e del mondo delle imprese. Soprattutto, a differenza dell’opposizione sia esterna, sia interna al suo partito, Trump non sembra avere perso, con l’arrivo alla Casa Bianca, la capacità di imporre, ai suoi avversari e al Paese, l’agenda del confronto politico. Ciò vale anche (forse soprattutto) sui temi maggiormente divisivi. Da questo punto di vista, il Presidente appare più interessato alla capacità di una determinata issue di polarizzare le posizioni all’interno del Paese – alimentando, in questo modo, il consenso di cui egli gode – che al suo valore effettivo.

Anche a questo si lega il crescendo di tensione che ha caratterizzato le ultime settimane e che – paradossalmente – pare rafforzare il Presidente anziché indebolirlo. I problemi che un’opposizione divisa incontra nel presentarsi agli elettori con un progetto politico credibile mettono in luce quella che è facile presentare come la natura strumentale delle accuse rivolte a Trump. Allo stesso tempo, essi mettono in luce il presunto pragmatismo dell’azione trumpiana, pragmatismo cui si legherebbero – nella narrazione dei fatti data dalla Casa Bianca – i successi che l’economia USA continua a sperimentare. E’ un altro aspetto paradossale della situazione che la vita politica americana sta affrontando e che le prossime elezioni rischiano di accentuare. Non a caso, i sondaggi sono concordi nel rilevare la natura di ‘referendum sulla presidenza’ che tali elezioni sembrano destinate ad assumere e il ruolo che il giudizio dato su Donald Trump avrà nell’orientare un voto che mantiene pur sempre un’importante dimensione locale. Si tratta, tuttavia, di un’arma a doppio taglio, che se da una parte rischia di mettere in luce la fragilità della narrazione trumpiana, dall’altra rischia di mettere in luce quella di un’opposizione che continua a fare fatica a trovare una vera identità.

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