domenica, Maggio 9

Donald Trump, tra nemici interni ed esterni

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Poco meno di ventiquattro ore fa, l’ Iran è stato il teatro di un doppio attacco terroristico. Ad essere presi di mira non sono stati due luoghi qualunque, bensì il Parlamento e il Mausoleo in cui sono conservate le spoglie di Khomeini, del figlio e, da gennaio, di Akbar Hashemi Rafsanjani. Secondo il Ministero dell’ intelligence iraniana, il commando era composto da terroristi di origini iraniane che, poi, avevano deciso di aderire all’ Is per poi ritornare a settembre 2016 . Il bilancio dell’ attentato è salito a 13 morti e 52 feriti.

Nella serata di ieri, la Casa Bianca ha diffuso una nota in cui il Presidente Trump, dopo aver rimarcato il cordoglio per la morte di vittime innocenti, sottolineava che  « gli Stati che sponsorizzano il terrorismo rischiano di finire vittime della stessa malvagità che promuovono».

Oggi Teheran ha replicato alle parole del presidente americano definendole «ripugnanti». Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha a sua volta accusato gli Usa si sostenere il terrorismo e ha ribadito che «il popolo iraniano respinge le affermazioni statunitensi». Ma già poche ore dopo, le Guardie della Rivoluzione Pasdaran inneggiavano slogan contro gli USA.

La rinnovata tensione tra Iran e Stati Uniti avviene in un contesto mediorientale già fortemente compromesso dall’ altra crisi che l’ ha investito negli ultimi giorni: la rottura delle relazioni diplomatiche tra Qatar e Arabia Saudita (oltreché Egitto, Yemen, Bahrain, Emirati Arabi Uniti). La motivazione addotta dalle potenze del Golfo che hanno preso questa decisione è stata secca: l’ Emirato sosterrebbe e proteggerebbe «numerosi gruppi terroristici che minano a destabilizzare la regione, come i Fratelli musulmani, l’Isis e al Qaida» e diffonde «tramite i suoi media la visione e i progetti di questi gruppi, le attività di gruppi appoggiati dall’Iran nella regione saudita di Qatif e in Bahrain».

Non sembra peregrina l’ ipotesi secondo cui l’ Arabia Saudita, che poco meno di 15 giorni fa aveva ricevuto, nel suo primo viaggio all’ estero il Presidente americano con il quale ha siglato un accordo per l’ acquisto di armi a stelle e strisce, starebbe puntando ad affermare la propria leadership, forte del rinnovato sodalizio con l’ Oltreoceano, mettendo all’ angolo tutti coloro che non assumono una posizione chiara nei confronti del nemico di sempre, la Repubblica Islamica.

In questo senso, la frattura con il Qatar sarebbe figlia di un piano strategico più ampio che avrebbe come obiettivo l’ isolamento dell’ Iran che, nel 2015, aveva stretto l’ accordo sul nucleare con gli USA, vedendosi tolte, sebbene in parte, le sanzioni economiche. Circostanza che non aveva certo esaltato gli storici alleati americani, ovvero Arabia Saudita e Israele. Proprio quest’ultimo, attraverso il suo ministro della difesa Avigdor Lieberman, ha fatto sapere che considera la crisi in atto « un’opportunità per collaborare», avvicinandosi sempre di più alle potenze regionali islamiche di ispirazione sunnita.

Non va dimenticato, però, che, rispetto al Qatar, gli USA si trovano in una posizione di contraddizione: da una parte gli Stati Uniti sono alleati dell’ Arabia Saudita; dall’ altra però, proprio nell’ Emirato, ha sede una delle più grandi basi militari americani Centcom, che ospita 11 mila soldati americani e costituisce il centro per il comando, la logistica e la base di partenza per le operazioni dell’aviazione americana in Medio Oriente. Caratterizzata dalla più lunga pista di atterraggio del Golfo, la base in questione risulta in una posizione di assoluta importanza strategica.

Insomma l’ atmosfera sul Golfo pare essere più che surriscaldata. La tensione sembra però caratterizzare le stanze della Casa Bianca anche per quanto accadrà tra breve: infatti l’ ex capo del FBI, James Comey, linceziato da Trump il 9 Maggio, sarà ascoltato dalla Commissione  del Senato, in merito alle indagini circa una possibile interferenza russa nelle elezioni di novembre e quindi su una possibile collusione, durante la campagna elettorale, tra Trump, il suo staff e la Russia. In un documento di 7 pagine redatto da Comey e reso pubblico dal Senato alla vigilia della testimonianza, l’ ex primo del Bureau non lascia spiragli agli equivoci. Il Presidente avrebbe fatto pressioni affinché l’ FBI interrompesse le indagini sul conto di Flynn e il suo capo (ossia Comey) dimostrasse «lealtà, fedeltà» nei confronti del Comandante in Capo.

Per capire un po’ di più su come Donald Trump potrebbe affrontare i nemici interni e quelli esterni, abbiamo chiesto a Daniele Fiorentino, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d’ America presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’ Università degli Studi di Roma Tre.

 «Sottolineamo che gli Stati che sponsorizzano il terrorismo rischiano di finire vittime della stessa malvagita’ che promuovono». Queste le parole diffuse ieri dalla Casa Bianca. Oggi Teheran ha replicato definendole ripugnanti“. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha a sua volta accusato gli Usa si sostenere il terrorismo e ha rimarcato che “il popolo iraniano respinge le affermazioni statunitensi . L’ attentato di ieri rende ancor più complessa la già aggrovigliata situazione del Medioriente ?

Sicuramente sì. Possiamo dire che la situazione è complessa al punto tale che l’ Amministrazione Trump non sembra in grado di gestirla come dovrebbe. L’ avvicinamento che c’era stato con Teheran ai tempi di Obama sembra ormai purtroppo lontano. La situazione del mondo islamico è tale che richiederebbe un’ accorta politica estera degli Stati Uniti e questa è una posizione completamente diversa da quella che si è vista sin qui, ad esempio con il riavvicinamento all’ Arabia Saudita oppure sulla questione del Qatar.

A proposito della crisi diplomatica tra Qatar e Arabia Saudita, come si possono sviluppare i rapporti con il Qatar tenendo conto che quest’ ultimo è la sede di una delle più grandi basi militari americane nella regione e quindi di grande interesse strategico?

Questo tipo di problemi gli Stati Uniti se lo portano dietro da tempo nel rapporto con i Paesi arabi, in particolar modo con l’ Arabia Saudita. Da una parte gli interessi economici e dall’ altra la situazione geo-strategica. Il punto di equilibrio è pressoché impossibile da trovare anche perché sembra, come del resto si evince dalla sua politica estera, che Trump abbia rimesso tutto in discussione non con una linea politica chiara. Quindi dovrà bilanciarsi da una parte cercando di mantenere le alleanze che ha costituito ed ecco spiegato l’ allontanamento con l’ Iran, cioè per mantenere fede alle alleanze con cui tenta di poter proteggere gli interessi americani in quell’ area del mondo, dall’ altra trovando un punto di equilibrio con l’Arabia Saudita circa la posizione in Qatar. Secondo me, al fondo, il suo auspicio è quello di riuscire a mantenere il Qatar sotto il controllo degli Stati Uniti così da garantirsi la possibilità di dettare le regole del gioco, dato il ruolo che hanno in quella parte del mondo. Il problema è se poi si è in grado di fare.

L’ Iran rimane uno stretto alleato russo. Putin ha dichiarato che le relazioni con l’ America sono ai minimi termini dalla Guerra Fredda. Questa circostanza può costituire un ostacolo alla risoluzione della crisi mediorientale?

Assolutamente sì e anche lì c’è una contraddizione dal riavvicinamento iniziale. Il distanziamento da Mosca mette la politica estera americana a rischio portando gli Stati Uniti a perdere sempre più posizione a livello internazionale. Questo è il paradosso che si sta verificando dell’ “America First”: cioè progressivamente isola gli Stati Uniti e ne riduce l’ influenza, che pure mantengono, ma in misura inferiore alla Russia.

E’ da escludere che la situazione degeneri in un conflitto indiretto tra Usa – Arabia Saudita e Iran – Russia?

Sì. Io penso che si debba superare un po’ le categorie cui si è soliti fare riferimento. Siamo in una situazione internazionale completamente nuova, gli Stati Uniti in una posizione diversa rispetto al passato, una Russia riemergente e senza un chiaro disegno in politica estera da parte degli Stati Uniti. Secondo me non è detto che ci debba essere necessariamente un confronto indiretto, piuttosto un confronto multipolare degli Stati Uniti, ai quali non viene più riconosciuta l’egemonia che stanno progressivamente perdendo e rischiano un isolamento, non necessariamente nei confronti della Russia. Diciamo che i possibili interlocutori o possibili avversari sono altri. E’ opportuno, a mio avviso, seguire giorno per giorno gli sviluppi perché Trump si muove in una direzione che può essere opposta a quella dichiarata il giorno prima. Mentre tradizionalmente ci sono state delle linee di politica estera definite che potevano cambiare marginalmente adattandosi ad un atto politico, adesso la posizione mi sembra del tutto erratica. Credo ci sia una discrepanza tra interessi economici e interessi politici e penso che l’ Amministrazione Trump sia del tutto impreparata ad affrontarli. Il riavvicinamento all’ Arabia Saudita era comprensibile, ma ci si chiede allora come si muoverà nei confronti del Qatar .

Nello scacchiere mediorientale, la Turchia di Erdogan, alleato NATO, ha preso chiara posizione per il Qatar, ratificando una patto di mutuo soccorso tra il Presidente turco e l’ Emiro qatarino.  La Turchia può avere un ruolo importante in questa crisi?

E’ certamente un ruolo importante, ma il rischio per gli Stati Uniti è quello di vedersi sempre più attori minori in uno scenario importante. Ecco perché deve ridefinire i rapporti con l’ Iran e con l’ Arabia Saudita. In questo senso la Turchia può divenire un attore fondamentale: facendo riferimento al rapporto americano con la Russia, la Turchia rappresenta una sorta di cuscinetto, di intermediario favorevole agli Stati Uniti, almeno fin qui.

Oggi, a Washington, è previsto l’ interrogatorio di Comey, ex capo dell’ FBI. Quanto è remota la possibilità di un impeachment per ostruzione alla giustizia per il Presidente?

Guardi io ero scettico fino a questa dichiarazione scritta di Comey. Se dovesse essere confermata io comincerei a pensare che l’ ipotesi non sia tanto remota, anche perché all’ interno dell’ Amministrazione si cominciano ad evidenziare delle fratture sul Presidente. Quando cominciano a mancare i rapporti tra le persone, tra i settori che contano a Washington, inevitabilmente c’è il rischio. Non so se questo sia a breve termine. Credo che sia un percorso ancora lungo. Diciamo che, rispetto a qualche settimana fa, è forse più probabile.

Crede si possano intravedere delle analogie tra il caso Russiagate che ha investito Trump e il caso Watergate?

In qualche misura sì perché se, come si  è detto, il Watergate è stato fondamentalmente un procedimento sulle bugie dette dal Presidente e sull’ insabbiamento delle indagini, ci sono delle analogie. La procedura di impeachment non è procedura semplice e ci sono molti passi da fare. E’ una decisione politica importantissima, ci vogliono prove inoppugnabili, anche perché sarebbero necessari anche i voti del partito repubblicano. Valuteranno, a questo punto, quali saranno i pro e i contro cioè se gli conviene tenere un Presidente che sta perdendo credibilità giorno per giorno oppure no. Ricordiamo anche che la procedura di impeachment potrebbe scatenare una vera e propria rivolta da parte di molti di coloro che lo hanno votato.

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