martedì, Ottobre 19

Donald Trump e la questione di Gerusalemme. Un altro segno di debolezza? Si tratta di capire se l’impegno assunto dal Presidente si realizzerà o meno.

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L’annuncio a sorpresa dell’amministrazione Trump riguardo il prossimo trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata degli Stati Uniti in Israele ha colto molto osservatori di sorpresa. Se un riavvicinamento di Washington allo Stato ebraico era dato per scontato dopo le tensioni violente che avevano caratterizzato l’‘era Obama’, in pochi credevano possibile un segno di rottura tanto forte. Nemmeno negli anni di maggiore vicinanza fra i due Paesi (ad esempio quelli dell’amministrazione Reagan o Bush Jr), gli Stati Uniti si erano, infatti, impegnati in un gesto che riconosce di fatto la legittimità della posizione israeliana (contenuta nella ‘Legge su Gerusalemme’ del 30 luglio 1980) secondo cui la città ‘completa e unita’ sarebbe la capitale del Paese. Come prevedibile, l’annuncio ha sollevato violente reazioni nel mondo arabo e le critiche della comunità internazionale per le sue possibili ricadute sui rapporti israelo-palestinesi. La scelta del Presidente non sembra essere popolare nemmeno negli Stati Uniti, dove un sondaggio della Brookings Institution evidenzia come solo il 31% degli intervistati appoggi la decisione della Casa Bianca.

E’ difficile – al momento – ipotizzare la logica di un gesto tanto divisivo. Negli scorsi giorni è stato sottolineato il ruolo delle influenze personali e come, per molti aspetti, la politica verso Israele tenda a strutturarsi fuori dal canali formali dell’amministrazione, primo fra tutti il Dipartimento di Stato. E’ stato sottolineato inoltre come la politica di Trump nei confronti di tutto Medio Oriente sia caratterizzata dalla volontà di rimarcare il più possibile la distanza che separa l’attuale amministrazione da quella precedente. In questo senso, la crisi delle relazioni con l’Iran e il riavvicinamento all’ Arabia Saudita di re Salman sarebbero solo i due aspetti più evidenti di una politica di ‘ritorno al passato’ volta a riallacciare i rapporti di Washington con i suoi alleati ‘tradizionali’ nella regione. Nessuna di queste ragioni, tuttavia, sembra sufficiente a giustificare, da sola, una scelta le cui ricadute sono destinate a riverberarsi ben oltre il mandato dell’attuale Presidente. Se realizzato, l’impegno di Trump si tradurrebbe, infatti, nel rovesciamento della linea tradizionalmente seguita dagli Stati Uniti di lasciare a un regolamento internazionale la definizione dello status definitivo della città.

Si tratta, quindi, di capire se l’impegno assunto dal Presidente si realizzerà o meno. In effetti, le dichiarazioni di Trump conservano – in questo come in altri casi – margini di ambiguità non indifferenti. Nonostante l’enfasi data all’annuncio, i tempi per procedere al trasferimento dell’ambasciata non sono stati quantificati e – per alcuni osservatori – rischiano di trascinarsi ben dopo la data delle nuove elezioni presidenziali. Alla stessa maniera, con la decisione degli scorsi giorni, gli Stati Uniti ‘non prendono posizione su alcuna questione riguardante lo statuto finale [della città], comprese quelle relative ai limiti specifici della sovranità israeliana su Gerusalemme o alla definizione di frontiere contestate’, aspetti che – coerentemente con la posizione sinora assunta da Washington – devono essere risolti delle parti coinvolte. Due ‘caveat’ che limitano molto la portata dell’annuncio fatto e che riportano di fatti i termini del problema a quelli prospettati dal contestato Jerusalem Embassy Act (1995) secondo cui Gerusalemme indivisa ‘dovrebbe essere riconosciuta’ (‘should be recognized’) come capitale dello Stato di Israele e come sede dell’ambasciata statunitense.

Tanto rumore per nulla, dunque? In realtà, il ‘ballon d’essai’ lanciato dal Presidente non è stato del tutto innocuo. Al di là delle violenze che hanno seguito l’annuncio di Trump, esso ha avuto, in primo luogo, l’effetto di accentuare le fratture esistenti all’interno del mondo arabo. In questo senso, la posizione assunta dall’Arabia Saudita è indicativa dei problemi che vari Paesi incontrano nel conciliare la fedeltà (spesso solo nominale) alla ‘causa palestinese’ con una relazione ‘forte’ con degli Stati Uniti intenzionati ad essere nuovamente presenti con forza nello spazio politico mediorientale. In secondo luogo, la nuova ‘provocazione’ di Washington ha riportato in evidenza tanto il divario che esiste fra gli Stati Uniti e i loro alleati quanto – all’interno degli Stati Uniti stessi – quello che separa le tante anime dell’amministrazione. Ancora una volta, dietro l’atto di forza del Presidente sembra, quindi, celarsi una debolezza di fondo. Debolezza che appare tanto più grave se si considera come l’intrico di interessi e di emozioni formatosi intorno alla questione israelo-palestinese contribuisca in maniera importante a dividere la comunità internazionale e ad allontanare la possibilità di una sua soluzione negoziale, peraltro da molti auspicata.

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