sabato, Aprile 17

Donald Trump: la partita politica dell’impeachment

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Le indiscrezioni del ‘Washington Post in merito all’apertura di un’inchiesta a carico di Donald Trump per intralcio alla giustizia nel quadro del c.d. Russiagate costituiscono l’ennesimo colpo di scena in una vicenda che dallo scorso novembre sta gradualmente erodendo la credibilità e l’efficacia politica dell’amministrazione statunitense. Voci di un possibile impeachment del Presidente sono circolate in più occasioni sin dai giorni dell’elezione alla Casa Bianca del tycoon newyorkese e hanno preso forza dopo il suo insediamento. Caldeggiate inizialmente soprattutto del Partito democratico, esso sono state fatte proprie anche da una fetta di quello repubblicano, che ha dimostrato di male digerire le deviazioni di Trump dalla sua ‘ortodossia’ post-reaganiana. Da questo punto di vista, la richiesta avanzata agli inizi di maggio dal democratico Al Green perché sia aperta formalmente la procedura di messa in stato d’accusa del Presidente rappresenta solo la punta di un iceberg che taglia trasversalmente gli schieramenti politici, anche se – a oggi – nessun rappresentante o senatore dal Grand Old Party si è ancora espresso in modo esplicito in tal senso.

Si tratta, forse, dell’unica certezza in un panorama in costante divenire. Si tratta, inoltre, della garanzia più forte su cui Trump può contare. Il ruolo che il Congresso svolge nella procedura di impeachment è centrale e si esprime da una parte nel compito della camera bassa (Camera dei Rappresentanti) di promuovere (con voto a maggioranza semplice) la messa in stato d’accusa, dall’altra nella funzione giudicante esercitata dal Senato riunito in camera di giustizia con voto a maggioranza qualificata (due terzi). In entrambi i casi, quindi, è la valutazione di un organo essenzialmente politico a determinare l’esito finale della procedura. La difficoltà di provare concretamente l’esistenza delle fattispecie che giustificano la messa in stato d’accusa aumenta la discrezionalità su cui il meccanismo dell’impeachment si fonda. In altre parole, è assai difficile, di norma, offrire una prova indiscutibile di colpevolezza (la c.d. ‘pistola fumante’). Non è un caso che, in entrambe le occasioni in cui si è giunti al voto del Senato (quella di Andrew Johnson, nel 1868, e quella di Bill Clinton nel 1999), questo è stato favorevole all’imputato anche quanto – come nel caso di Johnson – esisteva una sostanziale consenso dei congressmen rispetto alla sua rimozione dell’ufficio.

Più efficace può risultare, piuttosto, lo stigma associato a un voto della Camera a favore dell’impeachment. Nel caso di Richiard Nixon (1974) fu questo a spingere il Presidente alle dimissioni. Il rifiuto della Camera a votare sulla questione dell’impeachment – così da sottrarre il giudizio alla competenza della magistratura ordinaria – è stato invece ciò che l’anno prima aveva portato alle dimissioni il Vicepresidente Spiro Agnew, indagato per corruzione ed evasione fiscale per eventi risalenti al periodo in cui era Governatore del Maryland. Nel caso di Agnew come in quello di Nixon, il voto della Camera si lega, tuttavia, a una debolezza politica di fondo: la perdita del sostegno dell’amministrazione nel caso di Agnew, di quello del partito nel caso di Nixon. Il fatto che il Congresso fosse solidamente in mano democratica e che la popolarità di Agnew e Nixon fosse da tempo in ribasso hanno rappresentato ulteriori fattori di debolezza. Nello stesso senso ha agito la congiuntura politica, con la maggioranza democratica convinta di potere ricavare un beneficio immediato dalla messa in stato d’accusa del Presidente e l’élite repubblicana che sperava di contrastare la crisi che stava attraversando il partito sacrificando il capro espiatorio che il pubblico chiedeva.

Nonostante l’acuta polarizzazione della vita politica e le fratture che attraversano i due schieramenti non sembra che oggi questa convergenza di fattori sia destinata a ripetersi. Dopo la sconfitta di novembre, il Partito democratico sembra faticare a ritrovare la sua compattezza se non intorno alla bandiera dell’anti-trumpismo. Sull’altro fronte, il GOP appare egualmente diviso e soprattutto non concorde nel sostenere Mike Pence, che, in caso di dimissioni o rimozione di Trump dalla presidenza, dovrebbe subentrargli come inquilino della Casa Bianca. Anche l’opinione pubblica appare, infine, meno unita che in passato, anche se il numero di quanti valutano negativamente l’azione del Presidente continua a superare di molto quello di quanti la valutano in modo positivo. Tutto questo senza contare la possibile risposta di Trump a una minaccia d’impeachment; Trump che, sinora, è apparso più che pronto a mettersi in rotta di collisione con i vertici del partito, accettando uno scontro da cui sono soprattutto questi ultimi che rischiano di uscire con i danni maggiori. E’, quindi, un intreccio di considerazioni ciò che si aggroviglia intorno al tema dell’impeachment, considerazioni in cui la dimensione giuridica pare svolgere – oggi come in passato – solo un ruolo marginale.

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