martedì, Luglio 27

Donald Trump, i dazi e l’ Europa: la fine di un ‘vecchio ordine’? L’UE ha già delineato da tempo un pacchetto di contromisure contro le importazioni di prodotti statunitensi

0

Dopo settimane di annunci e smentite, l’amministrazione statunitense ha reso effettivi in queste ore i temuti dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio provenienti da Europa,  Messico e Canada. Queste misure si sommano a quelle prese nelle scorse settimane nei confronti di varie categorie di beni , in particolare provenienti dalla Cina, Paese che per Washington rappresenta oggi il maggior partner commerciale nel confronti del quale gli Stati Uniti hanno accumulato, nel 201, un deficit di 375 miliardi di dollari. Come atteso, la decisione della Casa Bianca ha sollevato un’ondata di proteste, sia da parte europea, sia da parte degli altri Paesi toccati dai provvedimenti. L’UE ha già delineato da tempo un pacchetto di contromisure contro le importazioni di prodotti statunitensi, mentre il Messico, proprio in queste ore, ha annunciato la sua intenzione di procedere a ritorsioni tassando le importazioni di acciaio, carne e prodotto agricoli dal vicino settentrionale. Pechino (che ormai da mesi è impegnata con Washington in quella che appare una sorta di ‘guerra commerciale a bassa intensità’) ha annunciato anch’essa la volontà di reagire alle politiche statunitensi, fra l’altro portando in sede di WTO la questione delle misure che l’amministrazione vorrebbe introdurre per limitare gli investimenti esteri nei settori industriali da essa considerati ‘strategici’.

Ancora una volta, il copione sembra quello noto: ‘Donald contro tutti’. Anche la scelta di rendere effettivi i dazi proprio nei giorni in cui a Whistler, in Canada, si sta svolgendo il vertice dei Ministri delle finanze del G7 e alla vigilia dell’incontro che, la prossima settimana, sempre in Canada, vedrà riuniti i capi di Stato e di governo dei sette Paesi più industrializzati, sembra fatta apposta per accentuare il carattere ostile e unilaterale della posizione assunta da Washington. Donald Trump non ha mai nascosto la sua intenzione di riportare il tema dell’interesse nazionale statunitense al centro dell’agenda politica, mettendo in luce i costi che le strategie ‘multilateraliste’ dei suoi predecessori avrebbero avuto per ‘l’americano medio’ e gli iniqui vantaggi che esse avrebbero garantito ai rivali degli USA. In questa prospettiva, la difesa ‘con tutti i mezzi’ dell’industria statunitense rappresenta un punto centrale della piattaforma politica e dell’armamentario retorico del Presidente, come dimostrato, ad esempio, dal discorso con cui, a suo tempo, Trump ha annunciato la volontà degli Stati Uniti di svincolarsi dagli accordi di Parigi sul clima. Al di là dei benefici che i dazi potranno portare all’industria e all’economia statunitense, il copione ‘Donald contro tutti’ è, quindi, ritenuto ‘pagante’ dalla Casa Bianca, soprattutto in vista della scadenza elettorale di novembre.

Le necessità della politica interna giocano, quindi, un ruolo importante nello spiegare l’approccio ‘muscolare’ di Trump alle questioni commerciali (ma, in generale, a tutte le questioni di politica internazionale). A questo se ne affiancano, tuttavia, altre. In questi mesi, ad esempio, è emerso con una certa chiarezza il favore del Presidente a negoziati condotti da una posizione di forza e, parallelamente, la sua inclinazione a cercare tale posizione di forza attraverso una politica del ‘fatto compiuto’. La decisione unilaterale diventa, così, dichiaratamente, la base sulla quale avviare nuovi round negoziali, al fine di ottenere dall’interlocutore più concessioni possibili. Ripercorrendo le dichiarazioni di Trump su tutte le maggiori questioni internazionali, questa intenzione riaffiora in varie occasioni, sia in maniera esplicita, sia implicitamente, nell’idea che determinate scelte apparentemente ‘di rottura’ sarebbero, in realtà, destinate a favorire il raggiungimento di assetti più stabili e più compatibili con la tutela dei ‘veri’ interessi degli Stati Uniti nel mondo. L’effettiva bontà di questo approccio ‘aggressivo’ al negoziato è ancora tutta da stabilire. Essa rappresenta, comunque, in campo commerciale come in altri campi, uno dei maggiori ambiti di frizione fra Donald Trump e i suoi interlocutori, tradizionalmente abituati a Stati Uniti ben più ‘soft’.

Ciò vale in maniera particolare per l’Europa. Il rapporto dell’Unione con Trump è stato difficile sin dalla campagna elettorale e, nonostante un ammorbidimento di facciata nei mesi successivi all’insediamento, non è mai migliorato realmente. L’atteggiamento di ‘egoismo nazionale’ cui l’amministrazione si ispira apertamente non rende le cose più facili. Infine, al di là delle specifiche ragioni del contendere, l’aggressività negoziale dell’amministrazione Trump mette in luce quella che è, oggi, il maggior punto debole dell’Unione, ovvero il fatto di non disporre di alcuno strumento capace di influire sulle scelte Washington. Ciò è emerso in modo chiaro durante i recenti incontri di Trump con Emmanuel Macron e con Angela Merkel; incontri che, anche nelle dichiarazioni finali, hanno messo in luce la mano libera di cui Washington gode rispetto ai suoi partner ‘da questa parte dell’Atlantico’. Si tratta di una situazione anomala: non perché, fra Europa e Stati Uniti, non sia mai esistito un differenziale di potenza, quindi di libertà d’azione, quanto perché l’azione di Washington si è sinora basata sull’autolimitazione di questa libertà e sulla scelta di negoziare con i propri alleati linee ‘di compromesso’ capaci di soddisfare tutti. Un modo di agire che l’attuale Presidente sembra, invece, avere deciso di liquidare come una reliquia del passato.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->