mercoledì, dicembre 19

Donald Trump, gli Stati Uniti e le debolezze del G7

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Nelle prossime ore, l’incontro annuale del G8 (G7 dopo la sospensione della Russia nel 2014) riunirà ancora una volta i Capi di Stato e di Governo dei Paesi più industrializzati (Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Stati Uniti) per affrontare un’ampia serie di questioni legate ai temi dell’economia e della politica internazionale. Un parterre in buona misura rinnovato e l’ombra dell’attentato di Manchester di lunedì scorso influiranno, con ogni probabilità, sui risultati del vertice di Taormina. L’agenda, tuttavia, è molto più ampia e destinata a concretizzarsi – oltre che nel vertice della città siciliana – negli incontri settoriali che da marzo e fino a novembre si terranno in diverse parti d’Italia.

Da questo punto di vista, le ambizioni del G7 sono molto aumentate dagli anni Settanta, quando la formula ha avuto origine, sul difficile sfondo della prima crisi petrolifera. Partito su iniziativa statunitense come riunione informale dei Ministri delle Finanze dei più importati Paesi del blocco occidentale (Francia, Germania Occidentale, Giappone e Gran Bretagna, oltre agli stessi Stati Uniti), quello nato come ‘Gruppo dei Cinque’ si è via via esteso sia nell’organico sia nelle competenze sino a raggiungere la struttura ‘a otto’ entrata in crisi con lo scoppio della crisi ucraina.

Fatto salvo il suo valore come vetrina internazionale, tuttavia, la formula del vertice ha iniziato, negli ultimi anni, a mostrare la corda. Già criticato per la sua (presunta) scarsa rappresentatività dei ‘ veri’ equilibri mondiali (tanto che, da più parti, ne stato proposto l’allargamento al formato G8+5, con l’inclusione degli ‘emergenti’ Brasile, Cina, India, Messico e Sud Africa), il G7 risente in maniera crescente della concorrenza di altri fori informali, ad esempio, sul piano economico-finanziario, il c.d. ‘G-20’ dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali dei diciannove Paesi sviluppati (con le eccezioni della Spagna, dei Paesi Bassi e della Svizzera) integrati da quelli dell’Unione Europea.

A livello politico, la perdurante assenza della Russia ha intaccato parecchio la sua immagine di ‘direttorio mondiale’, rafforzandone, al contrario, l’identificazione con la sfera dei valori – e degli interessi – occidentali; una sfera che, tuttavia, sembra avere anch’essa perduto di compattezza. Lo sfaldamento delle posizioni europee e la scelta di Washington di ridimensionare il suo ruolo di ‘contrappeso’ alle tensioni e alla incertezze del Vecchio continente stanno alla base di questa evoluzione che, già evidente negli anni di Barack Obama, rischia di rafforzarsi in quelli di Donald Trump.

Da questo punto di vista, le varie tappe del viaggio che il Presidente degli Stati Uniti ha compiuto prima del vertice hanno fornito un segnale chiaro. Al di là dell’enfasi – forse fuorviante – posta su alcune tematiche, l’amministrazione USA ha dimostrato in modo chiaro da una parte il suo rinnovato favore per i rapporti bilaterali, dall’altro la volontà di esercitare un ruolo soprattutto di supporto all’azione degli alleati e solo negli ambiti che essa considera di proprio interesse. Questi elementi sono emersi con chiarezza nelle dichiarazioni rilasciate a Riyadh in tema di lotta al terrorismo, così come sono affiorati durante i colloqui a Bruxelles con i vertici NATO, in cui il Presidente ha ribadito la sua visione di un’Alleanza Atlantica più proiettata a contrastare le ‘nuove minacce’ che ad esercitare la tradizionale funzione di ‘deterrenza e difesa’ a protezione del territorio dei Paesi membri. Quelli che arrivano al vertice di Taormina sono, quindi, Stati Uniti forse più ‘egoisti’ verso partner e alleati, in linea con una strategia del ‘leading from behind’ che – al di là dei cambi di Presidente – sembra essere diventata quella prevalente dopo i fallimenti dell’imperial overstretching di George W. Bush e le problematiche esperienze dell’‘esportazione della democrazia’ in Iraq e Afghanistan.

Senza un impegno diretto di Washington è tuttavia difficile che il vertice possa condurre a conclusioni significative. Non a caso, tutti i punti di svolta del G7– dalla costituzione ai vari allargamenti, primo fra tutti quello del 1997 alla fragile Russia di Boris Eltsin – hanno coinciso con iniziative statunitensi o hanno goduto di un solido sostegno da parte della Casa Bianca. Al di là del ruolo centrale che il peso politico, economico e militare posseduto consente loro di esercitare, gli USA svolgono, rispetto agli altri membri, una funzione di mediazione che nessun altro è in grado di svolgere davvero. L’essere parte di un reticolo di fori e organizzazioni diverse rafforza questa posizione, permettendo a Washington di ‘distribuire su più tavoli’ costi e benefici della sua azione. Come in altri contesti, anche nel caso del G7 il timore maggiore è, quindi, che i ‘nuovi’ Stati Uniti di Donald Trump rinuncino a svolgere la funzione di mediazione sinora svolta, sommando questo fattore di debolezza ai molti che già circondano l’appuntamento. Una possibilità che – a quanto si è visto – non appare del tutto remota e che, in una prospettiva di lungo periodo, potrebbe favorire il superamento di un format in cui gli aspetti rituali sembrano avere superato da tempo quelli ‘di contenuto’.

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