martedì, novembre 20

Donald Trump e la sfida dell’Alabama Il successo di Roy Moore suona come una sorta di sconfessione da parte degli elettori

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Quella che si chiude è stata un’altra settimana difficile per Donald Trump. Il Congresso ha bocciato nuovamente la proposta di riforma dell’Obamacare, dimostrando una volta in più le fratture che attraversano il Partito repubblicano; il successo del fenomeno ‘take a knee’ conferma l’ampia frangia di contestazione presente nel Paese mentre i sondaggi Gallup sul gradimento presidenziale continuano a rimanere ben sotto i livelli toccati nei giorni dell’insediamento.

La sconfitta del candidato appoggiato dalla Casa Bianca nelle primarie repubblicane per un seggio senatoriale dell’Alabama si aggiunge a tutte le altre difficoltà. Il successo di Roy Moore, già contestatissimo Chief Justice della locale Corte Suprema, contro il ‘trumpiano di ferro’ Luther Strange suona, infatti, come una sorta di sconfessione da parte degli elettori di un candidato che – nelle parole come nell’azione concreta – non ha mai nascosto il suo allineamento alle posizioni dall’amministrazione. Fatto più preoccupante (almeno per la Casa Bianca), il successo di Moore appare legato al sostegno che gli è stato offerto da varie figure e constituencies che avevano sostenuto Trump nel corso della sua campagna presidenziale.

Dietro alla vittoria di Moore (pesantemente sconfitto nel 2006 nella corsa per il posto di Governatore e sconfitto quattro anni dopo già in sede di primarie per la stessa posizione) si trova una variegata coalizione che ha il suo pilastro nel movimento evangelico, con il quale il candidato ha tradizionalmente solidi rapporti. A questo pilastro si sono aggiunti, negli ultimi mesi, il sostegno – fra gli altri – dell’ex Chief Strategist della Casa Bianca, Steve Bannon, e di Sarah Palin, già candidato alla vicepresidenza nel 2008 in ticket con John McCain e a suo tempo sostenitrice della candidatura di Trump alla presidenza; due figure importati, anche per la capacità di catalizzare, nelle loro posizioni, gli umori di un  certo tipo di ‘voto bianco’ normalmente associato all’attuale amministrazione. In effetti, nel commentare la vittoria di Moore, è stata rilevata la vicinanza di molte sue posizioni a quelle del Presidente; egualmente, è stato sottolineato il sostegno soltanto tiepido che Trump avrebbe offerto a Strange e la sollecitudine con cui il Presidente avrebbe cercato di fare dimenticare tale sostegno dopo la vittoria di Moore; tutti elementi che – insieme al ruolo svolto nella campagna di Moore di figure tradizionalmente legate all’entourage presidenziale – hanno fatto pensare a quest’ultimo, più che allo stesso Strange, come al vero candidato della Casa Bianca.

Tuttavia, la vittoria dell’ex Chief Justice (peraltro rimosso una prima volta dall’incarico per ordine della locale Court of the Judiciary, dimessosi dopo una successiva rielezione a causa di contrasti con lo stesso organo) rappresenta, per Donald Trump, più un fattore di debolezza che di forza. Oltre alle sue posizioni ‘estreme’ in una serie di delicati temi etici e sociali (dal ruolo della religione nella vita pubblica alla questione del matrimonio fra persone dello stesso sesso), l’arrivo al Senato di Moore (le possibilità di un successo democratico nel feudo repubblicano dell’Alabama sono meno che scarse) rischia, infatti, di mandare in frantumi il fragile equilibrio sul quale la maggioranza oggi si fonda. Esso potrebbe inoltre favorire un ulteriore ‘slittamento a destra’ del partito, con conseguenze difficilmente prevedibili nella sempre più vicina campagna di midterm. L’inasprimento del confronto sia in seno al Grand Old Party, sia fra questo e l’opposizione democratica appare, infine, garanzia del perpetuarsi dell’attuale situazione di stallo; situazione della quale l’amministrazione paga il prezzo più elevato, tanto in termini di consenso quanto di credibilità interna e internazionale.

Non stupisce che con sempre maggiore insistenza circolino voci intorno a una possibile revisione ‘consensuale’ dell’Obamacare, negoziata in Congresso fra i due schieramenti. Non sgradito a molti Congressmen dell’Asinello, un risultato di questo genere avrebbe il pregio di ‘riportare verso il centro’ l’asse repubblicano e di rallentare una ‘corsa agli estremi’ che entrambi i partiti sembrano fare fatica a controllare. Allo stesso tempo, pur permettendo alla Casa Bianca di portare a casa un risultato lungamente atteso e centrale nella sua campagna elettorale, esso consentirebbe al Legislativo di ribadire il suo ruolo di contrappeso del potere del Presidente e di elemento indispensabile nella vita politica del Paese; un aspetto, quest’ultimo, particolarmente importante di fronte alla crescente disaffezione dell’elettorato e alle critiche che, durante la campagna elettorale, lo stesso Trump aveva mosso alle inefficienze della ‘politica politicante’. Ovviamente, la strada non è priva di difficoltà. Come il successo di Moore dimostra, la ‘corsa agli estremi’ è una strategia ancora pagante in termini di consenso. Soprattutto, essa sembra associarsi a una crescente sfiducia nei riguardi di un Presidente che – da candidato – aveva saputo sfruttarla efficacemente e che potrebbe essere tentato di cavalcarla di nuovo per cercare di arginare il proprio calo di popolarità.

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