lunedì, Settembre 27

Donald Trump alla prova del G20

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Dopo il G7 dello scorso maggio a Taormina e la coda di polemiche che lo ha seguito, il G20 di Amburgo rappresenta per Donald Trump l’ennesima prova su una scena – quella internazionale – che non sembra apprezzare e che non sembra apprezzarlo. Molti occhi si appuntano sul vertice soprattutto perché – dopo tanti annunci – sarà il lungo in cui si terrà il primo, atteso faccia a faccia fra il Presidente statunitense e il suo omologo russo, Vladimir Putin. Aggiunge interesse a questo incontro anche l’apparente irrigidimento di Washington verso Mosca, irrigidimento che ha trovato un’ultima conferma nella parole pronunciate da Trump a Varsavia in merito alla minaccia rappresentata dall’aggressività russa per la sicurezza occidentale.

Da diverso tempo (almeno dall’attacco contro la base aerea di al-Shayrat, lo scorso aprile) quello che forse frettolosamente è stato visto come l’imminente riavvicinamento fra Mosca e Washingtom sembra essere entrato in una fase di stallo. Gli strascichi del ‘Russiagate’, la posizione più rigida assunta da Trump verso il regime di Bashar al-Asad, la ritrovata amicizia con l’Arabia Saudita e il conseguente raffreddamento dei rapporti con l’Iran sono tutti fattori che, seppure in modo differente, hanno rafforzato questo processo.

I rapporti con la Russia non rappresentano, tuttavia, il solo aspetto rilevante del vertice. Nei prossimi giorni, Donald Trump si troverà infatti, per la prima volta, di fronte a una platea formata da un significativo numero di leader internazionali. Se, da una parte, ciò si tradurrà soprattutto in una photo opportunity, dall’altro costituirà comunque un banco di prova sia del consenso di cui Washington continua a godere fuori da una Europa che da subito ha manifestato la sua ostilità nei confronti del Presidente, sia della capacità di quest’ultimo di navigare acque che gli sono ancora in buona misura estranee. Da questo punto di vista, il G20 può rappresentare un test più importante tanto del ‘piccolo’ G7, in cui le ambizioni confliggenti dei partecipanti la fanno normalmente da padrone, quanto degli incontri bilaterali, in cui Trump si è destreggiato sinora offrendo all’interlocutore soprattutto ciò che questi voleva sentirsi dire.

Il fatto che il vertice si tenga in Germania è anch’esso importante, specialmente alla luce delle tensioni che, proprio fra Germania e Stati Uniti, sono venute a galla dopo il G7 e l’annuncio di Washington di volere uscire dall’accordo sul clima di Parigi.

Angela Merkel è stata, fino a oggi, uno dei campioni dell’ostilità europea verso Donald Trump; un’ostilità emersa già nei giorni dell’elezione e confermata dopo l’insediamento su una serie di temi che spaziano dalla sicurezza al clima per toccare – nelle ultime ore – quelli della politica economica e commerciale; tutte questioni che, nel corso del G20, svolgeranno un ruolo importante. L’atteggiamento delle Germania sarà, quindi, centrale nello strutturare la posizione di diversi partecipanti al vertice.

Le oscillazioni che hanno segnato negli ultimi giorni la posizione di Berlino (dapprima intenzionata ad affrontare ‘a testa bassa’ le resistenze statunitensi, in seguito più apparentemente favorevole a una linea di compromesso) sono indicative sia dell’attenzione posta alla questione, sia della volontà del Paese che il vertice ospita di conservare, comunque, un margine di manovra nei riguardi di quello che ne rimane uno dei protagonisti. Altrettanto indicativo appare il colloquio telefonico del Cancelliere con il Presidente statunitense, segnale di come – al di là dei toni duri seguiti a Taormina e alle dichiarazioni della Merkel sull’inaffidabilità degli USA – il dialogo fra Washington e quello che negli anni di Obama è stato uno dei suoi maggiori interlocutori rimane aperto.

La sfida, per Trump, rimane complessa. La diffidenza che circondava la posizione degli Stati Uniti alla vigilia del G7 è, oggi, aumentata e il dubbio di molti è che ‘The Donald’ possa scegliere di usare la tribuna di Amburgo per rilanciare alcune delle sue posizioni più controverse. Non è una possibilità remota, anche se, nel complesso, alle spigolosità verbali del Presidente non sempre sembrano coincidere azioni politiche concrete.

Sullo sfondo rimane l’attenzione interessata di altri protagonisti del vertice; prime fra tutti le potenze asiatiche, che nelle divergenze fra le due sponde dell’Atlantico e nella politica disfunzionale di Washington possono trovare spazi per riaffermare le proprie ambizioni regionali. Non è un caso che Cina e India – due realtà centrali negli attuali equilibri del G20 – abbiano confermato, subito dopo il ritiro statunitense, la volontà di continuare a rispettare gli impegni presi con l’accordo di Parigi. Un significativo segno d’attenzione ai grandi temi internazionali da parte di due Paesi che con sempre maggiore chiarezza – seppure con orizzonti e con ambizioni differenti – ambiscono ad affiancare al loro peso economico un peso politico corrispondente.

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