martedì, Maggio 11

Dólar Blues per la Kirchner field_506ffb1d3dbe2

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Kirchner arg

12,5:1. A questo livello si poneva, lunedì, il valore di cambio del peso argentino nei confronti del dollaro statunitense. Esattamente una settimana fa, per acquistare una banconota col ritratto di George Washington, ad un concittadino della Presidente Cristina Fernández de Kirchner sarebbe bastato poco più della metà, 6,89 pesos. Sempre che fosse riuscito ad ottenerla, quella banconota verde: perché, dal 2011, in Argentina ottenere valute estere è un’operazione parecchio complessa. È il «cepo cambiario», il «ceppo» di controlli imposta dal Governo e che è saltata a poco più di due anni dalla sua implementazione. Il cepo è uno dei motivi per cui, nonostante vi sia chi già paventa parallelismi col corralito del 2001 e le sue conseguenze per la valuta nazionale l’anno successivo, la situazione che sta vivendo Buenos Aires è molto differente.

Attenzione: è differente, ma affonda le sue radici proprio nell’onda lunga del fallimento delle politiche attuate dall’allora Presidente Carlos Menem negli anni Novanta. Sebbene Fernández non abbia mai ammesso l’esistenza del cepoci sono all’incirca 300 modi di comprare dollari nel mercato legale» ebbe a dire la Presidente in un’intervista al giornalista Jorge Rial), è un fatto che il Governo dovesse trattenere quante più riserve possibili per ripagare i debiti contratti all’estero senza dover ricorrere al credito internazionale. Così come è un fatto che, nell’ottobre del 2011, venne approvata la risoluzione 3210 per cui banche ed uffici di cambio avrebbero dovuto richiedere il permesso dell’Amministrazione Federale per le Entrate Pubbliche (AFIP) prima di avviare qualsiasi operazione di cambio, a prescindere dalla somma richiesta. La richiesta di permesso portava con sé, nelle parole della stessa risoluzione, la «valutazione – in tempo reale – della situazione fiscale ed economico-finanziaria del soggetto». Il 14 giugno 2012 spariva dal sito della stessa AFIP la possibilità di acquisire dollari a fini di risparmio, una misura poi ufficializzata un mese dopo, a tempo indeterminato, attraverso una comunicazione della Banca Centrale.

Per ottenere i dollari, gli argentini hanno perciò iniziato a rivolgersi alle ‘cuevas’, luoghi dove avevano luogo operazioni di cambio illegali: il cambio parallelo veniva costantemente aggiornato e consultato su internet e, spesso, comportava un tasso superiore a quello ufficiale. Il cosiddetto ‘dólar blue’, il dollaro venduto sul mercato nero, passava presto alla denominazione di ‘dólar Messi’ per la sua quotazione superiore ai dieci pesos e, soprattutto, fino a cinque pesos più cara rispetto a quella ufficiale. Come riportato a suo tempo da ‘El País’, c’era anche chi si recava nella città uruguagia di Colonia del Sacramento, a 45 km di traghetto dalla capitale, per procurarsi dollari da rivendere poi al mercato nero bonaerense. Nel giro di poco tempo, si era creato un vero e proprio mercato parallelo, le cui dimensioni sono state spesso minimizzate dal Ministro dell’Economia Axel Kicillof (entrato peraltro nella squadra di Governo solo due mesi fa), ma che era presto divenuta l’unica possibilità per gli argentini di acquisire valuta statunitense, benché a prezzi altissimi.

La strategia governativa, però, si è interrotta appunto mercoledì scorso, quando il peso ha conosciuto il suo maggior deprezzamento da dodici anni a questa parte. Tra il 23 ed il 24, infatti, il peso ha perso nei confronti il 12% del suo valore nei confronti del dollaro, superando la barriera del cambio 8:1, imponendo così alla BCRA di immettere nel mercato alcune centinaia di milioni di dollari delle sue riserve. Una decisione tutt’altro che semplice e che ha esposto ulteriormente gli scarsi esiti delle politiche monetarie applicate negli ultimi due anni. Se, infatti, tra gli obiettivi del cepo vi era il mantenimento delle riserve in valuta statunitense, il sacrificio volto a salvare la moneta nazionale ha ricordato come in questi due anni la BCRA abbia perso 18 miliardi di dollari, preservandone poco meno di 30. Ma c’è un motivo ancor più concreto che impone una riflessione sull’efficacia delle misure adottate dal Governo di Fernández: l’elevato tasso di inflazione che, nonostante i dati ufficiali, si aggira attorno a 26% e che rimane il motivo principale per cui gli argentini preferiscono risparmiare in dollari. In questi due anni, l’inflazione è stata infatti costantemente minimizzata dalle autorità, che la stimano all’11%, ed ora il timore è che un’eventuale svalutazione del peso possa aggravare ulteriormente la situazione.

Il Governo, comunque, nega che dietro al deprezzamento avvenuto la settimana scorsa vi sia una propria svalutazione della moneta, indicando anzi il primo come il frutto di manovre speculative ostili. Durante un’intervista a ‘Radio Continental’, Kicillof ha infatti puntato il dito sulle operazioni della compagnia petrolifera Shell, che avrebbe effettuato una richiesta di 3,5 milioni di dollari a una banca straniera pretendendo un cambio a 8,40 quando quello ufficiale era a 7,20: una manovra «tanto chiara che non c’è tanto bisogno di spiegarla», secondo il Ministro. L’obiettivo di questa condotta sarebbe stato infatti la destabilizzazione del «progetto economico» del Governo, una manovra immediatamente smentita dallo stesso Presidente di Shell in Argentina, Juan José Aranguren, e che ha avuto un effetto indesiderato per lo stesso Kicillof: secondo l’opposizione, l’idea che l’economia argentina possa essere così pesantemente colpita da un trasferimento di 3,5 milioni di dollari porrebbe molti dubbi sulla sua salute.

Dubbiosi anche i mercati internazionali, a causa delle numerose imprese europee operanti in Argentina: in particolare, l’IBEX-35, che comprende i maggiori nomi operanti sulla Borsa di Madrid, è crollato del 3,64%, peggior risultato negativo dell’ultimo anno: tra le società più coinvolte BBVA, Santander e Telefónica, oltre a Repsol, in attesa di indennizzo per la nazionalizzazione di YPF. A sollevare timori è stato lo spauracchio di una nuova crisi del Paese, che potrebbe estendersi non soltanto alle valute di altri Paesi emergenti della regione quali Brasile, Cile e Uruguay, ma anche a quelle di Paesi più distanti geograficamente come Turchia, Sudafrica ed India. «C’è preoccupazione», ha sintetizzato il Primo Ministro Enrico Letta dopo la riunione a Roma col collega spagnolo Mariano Rajoy. Tuttavia, ha anche aggiunto che la solidità attuale dell’Euro rende l’Unione Europea, e nello specifico Italia e Spagna, più capace di affrontare la situazione di Buenos Aires rispetto a un anno fa. Negli ultimi giorni, comunque, si è già osservato un leggero recupero da parte di valute come quella turca o quella sudafricana, benché l’allerta sia ormai conclamata.

A nutrire timori più persistenti rimane però il ceto medio argentino. In seguito al subitaneo deprezzamento  della settimana scorsa, il Governo ha dovuto invertire rotta rispetto agli ultimi due anni ed ha cautamente riaperto i canali ufficiali per ottenere dollari o per fare acquisti all’estero (quando, fino a pochi giorni prima, era possibile comprare dall’estero via internet solo due volte all’anno). Mentre scriviamo, il cambio sembra essersi assestato a otto pesos, ma, con l’incognita di possibili, ulteriori svalutazioni, il timore è che anche la grande distribuzione ritorni sui propri passi, dopo che a dicembre si era accordata col Governo per evitare il rincaro di 100 tipi di prodotti  e nonostante le conseguenti minacce di ritorsioni legali da parte del Capo di Gabinetto, Jorge Capitanich. Nel frattempo, nel quadro del Vertice CELAC che si è tenuto a L’Avana, la Presidente Fernández ha incontrato la sua pari grado brasiliana Dilma Rousseff, con cui ha discusso proprio di quelli che considera attacchi speculativi contro le valute dei Paesi emergenti. Una tesi che viene ripetuta anche dai suoi collaboratori, come Capitanich e Kicillof.

Tuttavia, è innegabile che il problema principale di Buenos Aires rimanga quello dell’inflazione, il cui tasso ha il dubbio onore di rientrare tra i più alti al mondo. Anche condividendo le ragioni che hanno portato alle politiche monetarie controverse, non si può dire che queste abbiano funzionato: anzi, hanno concorso a rafforzare un mercato di cambio illegale. Ed ora, a pagarne le conseguenze, prima ancora di eventuali ricadute sui mercati internazionali, potrebbero essere gli stessi cittadini argentini, puniti per quello che, edulcorando una battuta dell’attore Enrique Pinti, è il rapporto perverso del loro Paese col dollaro.

 

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