mercoledì, dicembre 19

Docu-film, fenomeno in espansione?

0

Il docu-film è una realtà che si sta affermando sempre più e sta prendendo piede nel panorama del cinema anche nel vasto pubblico, abituato al cinema di finzione, ossia quello programmato sui grandi schermi. Esistono però forti barriere e difficoltà per coloro, registri e produttori, che cercano di dare visibilità a questo genere di cinema nella programmazione, nelle sale cinematografiche e nelle televisioni Il film documentario per anni è stato considerato nel nostro Paese un fenomeno di nicchia e di serie b rispetto alle varie produzioni del cinema di finzione in Italia.

Una politica culturale più attenta di diversificazione dell’offerta del cinema, includendo nei circuiti anche la realtà del docu-film, sarebbe ciò che renderebbe ancora più fattibile tale settore del cinema, oltre ad un maggiore sforzo anche co-produttivo della tv e di programmazione da parte delle stesse reti televisive che stanno tentando di ampliare l’offerta di tali documentari, intesi come testimanianza dei fatti del reale, nei loro palinsesti (anche prevedendo per essi delle repliche in altri giorni della settimana) grazie a una più larga e maggiore disponibilità di canali sul digitale terrestre anche in chiaro, come ad esempio Rai 3 con Doc3 e ultimamente Rai 5. Il docu-film, proprio perché va a ricercare materiali d’archivio e testimonianze, a volte infatti prevede tempi di realizzazione del lavoro molto lunghi e costi di gestione assai ingenti, che spesso non vengono sostenuti dalle associazioni di settore. Perciò, anche se il docu-film lascia maggiore libertà di espressione agli autori e ai registi rispetto al cinema di ‘finzione’ (dove sussistono condizionamenti maggiori, legati alla ricerca soprattutto di commedie che piacciono al grande pubblico e sono perciò ricercate dai produttori con svariati attori noti al grande pubblico da convincere a partecipare con parti da protagonisti nella realizzazione del film ), i registi di film documentari hanno però il problema di venire considerati poco e di essere poco programmati, anche se realizzati professionalmente e cinematograficamente in maniera corretta e di vedere impiegato un forte e grosso investimento di somme di denaro, che spesso, come già dicevamo, non viene sovvenzionato dai produttori privati che lo distribuiscono e tempi molto più lunghi di quelli del cinema finzione. Ciò fa sì che essi si debbano appoggiare per promuovere i loro lavori a Festival che trattano specificatamente tale tipo di film e che possano lanciare la ‘premier’e del docu-film e coinvolgere così il vasto pubblico.

Dopo la serie di successi internazionali di documentari essi son stati inseriti anche nelle selezioni ufficiali dei grandi Festival come Cannes, Venezia e Berlino, ma nel nostro Paese, anche a causa di minor sovvenzioni, i docu-film non costano di 150-200 mila euro a fronte di quelle estere, colossali perché più finanziate che si aggirano intorno alla cifra di un milione di euro. Ciò fa capire che in Italia rimane ancora l’atteggiamento produttivo che c’è stato in passato, anche se si stanno attuando dei cambiamenti e delle aperture impensabili fino a pochi anni fa da parte delle televisioni, anche generaliste, oltre che a pagamento e da parte dei maggiori e noti festivals, come di quelli specializzati in tale settore cinematografico. Esistono poi dei festivals specialistici come il ‘Festival dei Popoli’ di Firenze, molto importante e attivo da sessanta anni in Italia, che ha rappresentato sempre una delle più grandi casse di risonanza del documentario sia in Italia che all’estero, oltre a quello di Parigi chiamato ‘Cinema du Réel’. Entrambi si aggiungono a quelli già citati in precedenza e ad altri che si occupano soltanto di documentari.

Quest’anno hanno ricevuto il Nastro d’Argento 2015 per il cinema del reale Costanza Quatriglio con ‘Triangle’, che ottiene per la seconda volta il riconoscimento dopo quello ricevuto in precedenza con ‘Terramatta’ e Giorgio Treves, autore del film ‘Gian Luigi Rondi: vita, cinema e passione’ per la sezione cinema e spettacolo. I Nastri d’Argento dell’Anno sono andati a Gianni Amelio con ‘Felice chi è diverso’, Gabriele Salvatores con ‘Italy in a Day’ e Valter Veltroni con ‘Quando c’era Berlinguer’. I Premi Speciali sono stati consegnati a Jacopo Quadri per ‘La scuola d’estate’ sulla formazione dello scomparso Luca Ronconi, a Davide Ferrario con ‘La zuppa del demonio’, a Tatti Sanguineti per ‘Giulio Andreotti. Il cinema visto da vicino’ e a Giancarlo Soldi per ‘Nessuno siamo perfetti’ sul creatore di Dylan Dog, Tiziano Sclavi. Nastro d’Argento Speciale a Marco Spagnoli autore di una decina di titoli di grande importanza. È stato anche menzionato il progetto complessivo di 9 registri giovani per il 90°compleanno dell’Istituto Luce intitolato ‘9×10=90’.

Abbiamo intervistato Francesco Martinotti, regista e direttore di “France Odeon”,  Festival del cinema francese di Firenze, sulla realtà del docu-film in Italia.

Francesco Martinotti, quali sono i problemi che i registi incontrano in Italia per realizzare documentari e qual è il futuro del docu-film? E’ vero che in altri paesi europei sono più avanti? Cosa dovremmo fare per raggiungerli e colmare tale divario?

La serie di successi internazionali ottenuti dal documentario a partire da  Fahrenheit 9/11 di Michael Moore che vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2004, fino al Leone d’ Oro a Sacro GRA di Gianfranco Rosi nel 2013, hanno dato al cinema  di “non finzione” la dignità che fra i registi e i film-maker aveva sempre avuto, ma che più in generale non riscuoteva tra gli altri operatori del settore.

I documentaristi citati insieme a altri maestri, come Frederick Wiseman in America o Nicolas Philibert in Francia, hanno ripreso con perseveranza e rigore la strada aperta da Joris Ivens, tanto che il futuro del documentario si presenta pieno di nuove prospettive. Non solo i festival, ma anche i produttori e di conseguenza le televisioni, hanno cominciato a investire  nel cinema del reale. In Italia il documentario è diventato uno spazio di libertà per quegli autori che non si vogliono allineare alle regole del mercato. Rispetto al cinema “di finzione”, che risente di forti condizionamenti (mi riferisco alla tendenza tutta italiana di produrre soprattutto le commedie), il documentario lascia ampio margine alla sperimentazione e alla ricerca sia per quanto riguarda i temi sia i linguaggi.

In Italia ciò che purtroppo non è ancora avvenuto è considerare il budget di un doc agli stessi  livelli di un lungometraggio con gli attori. I costi all’estero valorizzano tutte le fasi, dalla scrittura alla post-produzione, che sono fondamentali per la qualità del prodotto. In Francia un doc arriva a costare anche un milione di euro, mentre in Italia tale cifra è inconcepibile: attualmente da noi il costo medio è di circa un decimo. In questo senso nel nostro Paese l’atteggiamento produttivo rimane ancora quello del passato. Ci sono aperture, seppure tenui, da parte delle televisioni.

Le tv trasmettono i docu-film? Qual è la loro distribuzione? Esistono poi dei festivals specialistici?

In Italia esiste uno dei primi festival interamente dedicato al documentario, è il ‘Festival dei Popoli’  di Firenze, che è arrivato alla sua 55° edizione e ha rappresentato da sempre una  grande cassa di risonanza del genere in Italia e all’estero. In Francia ci sono festival di Cinema du réeel  altrettanto importanti a Nyon e a Parigi e sono entrambi diretti da critici italiani. Per quanto riguarda le TV, un segnale positivo per la programmazione è venuto dalla direzione di Andrea Vianello a Rai3 che ha dato maggiore spazio al documentario anche in posizioni orarie importanti del palinsesto. Anche i distributori si stanno specializzando: a Bologna sulla scia del Biographfilm festival si è creata una società che si dedica quasi esclusivamente al documentario.

Abbiamo parlato anche di questo argomento con Giorgio Treves, regista di origini newyorkesi, che iniziò l’attività cinematografica come aiuto regista di De Sica, Rosi e Visconti e esordì nel 1972 con “K-Z” (Candidato al Premio Oscar come Migliore Documentario). Attualmente Treves ha curato la regia del documentario ‘Gian Luigi Rondi: vita, cinema e passione’, prodotto da Iterfilm e Istituto Luce-Cinecittà, in collaborazione con Rai Cinema che, come dicevamo in precedenza, ha vinto il Nastro Argento 2015 per il Miglior documentario su cinema e spettacolo.

Il film è un omaggio a Gian Luigi Rondi, figura fondamentale del Cinema italiano, che si articola attraverso i suoi ricordi e le testimonianze di personalità come Gilles Jacob, Carlo Lizzani, Ettore Scola, Francesco Rosi, Paolo e Vittorio Taviani, Pupi Avati, Gina Lollobrigida, Margarethe von Trotta, Adriano Ossicini e molti altri ancora, e con l’aiuto di rari materiali d’archivio. Attraverso di lui si ripercorre la storia d’Italia del XX secolo e in parallelo lo sguardo che il cinema italiano ha avuto sulla nostra società. Un viaggio lungo la parabola del nostro Paese: dal Fascismo alla Liberazione, alla Ricostruzione, al Boom, sino al declino dei nostri giorni, e l’evoluzione del nostro cinema dal Neorealismo, alla Commedia all’Italiana, al cinema Civile, a quello d’autore sino a quello del presente.

Giorgio Treves, chi è realmente Gian Luigi Rondi, critico e storico del cinema, oltre che direttore di festival, fondatore dell’Accademia del Cinema Italiano, saggista, sceneggiatore e regista di documentari e perché viene definito il ‘Richelieu del cinema’?

E’ la stessa domanda che si pone Vittorio Taviani all’inizio del film. E dopo oltre un’ora e un quarto di film forse una risposta precisa non la si riesce a dare. Egli ha cominciato nel 1946 a fare il  critico per ‘Il Tempo’ e ancora oggi, dopo quasi 70 anni, i suoi articoli escono puntuali, precisi e illuminanti. Ha contribuito a scrivere la legge del Cinema che nel dopoguerra ha fatto di Roma la Hollywood sul Tevere. E’ stato il creatore, Direttore, Presidente dei principali festival italiani: da Venezia a Taormina a Roma. Ha inventato premi prestigiosi come il Nastro d’Argento, il De Sica e il David di Donatello e che ha imposto internazionalmente come vetrina del cinema Italiano. Ha fondato l’Accademia del Cinema Italiano e difeso e promosso senza sosta il nostro cinema e i nostri autori. Anche se in giovinezza è stato il regista di qualche documentario, Gian Luigi Rondi ha scelto soprattutto di lavorare “dietro lo schermo” e di battersi per il Cinema Italiano senza stare sotto i riflettori ma in modo discreto e fondamentale. Per questo Gilles Jacob, lo storico Direttore di Cannes, lo definisce il ‘Richelieu del cinema’. Per la sua attività infaticabile e la grande abilità e diplomatica nel destreggiarsi e gestire il potere. Un uomo che ha dedicato la sua vita al Cinema e che ha posto il Cinema al di sopra di tutto. Per tutto questo merita che si provasse a tracciarne il ritratto e come gente di cinema dobbiamo essergli grati per quello che ha fatto.

Lei ha iniziato  come aiuto regista di De Sica, Rosi e Visconti. Quanto tali autori cinematografici hanno influito sulla sua attività cinematografica di regista di docu-film?

A parte che non credo alle distinzioni tra regista di un tipo di film o di un altro, quasi si fosse di serie A o di serie B, è stato un privilegio aver lavorato con loro anche se in questo lavoro nessuno ti insegna niente. A parte qualche trucco del mestiere credo di aver imparato soprattutto da Visconti a essere me stesso e a non fingere di recitare un ruolo che non mi corrisponde. Per questo non alzo mai la voce o fingo di essere un regista dittatore e autoritario. Piuttosto il mio modo di lavorare è quello di fare squadra, coinvolgendo i miei collaboratori all’interno del progetto che sto realizzando e di responsabilizzarli in modo da dare il massimo senza che si accontentino. In un film non ci deve essere mai una scelta che sia di routine, di “mestiere”.

Nel 2006 Lei realizza ‘Luchino Visconti. Le vie della Recherche’, documentario invitato ai Festival di Roma, Biarritz e Montreal. Come è stato lavorare e girare un film su uno dei suoi maestri?

Questo film è stato il mio modo di rendergli omaggio a Visconti cercando un’angolazione o un aspetto non trattato del suo universo. Per quanto possibile ogni mio film e documentario deve avere un taglio diverso, che si adatti al soggetto per meglio approfondirlo e per tenere sempre viva l’attenzione dello spettatore. Avendo incontrato Claude Schwartz, il fotografo che aveva accompagnato Visconti nei sopralluoghi per realizzare la “A la recherche du temps perdu” di Proust

Pensai di ripercorrere quell’avventura, indagando sullo stretto legame fra i mondi del regista e dello scrittore e cercando di ripercorrere gli stessi sopralluoghi in un gioco di specchi tra come erano i luoghi della realtà e quelli della finzione, e come erano mutati dal tempo di Proust a quello di Luchino sino a quando avevo girato io. Una ricerca, un viaggio nel viaggio e nel tempo per scoprire perché Visconti dopo quattro anni di lavoro e di impegno avesse abbandonato il progetto nel giro di 48 ore e senza mai dare una spiegazione della sua decisione.

Nel 2014 un film su Rondi, nel 2006 uno su Visconti, nel 2003 su Silvana Mangano e nel 2005 su Vittorio De Sica. Nel 2011 uno su Gino De Dominicis… Nei suoi docu-film c’è sempre un personaggio, un ritratto, un omaggio.

Il mio primo film girato negli anni Settanta ‘K-Z’, che ha avuto la Nomination al Premio Oscar, e che fu mandato a Hollywood perché non c’era commento parlato e il produttore non doveva spendere per i sottotitoli, non era incentrato sui personaggi del cinema o dell’arte, ma sul mattatoio di Torino, visto attraverso gli occhi del custode, che era un sopravvissuto ai campi di concentramento.

Un modo di ricordare la Memoria dell’Olocausto?

Sì: una riflessione sulla Memoria, sull’Olocausto. Il mattatoio sorgeva dentro la città, circondato da palazzi e col traffico che veniva fermato per far passare i vagoni piombati con gli animali che dovevano essere uccisi. Eppure la gente, gli abitanti del quartiere evitavano e quasi fingevano di sapere cosa avvenisse dietro l’alto muro di cinta, dietro a cui spuntavano alte ciminiere fumanti, calato nell’ottica e nella considerazione di questa realtà che in quegli anni era al centro della città. Lo stesso rifiuto e ipocrisia di chi abitava nei villaggi e cittadine vicine ai campi di concentramento.

Lo stesso atteggiamento di uno spettatore, che non si era scandalizzato delle immagini di repertorio dei corpi senza vita e scheletrici dei deportati, ma che mi accusò di dovermi vergognare per aver fatto vedere l’uccisione degli animali…

Qual è il futuro del docu-film e i problemi che i registi incontrano in Italia a realizzare film in tale settore del cinema?

Vedendo la selezione dei Nastri d’Argento di quest’anno, la sensazione è che il settore sia vivo e dinamico. I docu-films vanno sostenuti sia produttivamente che nella distribuzione perché sono uno spaccato della realtà nei suoi vari aspetti. Perché sono più liberi e meno condizionati dal mercato, dal ritorno del botteghino. Attorno ad essi c’è una maggiore attenzione, ma come avviene all’estero, si potrebbe e dovrebbe fare molto di più. Un tempo i documentari erano una palestra di formazione fondamentale per chi voleva diventare regista. Oggi questo ruolo può essere ancora svolto dai docu-films che esprimono anche una varietà di temi, originalità narrative e profondità di scavo e racconto che la maggior parte delle produzioni televisive e cinematografiche non hanno. Ma paradossalmente, anche se i budget sono molto più ridotti di quelli destinati alle fiction o ai film, le difficoltà di trovare i finanziamenti per i docu-films non sono minori. Per realizzare il mio film su Gian Luigi Rondi, ero convinto che l’argomento e l’importanza del suo protagonista ne rendessero ovvia  e evidente la realizzabilità. E invece ho impiegato più di due anni per farlo, con una interruzione di molti mesi per trovare un secondo produttore, appunto Laurentina Guidotti di Iterfilm, che avesse l’enstusiasmo e la capacità di trovare e coinvolgere tutte le istituzioni (MIBAC, Istituto Luce- Cinecittà, RAI Cinema) che alla fine hanno reso possibile che il film fosse fatto.

La tv trasmette il docu-film?

L’esistenza di molti canali in chiaro e a pagamento ha aumentato le possibilità di visibilità dei docu-films. Non solo i canali di nicchia come RAI 5 e DOC3, ma anche le reti generaliste, specie RAI 3 con la direzione di Andrea Vianello ha cominciato a svolgere una politica di maggiore attenzione e diffusione. Si può quindi vedere più facilmente questo genere di film, anche se realizzare un documentario non è facile.

Che distribuzione ha il suo docu-film e a quali festivals è destinato?

La distribuzione del film su Rondi è curata dall’Istituto Luce-Cinecittà che conta proiettarlo in diverse città in sale mirate oltre che attraverso uno sfruttamento in DVD. “GIAN LUIGI RONDI: VITA CINEMA PASSIONE” ha avuto come prima vetrina la Mostra del Cinema di Venezia e poi è stato selezionato e proiettato al Festival di  Chicago, riscuotendo molto interesse e apprezzamento. La vittoria del Nastro d’Argento 2015 dà certamente un’ulteriore visibilità rispetto al pubblico italiano, e per interessare possibili distributori e televisioni estere.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore