domenica, Novembre 28

Djibouti, la nuova Dubai cinese

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Che cosa sono le dorsali sottomarine?

Sono giganteschi cavi a fibre ottiche, che trasportano dati. Ora, detto così sembra non ci sia nulla di strano, ma il ragionamento è molto semplice. Se qui per caricare un video su Youtube, faccio un esempio, vai a botte di 3 Mega al minuto, in Gibuti vai a 3 TeraByte al minuto. Il Gibuti ha la grandissima opportunità di poter diventare un Hub per le informazioni ad altissima velocità e i cinesi, non è un segreto, smaniano all’idea di aver accesso a fonti di data center sempre più veloci, sia per il loro sviluppo infrastrutturale sia per avere internet altamente veloce e aggressivo. Djibouti rischia di divenire il prossimo Dubai nel giro di 10 o 15 anni. Se si considera la storia della crescita di Dubai questa è avvenuta, infatti, nel giro di 15 anni.

Realtà estremamente interessante anche per l’Italia?

Per la crescita economica della Cina, per quella del Djibouti è molto interessante anche per le PMI italiane, che dovrebbero iniziare a considerare di farci un giro in Djibouti, soprattutto per vedere che aria tira. Essere pronti allo sviluppo economico di questa zona del mondo è determinante, perché in questo momento Djibouti è come era Casablanca nel periodo in cui ci venivano girati i film con Humphrey Bogart. Ovvero, una realtà dove è presente di tutto: militari, contractor, organizzazioni non governative insediatesi qui dopo la crisi in Yemen. Questo non è luogo in cui ci sono problemi di sicurezza e le potenzialità sono simili a una nuova Dubai con minori rischi di carattere religioso, rappresentati negli Emirati ad esempio dalla vicinanza di Abu Dhabi.

Americani da una parte e cinesi dall’altra, la nazione del Djibouti si è comprata un biglietto e un’assicurazione sulla vita migliore di quella del Qatar con i droni americani in zona.

Americani e cinesi insieme come li vede?

È un punto di incontro e non di scontro con la realtà americana, essendo due basi di “competitors” così vicino tra di loro e soprattutto vi sono da considerare le variabili dell’investimento cinese in Djibouti: un’iniezione di adrenalina pura di circa 1,5 miliardi di dollari che arriva dalla Cina è un bonus certo per la crescita del paese.

L’avvicinamento cinese all’Europa è già avvenuto con la presa in consegna da parte della Cosco Group di parte del Pireo, in Grecia. Tornando all’Italia invece credo che il Djibouti di per sé non ci influenzi più di tanto. Quello che invece è un game changer è l’investimento che viene fatto dove prima non c’era nulla. Vi sarà allora una classe emergente, che ambirà nei prossimi 10/15 anni ad avere prodotti e servizi di lusso, e in questo l’Italia è il top. Inoltre, se parliamo di un Gibuti, dobbiamo parlare anche della sua crescita immobiliare veloce, di cittadini che si trasferiscono a Gibuti per vantaggi fiscali e di crescita economica, una realtà paesaggistica con il suo lago ultra salato, che fa concorrenza a Sharm el Sheik. Quindi, direi si tratti potenzialmente di un mercato concentrato e piccolo, ma molto interessante per sub contractor e contractor per le attività cinesi. È vero che i cinesi preferiscono dare lavoro alle loro aziende per un fatto di scelta di crescita economica, ma non è detto che i cinesi preferiscano poi affidare qualche incarico anche ad altri di cui si fidano. Le opere che verranno costruite nei prossimi anni, terranno conto della meccanica di precisione e della gestione energetica, per cui noi italiani siamo all’avanguardia. Banalmente nel trasporto su ferrovia, abbiamo appena siglato un accordo con l’Iran di 3 miliardi di dollari.

Crede che Gibuti sia una realtà a dimensione di PMI?

La Cina ha fatto bene i suoi conti. La Cina spaventa le piccole imprese, ma andando nello stato di Gibuti tutto sommato, non si rischia di andare ad essere fagocitati. Questo è uno stato in cui c’è uno spazio di dialogo sia per le dimensioni stesse della nazione sia perché essendo in crescita c’è l’interesse a facilitare gli sviluppi. Cosa secondaria, ma non meno importante, se noi non fossimo tanto bravi a vendere all’estero, avere una testa di ponte in Gibuti sarebbe l’ideale. Vendere i nostri prodotti ad aziende terze, come quelle cinesi o americane o di chi le compra, essere integrati nella produzione finale, ci consentirebbe di avere un cliente che penserà lui a vendersi il prodotto finito.

Concludendo. In Gibuti con l’arrivo della Cina da una parte arrivano anche soldi in quantità importanti, si genera una potenziale domanda per beni e prodotti finali di alta qualità, come i nostri, ma soprattutto vi è una ricaduta sul potenziale sub contractor, dove potrebbe esserci davvero un ottimo spazio anche per l’Italia.

 

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