domenica, Settembre 19

Dizionario, strumento indispensabile field_506ffb1d3dbe2

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 Luca Serianni.

 

Nella libreria della mia casa di famiglia troneggia un dizionario del mio trisavolo in due volumi, stampato a Firenze a metà dell’800. Il primo dizionario che ho avuto in dotazione, racchiuso in un cofanetto di plastica insieme con la Garzantina in tre volumi, fu il premio di consolazione che mi toccò   -non avevo ancora sei anni-  dopo il trauma dell’estirpazione cruentissima delle tonsille e adenoidi senza anestesia. In quegli anni si usava così…
Fra carriera scolastica e successivo lavoro giornalistico, di dizionari ne ho posseduti parecchi: Zingarelli prima, Devoto Oli, poi.

Un dizionario serio e ben argomentato, infatti, non dovrebbe mancare nel corredo scolastico, a tutte le età. E, in casa, dovrebbe essere una pietra d’angolo di una minima biblioteca domestica.

Il professor Luca Serianni, ordinario di Storia della Lingua Italiana all’Università La Sapienza e vicepresidente della Società Dante Alighieri, al di là del palcoscenico accademico,  dal 2004, insieme con Maurizio Trifone, ha curato la revisione del Devoto-Oli, pièce de résistance di chi o a scuola o per lavoro deve bazzicare con cognizione di causa l’italiano  -sul futuro del quale, Serianni, come ci ha spiegato nell’intervista dello scorso 4 agosto, è tutt’altro che pessimista.

Per chi sente il bisogno di consultare un dizionario, ai giorni nostri il web dovrebbe facilitare enormemente le cose, ma occorre essere attrezzati anche a esplorarlo cernendo nei link il grano dal loglio.
Del mondo delle parole solo apparentemente noi ‘comuni mortali’ possediamo le chiavi. Si tratta di materia ‘scivolosa’ che richiede un approccio avvertito.

 

Professor Serianni, è difficile ‘costruire’ un dizionario, diventando così i giudici delle parole da conservare o emarginare, perché ormai obsolete?
Occorre tenerne d’occhio la misura, innanzitutto. Non si possono fare dizionari con la pala, dando loro misure ipertrofiche. Il grande linguista Bruno Migliorini, negli anni ’30, soleva dire che, abbandonandosi alla grandeur, si potrebbe creare un dizionario di 300mila lemmi per la sola chimica. Ovvero, un mattone che spaventerebbe anche il bene intenzionato. Compito del lessicografo è quello di scegliere il taglio del dizionario. Si può optare per farne uno ‘storico’, oppure uno che rispecchi l’uso corrente della lingua. Ora che il web è diventato pesantemente competitivo, e in Rete, ad esempio, si trova il dizionario della Treccani che ha le antitetiche virtù di essere gratuito ed eccellente, il dizionario cartaceo deve escogitare una diversa strategia per sopravvivere, tenendo peraltro presente che una dimensione compatta ha maggiore appetibilità sul mercato.

Perché queste periodiche revisioni?
Perché la lingua è un organismo vivente in continua evoluzione. In tanti contribuiscono ad arricchirla, a cominciare dalla politica e dai media. Qualche giorno fa, ad esempio, il Premier Matteo Renzi è stato scherzosamente indicato come affetto da ‘annuncite’. E’ un termine, questo, che non si trova nel dizionario della lingua d’uso, ma può essere compreso in quello dei neologismi usa e getta, d’occasione. Il suffisso ite, infatti, è quello tipico delle malattie (delle malattie infiammatorie, per l’esattezza). Ottant’anni fa, in altra epoca storico-politica, era in voga la parola ‘poltronite’, nata secondo lo stesso meccanismo linguistico.

Il dizionario cartaceo, però, ha limiti spaziali…
E’ indubitabile. Occorre riuscire nella quadratura del cerchio di una concentrazione del lemmario senza rinunciare ad introdurre neologismi ormai radicatisi nel linguaggio parlato. Dilatare oltremisura il numero delle pagine ha costi proibitivi; ma è controindicato sia adottare caratteri più piccoli sia una carta più sottile.

Cosa togliere, allora?
Cominciamo col dire cosa NON togliere. Sono inamovibili quei vocaboli come ‘augello’, ‘speme’, ‘guari’, col valore di ‘molto’ in frasi negative; sono forme che si trovano nei nostri classici e a volte sono utilizzate con intenzioni facete. Vi sono, però, termini che stanno ad indicare antichi mestieri assolutamente scomparsi e che possono essere  cancellate dal dizionario. Un esempio per tutti, l’abbadatore, che era un operaio specifico delle solfatare, termine che è stato eliminato dai dizionari d’uso. Poi ci sono alcune parole che appartengono ad un’altra stagione e non sono più in uso gli oggetti a cui si riferiscono, a meno che uno scrittore non voglia inscenare un romanzo d’epoca. Fra le tante, mangiadischi, deflettore.

Incuriosita e, oltretutto, indirizzata dallo stesso intervistato ad attingere alla Treccani, plano online e trovo la presente spiegazione, giusto per nostra curiosità: Abbadatòre – Operaio che, nelle miniere di zolfo, sorveglia la copertura dei calcaroni, durante la fusione del minerale. Informo il mio gentile intervistato che, su Word, mentre il povero Abbadatore mi viene marcato con un rosso paonazzo, il mangiadischi o il deflettore la passano liscia, come se facessero ancora parte della nostra vita.

 

Ma ci sono anche parole che, sulla distanza, mutano significato o accezione…
Esatto. Prendiamo il lemma ‘ambiente’, diffusosi a fine ‘800 con un significato assai diverso da quello che ha assunto negli ultimi 30-40 anni, allorché ha anche preso forza un movimento ambientalistico. Tale fenomeno ha interessato anche una parola semplicissima, ‘compagno’ o ‘compagna’… Solo da qualche decennio è passato dalla scuola o dalla lotta politica alla vita sociale, diventando sinonimo di convivente o di persona a cui si è sentimentalmente legati. Il cambiamento di mentalità, la cartina di tornasole sociologica che un dizionario deve registrare appare assai più interessante dei neologismi usa e getta.

Mi viene in mente una delicatissima espressione del poeta Ennio Cavalli che, nel corso di una conversazione, volendo riferirsi alla sua compagna prematuramente scomparsa, disse: ‘Io ero nella sua vita e lei nella mia’, commuovendo tutti i presenti.

Anche le sequenze di parole trovano cittadinanza nel dizionario?   

Non v’è dubbio. La costruzione con l’aggettivo più adatto è certamente materia del dizionario. Ad esempio, un italiano madrelingua adulto, parlando di una forte pioggia, dirà ‘pioggia battente’ e non ‘pioggia colpente’; gli viene naturale, cosa che, invece, non accade ad uno straniero che si cimenta con l’italiano o a un bambino dal lessico ancora limitato.

Seguendo i TG, talvolta i miei colleghi giornalisti appaiono piuttosto storpianti le parole nell’accentazione…
Consultando un vocabolario, risolverebbero tutti i loro dubbi.

… il problema, professor Serianni, è che lei è troppo fiducioso: i miei colleghi erranti – nel senso di errore, non di cavalieri erranti… – sono convinti che quei vocaboli dubbi si pronuncino assolutamente così!.
… Nell’uso corrente e ormai generale si dice ‘abbàcino’, quando l’etimologia vorrebbe ‘abbacìno’, perché fa riferimento ad un antico supplizio che consisteva nell’uso di un bacile arroventato per accecare il torturato. Così, nella prima persona dell’indicativo presente di valutare: la forma etimologica imporrebbe ‘io vàluto’; ma coloro che la pronunciano correttamente sono un’infima minoranza, rispetto alla folla dei fan di ‘io valùto’. Poi ci sono anche persone, persino colte, che adoperano una parola prendendo una cantonata sul significato. Ad esempio, ‘paventare’ viene usato, oltre che per il suo vero senso, quello di temere, anche col significato erroneo di ‘prevedere’. E ‘stigmatizzare’, ovvero biasimare, viene distorto nell’accezione di sottolineare, mettere in evidenza. Anche in questo caso, basta velocemente consultare un dizionario e si evita ogni equivoco.

 

 

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