venerdì, Settembre 17

Divorzio: più che breve difficile Il disegno di legge arenato al Senato, causa l’opposizione del Nuovo centro destra ma anche dalla fronda di non pochi senatori dei diversi schieramenti

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Sarà che la crisi economica e politica del Paese è così forte da farli passare in secondo piano. Sarà che il Premier è troppo impegnato con la Troyka, l’articolo 18 e le riforme che segnano il passo. Oppure sarà che Maria Elena Boschi nel Pantheon del suo Pd ha messo perfino Amintore Fanfani, che da Segretario della Dc nel 1974 per compiacere il Vaticano promosse  -ma poi perse- il referendum per abrogare la legge Fortuna-Baslini che 4 anni prima aveva finalmente introdotto il divorzio anche in Italia, con decenni di ritardo rispetto ai paesi d’Europa. Sta di fatto che sui diritti civili il nostro Paese continua a essere il fanalino di coda non solo in Occidente ma nel mondo.  

Tanto per fare qualche raffronto: secondo ‘L’Espresso’, siamo 26esimi per la legislazione sul fine vita dopo Cina e Turchia; 28esimi sulla fecondazione assistita preceduti anche da Romania, Iran e Vietnam; 32esimi per la ricerca sugli embrioni dopo Lettonia, Colombia e Nuova Zelanda; 45esimi sull’aborto preceduti da Paesi come il Bahrein, la Macedonia, la Guyana, il Ghana e il Kazakstan.

Con il partito della sinistra al Governo (ma il Pd lo è ancora?) ci si sarebbe aspettati uno scatto su questo fronte. Ma Matteo Renzi, presentando il suo programma in Parlamento, si è limitato a promettere che «al termine dei mille giorni ci sarà una legge sui diritti civili». E si riferiva soltanto alle unioni di fatto, anche tra persone dello stesso sesso, su cui il Presidente del Consiglio ha in mente una legge sul modello tedesco che esclude i matrimoni e le adozioni gay (guai anche solo a parlarne, in Italia) ma su tutte le altre questioni assicurerebbe lo stesso trattamento che lo Stato riserva alle coppie sposate.

Sulle altre questioni, dal biotestamento al fine vita, dalla revisione della legge 40 sulla fecondazione assistita bocciata dalla Consulta all’aggiornamento della legge sull’aborto (che in Italia è un diritto reso troppo spesso impraticabile dai medici obiettori), per arrivare alla legalizzazione delle droghe leggere, silenzio quasi assoluto. Anzi, se si guarda alla norma contro i licenziamenti senza giusta causa che si vuole cancellare, si potrebbe dire che siamo alla ‘rottamazione dei diritti’.

E pensare che nella scorsa primavera sembrava che almeno sul divorzio, che ormai dovrebbe essere un diritto civile pienamente acquisto anche nella vaticanissima Italia, la nostra legislazione si adeguasse a quella europea introducendo il cosidettodivorzio breve’, con la possibilità di separarsi definitivamente senza dover aspettare tre anni e senza dover per forza passare da un Tribunale, con tutto ciò che comporta.

Alla Camera in aprile era stato approvato il testo di legge presentato da Alessandra Moretti (Partito democratico) e da Luca D’Alessandro (Forza Italia)  che prevede non più tre ma un anno di separazione prima di arrivare al divorzio,  e soltanto sei mesi se è consensuale e senza figli minorenni. Ma il disegno di legge si è arenato tra le secche del Senato, bloccato dall’opposizione del Nuovo centro destra (Ncd) ma anche dalla fronda di non pochi senatori dei diversi schieramenti: un gruppo trasversale deciso fermamente ad opporsi al taglio dei tempi di attesa tra la separazione e il divorzio.

«Temevamo che il nostro lavoro si arenasse nella palude del Senato e infatti è quello che sta succedendo», ha commentato la Moretti.  «Eppure entrambi i presidenti delle Camere, Boldrini e Grasso, ci avevano assicurato una corsia preferenziale. A Montecitorio l’iter è stato breve, a Palazzo Madama invece il provvedimento è in commissione Giustizia da mesi. Perché? Chi ha paura del divorzio breve

In maggio il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in una intervista a ‘Il Venerdì di Repubblica’ aveva annunciato l’imminente approvazione nel Consiglio dei Ministri di un decreto che avrebbe dovuto rendere possibile la separazione e il divorzio consensuali davanti agli avvocati delle parti, senza dover più passare attraverso una causa, un giudice, il tribunale.

 «Il provvedimento è pronto», aveva detto il Ministro, «diventerà immediatamente esecutivo, basterà una procedura conciliativa per dividersi”. E aveva aggiunto: “E’ un percorso di responsabilizzazione delle coppie che trova conforto nei dati: nel 2013 sono state  62mila le omologazioni di separazioni e divorzi consensuali, che noi vorremmo ora, da subito, sottrarre all’intasamento dei tribunali».

Sembrava il modo migliore per celebrare il 40esimo anniversario della vittoria dei laici al referendum del 1974 sul divorzio. E ai cattolici critici il Ministro ricordava: «A minacciare l’unità e il ruolo della famiglia è la crisi economica; non è stato il referendum e non sarà il nostro decreto che, al contrario, solleverà le coppie che si dividono dal peso, dai tempi lunghi e dai costi delle cause». 

La discussione al Senato sul divorzio ‘fai da te’ del Ministro Orlando, che si chiama ‘negoziazione assistita’, è cominciata e in teoria potrebbe arrivare a compimento prima del ‘divorzio breve’. Ma il rischio che finisca anch’essa nella ‘palude’ è forte, anche perché i centristi e il Ncd di Alfano remano contro e la resistenza cattolica è molto forte. Pochi giorni fa il Consiglio della Cei ha mandato un chiaro messaggio a Renzi, affermando «al centro dell’agenda politica deve esserci la famiglia, non questioni come il divorzio breve o le coppie gay». A complicare le cose c’è poi il fatto che la riforma Orlando non modifica i tempi di attesa oggi in vigore tra separazione e divorzio (tre anni), mentre il disegno di legge sul ‘divorzio breve’ li dimezza. Una contraddizione che dovrà per forza essere superata, armonizzando i due provvedimenti. La soluzione a cui si pensa è di inserire nella riforma Orlando un emendamento con l’intero testo della legge sul divorzio breve. Nelle prossime settimane si vedrà se l’operazione andrà in porto o se il ping pong tra i due provvedimenti, e tra Camera e Senato, finirà ancora una volta per bloccare o ritardare questo primario diritto civile.

Certo che quella del divorzio in Italia è davvero una storia infinita. Mentre gran parte degli Stati europei si era data già dalla fine dell’Ottocendo una legislazione in materia, nel nostro Paese il principio della ‘indissolubilità del matrimonio’ è sostanzialmente sopravvissuto fino agli anni Settanta. Benito Mussolini, con i Patti Lateranensi del 1929, lasciò la competenza in materia ai tribunali ecclesiastici.

Nel primo dopoguerra  la questione divorzio fu al centro di una decennale disputa tra l’Italia e San Marino. Allora la Repubblica del Titano era governata dai socialcomunisti, che a differenza di quanto è avvenuto in Italia restarono al potere fino al 1957, prima di essere rovesciati da un ‘colpo di Stato’ organizzato dagli Stati Uniti in accordo con la Democrazia cristiana di Fanfani e il Governo Zoli (Adone Zoli, che succedette per un breve periodo ad Alcide De Gasperi).

Le sinistre avevano costituito a San Marino la ‘Repubblica del lavoro’, uno Stato di impronta socialista dove il divorzio era possibile per legge. La legittimità delle sentenze di divorzio emesse sul Titano era stata riconosciuta dalla Corte di Appello di Torino, e per questo erano valide anche in Italia. Tant’è che molti italiani, e tra loro molti personaggi di spicco, per ottenere l’annullamento del proprio matrimonio andavano a San Marino. E ad essere annullati erano solo i matrimoni religiosi, perché allora sul Titano erano riconosciute soltanto le unioni in chiesa (il matrimonio civile venne istituito solo nel 1953).

Divorziare era piuttosto facile. Bastava risiedere ufficialmente per un certo periodo a San Marino per poter chiedere e ottenere lo scioglimento  matrimoniale. Molte delle persone che divorziavano erano ‘finti residenti’ che con un ‘aiutino’ -dietro ricompensa ai governanti locali- diventavano formalmente sammarinesi e quindi potevano accedere alle sentenze del tribunale civile. Si creò così un forte giro d’interessi, con un gran via vai di gente che si trasferiva per qualche tempo sul Titano per divorziare. Tra gli altri salirono il monte il Segretario del Pci, Luigi Longo (nel 1953),  per sciogliere il suo matrimonio con Teresa Noce (poco tempo dopo si sarebbe risposato con la sua nuova compagna, Laura Conti) ed Eduardo De Filippo (nel 1952), che negli anni Ottanta, invitato a San Marino per una iniziativa in suo onore,  già molto malato e malfermo sulle gambe, andò e raccontò così la cosa: «Vedete come sono messo, non lavoro più, sono alla fine della mia vita. Ma qui ho voluto esserci ugualmente perché San Marino trent’anni fa mi ha ridato la libertà: mi ha liberato da quella vipera di mia moglie».

La legge sammarinese sul divorzio era assai indigesta alla Chiesa di Roma. Che prima contro gli annullamenti e dopo il 1953 contro i matrimoni civili, scatenò una vera e propria crociata, spalleggiata politicamente dalla Dc. Tanto che i vari Governi a guida democristiana che si succedettero dalla vittoria sul ‘fronte popolare’ del 1948 al ‘colpo di Stato’ del 1957 che pose fine al Governo delle sinistra a San Marino, usarono la legge sul divorzio come continua arma di ricatto. In sostanza, per onorare i propri impegni con la Repubblica del Titano in materia di canoni demaniali e danni di guerra, i Governi italiani pretesero ripetutamente dal Governo sammarinese la modifica in senso restrittivo della propria legislazione sul divorzio. Fino a che San Marino, strangolato economicamente dall’Italia, si piegò e rese più severe le norme per ottenere la residenza e limitare così i divorzi. Ma non servì a salvare il Governo delle sinistre.

In Italia, invece, bisognò aspettare fino al 1970 per avere una legge sul divorzio. E il referendum del 1974, con la sonora sconfitta della Dc di Fanfani, per veder riconosciuto il diritto degli italiani a sciogliere i loro matrimoni finiti.

 

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