venerdì, Settembre 17

Divorzio all'iraniana Una coppia su tre si separa a Teheran. Boom delle crisi e nascite a picco

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Nei Paesi della Primavera araba i regimi secolarizzati sono aggrediti dai movimenti islamici popolari: in guerra con il potere centrale come in Siria, o democraticamente eletti al Governo come in Tunisia, in Libia e nell’Egitto prima del golpe.
Nella Repubblica islamica iraniana invece, dove nulla cambia nonostante le pressioni di piazza, il processo è inverso e incontrovertibile. La teocrazia degli Ayatollah resiste ai vertici religiosi, politici, militari e giuridici. Eppure, nonostante l’assenza di rivolgimenti sostanziali nelle gerarchie, in barba ai precetti del Corano i costumi della società sono sempre più, e prepotentemente, laici e occidentalizzati.
I dati nazionali freschissimi sui matrimoni e sui divorzi, diffusi senza tabù dall’agenzia ufficiale ‘Irna‘ nell’aprile scorso, confermano la tendenza inarrestabile e in crescita tra gli iraniani prima a evitare, poi a disfare le famiglie, nonostante le prediche della Guida Suprema Ali Khamenei e gli incentivi del Governo a fare figli.
Nel 2013 il tasso dei divorzi in Iran si è attestato al 21%, quasi il doppio rispetto al 12% del 2007. Più di due coppie su cinque si dicono addio, spesso a pochi anni dalle nozze: percentuale che nelle grandi città come Teheran o Isfhan si impenna a una coppia su tre.

Nello Stato religioso con la famiglia a dogma della comunità, il numero di divorzi per abitanti – triplicati, dai 50 mila casi del 2000 ai quasi 159 mila tra il marzo 2013 e il marzo 2014 è sorprendentemente più alto che nelle cattolicissime Spagna, Italia e Irlanda. Per ritmo d’accelerazione, pari a quello di Paesi dai costumi liberi come Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada.
«Nel 21esimo secolo l’andamento delle separazioni ha portato la Repubblica islamica nella categoria dei Paesi ad alto numero di divorziati. Una crescita senza precedenti», scrive nella ricerca accademica del 2013 Trend recenti sul divorzio in Iranil sociologo Akbar Aghajanian della Fayetteville State University, negli Usa. «Nonostante la famiglia resti un’istituzione molto forte, alcuni suoi aspetti, inclusa la dissoluzione del legame maritale, stanno cambiando rapidamente, in un Paese non più protetto dal peso della morale famigliare, tradizionalmente regolata dai contratti sociali tra famiglie molto numerose».
Per la festa del matrimonio, il «giorno dei valori della famiglia» che celebra l’unione sacra tra l’Imam Ali e la figlia del profeta Maometto Hadrat Fatima Zahra, Khamenei indottrina regolarmente le coppie sull’unione «per sempre». Ancora il 19 aprile scorso, per l’anniversario della nascita di Zahra, la Guida suprema ha esortato le iraniane a «liberarsi dal pensiero occidentale, costituito da un insieme di cliché e pensieri sbagliati, arretrati e pseudo-progressisti».
La massima autorità religiosa ha ricordato che la «prima condizione per uno sguardo sano, logico e preciso sulla questione femminile è rimuovere completamente dalle menti le parole occidentali sulla donna rispetto all’occupazione, all’amministrazione e all’uguaglianza sessuale».
«La giustizia è un diritto, ma l’eguaglianza a volte è giusta a volte è sbagliata» e per tornare alle indicazioni dell’Islam bisogna innanzitutto «occuparsi prima della famiglia poi del lavoro». Peccato che i milioni di 30enni iraniani (l’età media della popolazione) facciano orecchie da mercante, rispedendo al mittente le politiche governative per procreare.

Negli ultimi 12 mesi, le anagrafi nazionali hanno registrato poco più di 757.200 matrimoni (-4,4% rispetto al 2012), contro gli oltre 158.700 divorzi (+4,6%). Parallelamente, il tasso di natalità è rimasto ai minimi, confermando la tendenza che ha visto la fertilità crollare dal 3,9% del 1986 fino all’1,3% del 2013.
In una società così giovane, è chiaro che le nuove generazioni usano i metodi contraccettivi molto più dei loro genitori. Complici la crisi economica e il caro affitti, i single in «età da matrimonio» ma dai costumi occidentali sfiorano ormai il 40%. E, in generale, nei 30 anni dalla Rivoluzione khomeinista del 1979, l’età media per sposarsi in Iran è salita dai 20 ai 28 anni per gli uomini per le donne, dopo l’università, dai 25 ai 30 anni.
Velo obbligatorio a parte, l’evoluzione dei costumi rilevata dalla statistica è una chiara sconfitta della morale islamica imposta dagli Ayatollah.
Profetico, in questo senso, è stato il film iraniano rivelazione ‘Una separazione‘, Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 2011 e Oscar come miglior film straniero nel 2012, girato alla luce del sole in Iran e diffuso poi, con il nulla osta della censura, su scala internazionale, dopo aver fatto il pieno nei cinema iraniani.
Figlio del suo tempo, 40 enne Asghar Farhadi ha narrato con la camera da presa le peripezie di una coppia borghese di iraniani divorziati, con l’ex marito che rischia pure di finire in galera per l’omicidio del feto della giovane badante incinta, caduta dalle scale in casa sua, nel mezzo di una lite.
Storia drammatica ma possibile, e soprattutto seguita con grande trasporto dal pubblico iraniano, ormai depositario di storie e vite molto più complesse di quelle secondo i dettami islamici e anche secondo le cronache occidentali spesso semplicistiche e faziose.

È bene smentire alcuni luoghi comuni. Come quello che economicamente in Iran la legge sul divorzio – in linea di principio, palesemente antifemminista – vada a svantaggio delle donne.
Al momento del matrimonio, infatti, la stipula del contratto prevede l’impegno di una cospicua dote (mehrieh) da parte del marito, fino al 2009 esigibile dalla sposa, o dalle spose, essendo permessa la poligamia, in qualsiasi momento.
Nel caso il coniuge non sia in grado di sborsare le migliaia (e spesso centinaia di migliaia) di dollari richieste, la moglie ha diritto a chiedere il divorzio, altrimenti riconosciuto automaticamente solo all’uomo, a meno che questo non si dimostri violento, pazzo, fisicamente affetto da gravi malattie o anche incapace di mantenere la coniuge, considerato che, nella legge islamica iraniana, le responsabilità finanziarie (nafaqa) della famiglia sono interamente addebitabili al marito.
Per chi non onora i debiti scattano la galera, le confische o, dopo la recente riforma, nel caso si riesca a far fronte a una tranche iniziale, il pagamento può essere dilazionato, fino a scadenza, in un assegno mensile alle ex mogli. Accanto al divorzio, dal 2005 le iraniane possono inoltre avvalersi della legge sull’aborto, consentito fino al quarto mese per gravi malformazioni del feto o in caso di pericolo di vita della donna.

Con i dati correnti, tra 30 anni l’Ufficio del registro nazionale delle nascite prevede una crescita demografica nazionale pari a zero.
Del boom dei divorzi, d’altra parte, si parla sin dalla campagna elettorale del 2009. E, non a caso, nella seconda Amministrazione del Presidente conservatore Mahmoud Ahmadinejad, si è lanciata una serie (inutile) di leggi a tutela degli uomini separati, per centellinare i permessi sugli aborti e agevolare le famiglie numerose.
Per i prossimi 50 anni, la Guida suprema Khamenei ha lanciato come obiettivo raddoppiare la popolazione iraniana dagli attuali 75 a 150 milioni. Ma vista la resistenza dei giovani sarà dura: nel 2008, alla vigilia del Movimento verde che contestò con morti e feriti la rielezione di Ahmadinejad, la maggioranza degli uomini raccontava di aver fatto, almeno una volta, sesso prima del matrimonio.
Con la recessione, molti “bamboccioni” iraniani, spaventati anche dalla spada di Damocle del mehrieh, hanno iniziato a rimandare il matrimonio: una storia recente non diversa, alla fine, da quella di tanti 30enni italiani. “Il numero dei matrimoni continua a scendere. I divorzi invece sono in aumento costante, più o meno come in Gran Bretagna”, ci racconta Afshin Shahi, politologo di Medio Oriente e Islam dell’inglese Bradford University che ha seguito il trend, “sul fallimento della morale islamica pesa di certo anche la crisi economica in Iran, ma ogni tentativo del regime di fermare il cambiamento è sterile”.
Per il sociologo Aghajanian, nel Paese tradizione e moralismo islamico hanno ormai ceduto il campo a un «forte movimento secolare verso l’individualismo e l’affermazione di sé». Alla fine, «forse un inesorabile passo verso la modernità».

 

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