lunedì, Settembre 27

Il divide et impera di Trump

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Significativo, a tale riguardo, è che in Cina vige la convinzione che Henry Kissinger «stia giocando un ruolo chiave nel tracciare la politica estera di Trump» per tentare di indebolire l’alleanza di ferro tra Mosca e Pechino. Un’intesa che, grazie alle ambiziosissime iniziative cinesi (Via della Seta in primis), rischia di fungere da polo d’attrazione non solo per Paesi non allineati come l’Iran, ma anche per alleati cruciali di Washington come il Giappone e la Germania. L’istituzione di una catena di Paesi costieri legati alla grande potenza continentale, cioè la Russia, da un rapporto di alleanza votata alla reciproca collaborazione in ambito politico, economico e militare è infatti suscettibile di originare un polo geopolitico di forza tale da accerchiare gli Stati Uniti, relegarli a un ruolo di subalternità, respingere la loro penetrazione economica e sfidare la loro supremazia marittima rovesciando gli equilibri mondiali.

Nella visione di Kissinger, il predominio degli Usa risiede quindi non tanto nel loro potenziale economico e bellico, quanto sull’assenza di unità tra Europa ed Asia, specialmente ora che lo sviluppo tecnologico applicato all’ambito militare ha ridotto le distanze e alimentato una certa diffidenza nei confronti della capacità di protezione assicurata agli Stati Uniti dalla loro posizione insulare e dal controllo militare degli oceani. Fattori che fanno dello stratega di origini tedesche uno dei più acuti discepoli del geografo e politologo Nicholas J. Spykman, l’artefice della teoria del rimland che ispirò a George Kennan la politica del containment, materializzatasi mediante la costruzione di un argine che dall’Europa occidentale si allungava fino al Giappone, attraverso Paesi arabi sunniti, Iran, Israele e Stati del sud-est asiatico. L’obiettivo era quello di rinchiudere l’Unione Sovietica in un logorante isolamento economico e geopolitico. La ricostruzione post-bellica di Giappone e Germania – attuata a costo di marginalizzare personalità del calibro di Hans Morgenthau e Douglas MacArthur – e il loro inquadramento nell’architettura di difesa incardinata sugli Stati Uniti risulta del tutto funzionale allo scopo, così come la rottura del sodalizio sino-sovietico predisposta da Kissinger nel 1970-71.

Secondo l’esperto analista William Engdahl, per il nuovo presidente l’obiettivo consisterebbe, in maniera non troppo differente da allora, nel mantenere un certo livello di divisione all’interno del ‘triangolo strategico Iran-Russia-Cina’ così da garantire un equilibrio di potere favorevole agli Usa. In tale contesto, l’offensiva lanciata dall’esercito ucraino sul Donbass pochi giorni dopo l’insediamento di Trump e il contestuale blocco economico nei confronti delle regioni secessioniste da parte di Kiev assumono una loro logica se considerati alla luce della strategia tratteggiata da Kissinger. Stesso discorso vale per la condanna del colpo di mano russo in Crimea da parte di Tillerson; o per la decisione russa di riconoscere la validità dei documenti emessi dalle repubbliche indipendentiste di Donec’k e Luhans’k; o per il veto russo e cinese sulla risoluzione Onu presentata da Usa e alleati europei mirante ad applicare nuove sanzioni a Damasco; o per gli sporadici blitz operati da Israele in Siria; o per l’esercitazione Unified Trident, attraverso la quale Usa, Gran Bretagna ed altri Paesi hanno simulato un attacco all’Iran.

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