martedì, Settembre 28

Distretti turistici: nel Bel Paese tutti i comuni li vogliono…

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In un sistema economico globalizzato sempre più interconnesso e competitivo, nel quale si assiste al trasferimento della produzione di beni e servizi, il paesaggio, le bellezze architettoniche e le tradizioni culturali ed enogastronomiche, costituiscono un patrimonio non delocalizzabile, il valore aggiunto da tutelare e sul quale costruire una proposta turistica integrata e di qualità. Va anche tenuto conto che sempre più spesso la competitività di un territorio dipende non solo dalle capacità delle aziende lì presenti ma in gran parte da condizioni oggettive esterne, non dominabili o gestibili dall’imprenditore direttamente, come i processi amministrativi, la burocrazia, l’accesso al credito e così via.

Ecco che in questo scenario assumono peso e rilevanza i distretti turistici, ossia un’unione di più imprese pubbliche e private che collaborano per perseguire un unico obiettivo: pubblicizzare e valorizzare il territorio nel quale si trova il distretto. All’interno di un distretto turistico trovano spazio comuni, alberghi o altri tipi di alloggio, tour operator, agenzie di viaggi, ed altre forme di imprese o aziende che operano nel settore turistico.

I distretti turistici”, riporta Agostino Ingenito presidente del comparto extralberghiero Abbac /Aigo, “seguono due iter, uno di delimitazione territoriale, che spetta ai comuni e l’altro autorizzatorio con il placet del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Alla base del progetto che prevede un atto notarile, c’è la condivisione delle imprese territoriali che intendono sviluppare competenze ed ottenere benefici di natura fiscale”.

E’ da sottolineare che i distretti turistici costituiscono ‘Zone a burocrazia zero’, con le relative agevolazioni, ai sensi dell’art. 3, comma 6, del D.L. 13 maggio 2011. Queste Zone sono l’evoluzione delle Zone franche urbane introdotte con la Finanziaria 2007 che, ispirandosi al modello attuato in Francia, intendevano favorire lo sviluppo economico e sociale, anche con l’interessante meccanismo di esenzione da Ires, Irap ed Imu nonché l’esonero dai contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente, principalmente nelle città del Mezzogiorno. Successivamente, con l’art. 43 del D.L. n. 78/2010, le Zone franche urbane sono state integralmente sostituite dalle c.d. Zone a burocrazia zero, estese a tutta l’Italia con l’ultima legge di stabilità.

Secondo uno studio di Aci-Censis i comuni italiani con una vocazione o un’attrattiva turistica sono 3.123 su 8.100, pari al 38% del totale. La regione con più alto tasso di comuni a vocazione turistica è la Val d’Aosta con il 98,6%, seguita da Trentino (69,0%), Calabria (62,1%), Liguria (61,3%). I 3.123 comuni con potenzialità turistiche sono distribuiti in tre forme territoriali: i nuclei, cioè comuni singoli o aggregati di 2/3 comuni con attrattive turistiche leggere ed in stagnazione; i magneti, ossia comuni singoli o aggregati di 2/3 comuni con attrattive turistiche forti e con trend positivo; e i distretti, cioè aggregati di 4 o più comuni con attrattive turistiche complementari attorno ad almeno un comune forte. Le regioni che presentano tutte le tipologie di aggregazione (dai nuclei ai diversi distretti) sono la Campania, la Sardegna, il Veneto, la Toscana.  

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