martedì, Settembre 21

Disoccupazione trentenni: vera emergenza Lo riporta anche l'Eurostat

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Non ci sono giovani. Partiamo da un primo dato: secondo il rapporto dell’Eurostat ‘Being young in Europe today’, uscito il 16 maggio scorso, l’Italia è il Paese meno giovane d’Europa. Il tasso di popolazione sotto i trent’anni ammonta al 29,2% del totale. E’ il più basso di tutti i 28 Paesi europei.
Si fanno figli molto tardi, se si fanno. Sempre secondo l’Eurostat (Rapporto del 15 maggio 2015, in occasione della giornata internazionale delle famiglie), le donne europee danno la luce al loro primo figlio in media attorno ai 29 anni. La media è 30,8 per l’Italia, che procrea per il 38% tra i 20 e i 29 anni, contro il 60 della Francia e il 49,8 della Germania. E’ solo nella fascia d’età tra 30 e i 39 anni che l’Italia fa figli, con una percentuale che sale al 54,1% contro il 32 della Francia e il 43,7% della Germania. Solo la Spagna ci eguaglia in questo ritardo; nella stessa fascia 30-39, arriva al 54,9%. Il dato che fa uscire l’Italia dalla media è poi l’ulteriore 6% di figli nati oltre i 40 anni, contro il 2,5% di Francia, Germania e Regno Unito.
Allora sorge spontanea la domanda: perché si fanno pochi figli e così tardi? Perché contrariamente a quanto si pensa, l’attuale crisi è pagata dai trentenni. Cioè proprio quelli che dovrebbero creare famiglia. Anche se l’occupazione dei trentenni, è proporzionalmente maggiore dei ventenni, oggi il loro reddito medio è, secondo dati 2013 della Banca d’Italia, del 12% inferiore al reddito medio della popolazione. Chi nasceva nel 1947, nel 1977, guadagnava invece il 10% in più del salario medio dell’intera popolazione.
Infine, dati Istat 2014, il 50% dei trentenni, vive grazie al sostegno dei genitori. Possiamo tranquillamente sostenere che questa è la prima generazione di figli che sta peggio dei propri padri.

Individuiamo le cause. Ne possiamo individuare due. Una di natura esogena e una endogena. Partiamo dall’endogena, che è di matrice culturale. E’ principalmente un problema di mentalità. Emblematico è il caso recente del viaggio della speranza di alcuni giovani da sud a nord per un posto da infermiere all’Azienza Sanitaria di Modena. Contratto a tempo ‘indeterminato’. Arrivano 6528 persone! 6528 candidati per un posto fisso. Altri esempi: concorso Agenzia delle Entrate a Roma del 2014: 6000 candidati per 40 posti; concorso in Magistratura 2014: 20787 domande per 365 posti.
C’è qualcosa che non va in questo Paese. E’ mai possibile che per un posto fisso accorrino così tante persone? Qui sta il problema. La mentalità del posto fisso statale è dura a morire. Per gli americani, che hanno fatto della precarietà lavorativa una consuetudine, parrebbe enormemente anomalo. Eppure la terra del capitalismo selvaggio non conosce una così alta disoccupazione giovanile. Evidentemente perché negli Stati Uniti è normale per una persona cambiare lavoro dieci volte nella vita. In Europa un po’ meno. In Italia sarebbe inconcepibile. Ora il mercato del lavoro esige un cambio di mentalità e noi non ci siamo ancora adeguati.
Qui entra in gioco il fattore esogeno: la globalizzazione ha aumentato vertiginosamente la competizione. Se non sei abbasta bravo, c’è qualcun altro che ti può rimpiazzare. Non c’è nessuno che ti protegge perché magari sei figlio di o fai parte di. Se non vali abbastanza, te ne vai e cerchi un altro lavoro. Non c’è sindacato o associazione di categoria che tenga. Questo vale più o meno in tutto il mondo. Fuorché in Italia.
Al sud, ma non solo, la mentalità del posto fisso è la regola. La pubblica amministrazione è devastata da anni di mentalità statalista-assistenzialista. Il sindacato ha contribuito al principio insano dell’inamovibilità. L’assenteismo da eccezione è diventato prassi. Merito e responsabilità individuali sono rimasti al palo.
Andiamo a un altro fattore sociale che incide sull’occupazione giovanile: la società italiana è basata sulla famiglia, alla sua appartenenza a un determinato ceto sociale e alla conseguente cerchia di conoscenze. L’ascensore sociale è bloccato.

L’Italia si porta dietro questa tradizione dal medioevo. Tempo in cui nacquero le corporazioni. E’ ormai noto lo studio del Censis che vede oggi il 44% degli architetti, figlio d’architetti, il 42% di avvocati e notai, figlio di avvocati e notai e il 40% dei farmacisti, figlio di farmacisti. Il criterio quindi non è il merito ma, spesso, l’appartenenza a una categoria sociale e il conseguente metodo della cooptazione, meglio e più semplicemente conosciuto, come raccomandazione. C’è in tutto il mondo, inutile nasconderlo. Ma in Italia è la regola, non l’eccezione. Oltre al ceto sociale e alle conoscenze, contano l’appartenenza a un gruppo o perfino ad una associazione religiosa.
Vediamo un’altra causa: il genericismo delle lauree, i master e gli stages inutili. Oltre al poltronificio accademico. E’ ormai noto il sito: repubblica degli stagisti. Un blog creato da giovani che descrive e aggiorna la situazione degli stages in Italia.
Veramente l’Italia è la Repubblica degli stagisti, c’è da riflettere. Ma bisogna andare a monte: l’Università. L’Italia è tra i Paesi europei che sforna meno laureati. Eppure molti laureati non riescono a trovare lavoro. Non è un problema di quantità, ma di qualità. L’università produce più laureati di quanto il mercato riesca ad assorbirne. L’offerta e la domanda non si incontrano. Inoltre, c’è un problema d’incoerenza tra il lavoro svolto e il titolo di studio conseguito. Nel confronto europeo, l’Italia mostra il valore di mismatch più elevato sia per i diplomati che per i laureati. Tra il laureati italiani, il 36% svolge un attività lavorativa non coerente con le competenze acquisite. 6 punti percentuali in più della media europea.
Anche qui, come nella scuola, il 68 ha avuto un effetto nefasto sull’università. A partire dagli anni’60, sono cresciute molte facoltà di stampo ideologico, come Sociologia, Scienze delle Comunicazioni e via dicendo. Il risultato è stato sicuramente qualche posto in più di docenza ad amici, parenti o colleghi di partito. L’effetto più negativo è stato di aver dissipato enormi risorse giovanili. E’ inutile che lo nascondiamo, molte di queste facoltà non hanno sbocco. La riforma 3+2 poi non è servita. La laurea triennale non è all’altezza e cinque anni rischiano di essere troppi per conseguire lo stesso risultato che si otteneva con il vecchio ordinamento.
Ed è qui che sopperiscono gli stages. Consapevoli che il proprio titolo di studio non sia sufficiente, molti giovani si inoltrano nel mondo dei master e degli stages. Mentre i primi sono un altro modo per racimolare qualche soldo in più e trovare posti ad altri docenti, i secondi sono la miglior occasione per far lavorare gratis i giovani. La riforma Fornero ha avuto il merito di imporre una regolamentazione. La competenza non è più statale bensì regionale. Ma anche qui, si notano resistenze.

A ciò sia aggiunge la difficoltà a fare impresa. Il rapporto ‘Doing Business 2014’ della Banca Mondiale mette l’Italia al 90° posto di 189 Paesi per facilità a creare impresa. Per un giovane è quasi impossibile diventare un imprenditore. Burocrazia, cavilli giuridici e tasse, tra le cause maggiori. Basta sostare una mattinata in un ufficio di Equitalia per accorgersi che c’è molta gente che rinuncia a una giornata di lavoro per sbrigare pratiche fiscali.
Veniamo alle eredità storiche, tra le quali la Mafia. Al sud, è un problema culturale ancestrale. Nasce da un deficit di presenza dello Stato. Accadeva sotto il Regno Borbonico, accade ora sotto la Repubblica. Alcune regioni, come la Sicilia, hanno fatto molto per combatterla. Mancanza di fiducia nelle Istituzioni, povertà, necessità, inconsapevolezza, legami famigliari molto forti; sono questi gli ostacoli. Le giovani generazioni, però, sono diverse dai propri padri. Non accettano più, non si sottomettono. Col tempo, le cose cambieranno. La Mafia esiste perché si ha bisogno di lei. Vive nel radicamento e nella fiducia del territorio. Perché è il territorio che la protegge. Sul territorio esercita il suo potere. Sulle attività commerciali, sui lavori edili e cantieristici. Ma gli introiti oggi, ormai, derivano piuttosto da grosse attività illecite come il traffico interazionale di droga. Certo, un giovane che deve fare impresa al sud, trova un doppio ostacolo, oltre a quello di una burocrazia inefficiente e corrotta.
I fondi europei, che sarebbero destinati ai giovani, vengono deviati ai parenti, agli amici dei politici locali lasciando a bocca asciutta chi ne avrebbe seriamente bisogno per aprire o portare avanti un azienda. Per il resto, ci pensa la politica di scambio. Bisogna appellarsi al politico di turno per ottenere una licenza, un’autorizzazione. E di colpo, la burocrazia sparisce….

Vediamo se ci sono soluzioni. Forse bisognerebbe partire dalla scuola. Perché l’educazione cambia un popolo. Per cambiare la mentalità bisogna iniziare da quando si è piccoli. Il problema è spesso chi insegna. Gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale, quasi pari a quello dei genitori. Un insegnante che non dà il buon esempio, perché si assenta o non svolge bene il suo ruolo di educatore, non dovrebbe avere il diritto di insegnare. In questo senso, la riforma voluta da Renzi, va nella direzione giusta. Non si può sempre agitare lo spettro del sindacato scolastico. Se un insegnante non vale, non può andare avanti. Dovrebbe valere il criterio del merito, come in azienda. Poi, fin da bambini, si dovrebbe iniziare a educare al rispetto, alla lealtà, alla correttezza. Seguono l’educazione civica, il rispetto ambientale e la cultura del non spreco. Questo a corollario di tutto quello che si insegna a scuola, dalle materie umanistiche a quelle tecnico-scientifiche.
Più in là, verso le medie, si dovrebbe poi già far presente ai ragazzi verso quale sbocco lavorativo porta il proprio indirizzo scolastico. Far conoscere in anticipo il mondo accademico e le facoltà. Insomma, chi arriva alla maturità, dovrebbe già sapere su per giù che facoltà vorrebbe fare. Certo, ognuno matura a suo tempo. Ma, senza eccessivo affanno o competizione, dovremmo far si che chi inizia l’Università sappia dove potrà andare a finire.
L’università poi, è un capitolo a parte. Anch’essa andrebbe riformata. Si dovrebbero eliminare le baronie che distorcono l’accesso al mondo accademico, così da far entrare di nuovo, gli amici, i parenti o i colleghi di partito, lasciando per strada chi magari avrebbe più titoli. Eliminare tutte queste facoltà fumose e raggrupparle in un unico indirizzo. Creare sinergie tra imprese e università con laboratori, ricerca, etc. Non imbottire gli studenti di nozioni che svaniscono a pochi anni dalla laurea e li rendono inadatti ad affrontare le esigenze del mercato del lavoro.
Il Jobs act ha avuto per ora il merito di dare più flessibilità al mercato del lavoro. Almeno l’art 18 non è più un totem ed è stato abolito il reintegro forzato.
Infine, e forse più importante, il welfare andrebbe riformato a favore dei giovani. All’estero lo Stato si fa carico dei giovani nel passaggio dalla famiglia alla piena autonomia. In Germania, come sappiamo, è previsto un sostegno alla formazione individuale degli studenti. Un assegno di circa 400 euro al mese, che lo studente ha a disposizione fino al quinto anno dalla laurea. Metà a fondo perduto e l’altra metà da restituire a tasso zero. Sarebbe così difficile prevederlo anche in Italia? Oltre a ciò, andrebbero aumentati gli incentivi fiscali per chi è in affitto o per chi desidera acquistare una casa.
Finiamo con una postilla: per ogni incentivo o facilitazione concessa in Italia, c’è un furbo che ne approfitta. Questo è il risultato dell’incontro tra la storica furbizia italica e l’educazione statalista delle vecchie generazioni per le quali c’è sempre uno Stato che paga. Mettiamocelo in testa, lo Stato lo finanziamo noi. Quello che noi diamo in tasse, va preteso in servizi. Nient’altro.

 

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