martedì, Settembre 28

Disoccupazione giovanile ed esempi europei Modelli occupazionali a confronto: quale di questi è più appropriato per l’Italia?

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disoccupazione

Il periodo estivo si sta per concludere negativamente dal punto di vista occupazionale per l’Italia nonostante il lieve miglioramento registrato in tutta Europa. Secondo i dati Eurostat il tasso di disoccupazione per i paesi dell’eurozona si attesta all’11,5%, la percentuale più bassa registrata da settembre 2012. Migliora la situazione anche nell’Europa nel suo complesso: nei ventotto paesi dell’Unione Europea, a giugno 2014, la disoccupazione si è attestata al 10,2%, risultato positivo che non si registrava da marzo del 2012.

Tali miglioramenti non riguardano però il nostro Bel Paese. Infatti, a preoccupare maggiormente è il tasso di disoccupazione giovanile che è pari al 43,7 % a dimostrazione che, riforme sul lavoro come quella della Fornero, sono servite poco o niente a risolvere un problema che perdura ormai da troppo tempo. La congiuntura sfavorevole che l’Italia sta affrontando al momento è la stessa che ha affrontato l’Olanda negli anni ottanta e la Germania nei primi anni del duemila. Grazie al modello Hartz e al modello Polder, Germania e Olanda al momento hanno un tasso di disoccupazione giovanile rispettivamente pari al 7,8% e al 9%.

Da sette mesi ricopre il ruolo di Presidente del Consiglio Matteo Renzi ed una delle sue preoccupazioni principali è proprio la disoccupazione giovanile. Per porre un freno a tale piaga, il 15 maggio la Camera ha approvato il testo del ‘Job act’ votato precedentemente anche dal senato. Potrà tale riforma essere incisiva e superare almeno in parte la questione della disoccupazione giovanile come è avvenuto in Germania e in Olanda?

Cosa è il ‘Modello Hartz’ ? – La stessa problematica che sta affrontando l’Italia in questo momento, l’affrontò dieci anni fa il governo tedesco di Schroder. Il governo di centrosinistra tedesco, tramite la riforma Hartz, è riuscito a risollevare le sorti economiche e lavorative di un Paese. Tale riforma toccava quattro diverse aree del mercato del lavoro e del welfare. Introdotta da quattro leggi tra il 2003 e il 2005, essa fu accompagnata da forti riduzioni dell’Irpef finanziate attraverso la valorizzazione del patrimonio pubblico federale. Grazie alla suddetta riforma si sono semplificate le procedure di assunzione e di licenziamento, consentendo così alle imprese tedesche di essere libere e capaci di assumere e licenziare in base al numero di ordini. La ‘riforma Hartz’ ha trasformato il vecchio ufficio collocamento in un fattivo centro dell’occupazione, consentendo in maniera rapida ad un disoccupato di trovare un lavoro nel breve periodo. Altri due elementi importanti su cui si basa tale riforma è il taglio massiccio del cuneo fiscale per imprese e lavoratori e l’introduzione di due tipologie di contratti: il “mini-job” ed il “midi-job”. Se la retribuzione mensile del primo non supera i 450 €, per il secondo si va dai 450 agli 850 € mensili. Nonostante il salario mensile molto basso, i “mini-job” hanno dei punti di forza importanti: in primo luogo, esentano il lavoratore da qualsiasi tassa e contributo mentre prevedono contribuzioni e tasse sociali agevolate per il datore di lavoro; In secondo luogo, offrono utilissimi guadagni e flessibilità negli orari di lavoro a giovani studenti e a donne con bambini piccoli. Infine, tale soluzione contrattuale rappresenta una forma di integrazione ai sussidi di disoccupazione offrendo un part-time anche per i disoccupati.

Infine, la riforma tedesca ha posto una scadenza di 12 mesi per i sussidi di disoccupazione e  cambiato il sistema di trattative collettive, introducendo maggiore meritocrazia e salari più alti per performance più elevate.

Cosa è il ‘Modello Polder’ ? – Nei Paesi Bassi, dopo la recessione avvenuta negli anni 80’, sono state attuate una serie di riforme strutturali che hanno determinato l’abbattimento del deficit pubblico e un ridimensionamento del tasso di disoccupazione che precedentemente registrava  una perdita annua di circa centomila posti di lavoro.  Grazie al ‘modello Polder’, il problema della disoccupazione che attanagliava l’Olanda è stato risolto. Ma cos’è questo modello? Da cosa differisce da quelli proposti da Paesi come la Germania? In Olanda, come in Germania, si calcola che circa il 60% dei 15enni frequenti dei corsi di formazione professionale orientati all’ingresso nel mondo del lavoro. Infatti, quando sono ancora sui banchi di scuola, gli allievi iniziano dei percorsi di stage, che vengono organizzati con il coinvolgimento di 3 soggetti quali le aziende, i sindacati e le autorità pubbliche, secondo un sistema  di cooperazione sociale tripartita.  La sostanziale differenza con la Germania è che il modello olandese è gestito da organismi comunali che istruiscono i giovani in base alle richieste fatte dalle aziende del territorio. Indubbiamente, anche il modello Polder ha mostrato qualche falla, visto che il tasso di disoccupazione negli ultimi due anni è aumentato di due punti percentuali ma in confronto alla situazione italiana, è in dubbio che abbia conseguito risultati migliori.

Cosa è il ‘Job act’ ? – Dopo aver esaminato i due modelli che hanno consentito a Germania e Olanda di superare la crisi occupazionale, vediamo l’articolazione del nuovo modello del lavoro del governo Renzi. La riforma approvata da Senato e Camera tra aprile e maggio punta a semplificare la questione del contratto a termine e dell’apprendistato, con un occhio particolare al mondo del lavoro per le donne. Per quanto concerne i contratti a termine, la loro durata senza causale è stata alzata a tre anni e tale soluzione potrà essere applicata solo al 20% degli assunti da parte di un’azienda. Sul datore di lavoro grava l’obbligo di informazione nei confronti della persona assunta del suo diritto di precedenza nella riassunzione; per le aziende che non rispettino il tetto del 20 per cento nel numero dei contratti a tempo determinato scatta una sanzione di tipo amministrativo, con una multa pari al 20 per cento dello stipendio. Discorso diverso per ricercatori e personale tecnico degli istituti pubblici o privati di ricerca scientifica, in quanto sono esonerati dal tetto del 20 per cento.

I contratti a tempo determinato si potranno rinnovare fino a un massimo di cinque volte in tre anni, sempre che ci siano ragioni oggettive e si faccia riferimento alla stessa attività lavorativa.

Per l’apprendistato, invece,  il contratto scritto deve contenere il piano formativo individuale fin dall’inizio ed i datori di lavoro, per assumerne dei nuovi devono prima inquadrare a tempo indeterminato coloro che sono in possesso del suddetto contratto. L’obbligo di stabilizzazione riguarda solo le aziende con almeno 50 dipendenti e la quota minima di apprendisti da stabilizzare è il 20 per cento. La busta paga base degli apprendisti sarà pari al 35 per cento della retribuzione del livello contrattuale di inquadramento. L’apprendistato può essere utilizzato a tempo determinato per le attività stagionali.

L’attuazione del ‘Job act’ potrebbe essere utile a risolvere anche quelle questioni, come il congedo per maternità, che per anni ha messo in seria difficoltà le donne che volevano accedere al mondo del lavoro. Infatti, grazie alla riforma approvata a maggio scorso, il congedo di maternità potrà concorrere a determinare il periodo di attività lavorativa utile a conseguire il diritto di precedenza. Alle lavoratrici è inoltre riconosciuto il diritto di precedenza anche nelle assunzioni a tempo determinato effettuate dal datore di lavoro entro i successivi 12 mesi.

 

 

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