giovedì, Ottobre 21

Disgelo tra Bielorussia e Occidente

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La crisi ucraina ha investito in qualche misura, se non altro sul terreno psicologico, tutto l’Est europeo, minacciando di ricreare una situazione simile a quella che dopo il 1945 aveva portato alla divisione del vecchio continente da parte della “cortina di ferro”. I più stentano ancora a credere che ciò possa davvero avvenire, ma intanto si deve registrare il fatto che nessun Paese di frontiera, sia dal lato occidentale che da quello orientale, sembra risparmiato da questo o quel contraccolpo.

Nessuno, compresi anche quelli che si potevano ritenere immuni da pericoli di destabilizzazione o da tentazioni di modificare uno status quo. E’ il caso della Bielorussia, fino a ieri il più strettamente legato alla Russia sotto ogni aspetto oltre che l’unico coerede dell’URSS, sul fianco occidentale dell’erede principale, ad apparire sicuramente destinato a rimanere con quest’ultimo nell’eventualità, appunto, di un ritorno della suddetta “cortina” (ovvero, in migliore italiano, sipario).

Non che tutto sia sempre filato liscio tra i governi di Minsk e di Mosca durante il corso del ventennio che ha visto la piccola Russia “bianca” dominata dalla forte quanto colorita figura di Aleksandr Lukascenko. Bisticci e dispetti reciproci non sono mai mancati, con conseguenti fasi di rispettive e talvolta acute irritazioni. Mai nulla, però, che sembrasse poter mettere in discussione i legami di fondo, resi del resto solidi da realtà oggettive ben più che da scelte politiche per loro natura mutabili.

Il regime di Lukascenko detto Batka, un “piccolo padre” della patria non sempre benevolo nei confronti di tutti i suoi “figli”, era da tempo descritto come l’ultima dittatura europea. Lo caratterizzano tuttora, infatti, autoritarismo e repressione di ogni dissenso, che gli erano valsi una messa al bando da parte dell’Occidente mediante sanzioni compreso l’esclusione da qualsiasi rapporto ufficiale.

La Russia restava quindi l’unico grande partner possibile, al di là degli ovvii motivi di comunanza, tanto più che a Minsk regna più che altrove una continuità anche economica rispetto al sistema sovietico. L’impresa privata, per dire, non  copre più del 20% o 30% (a seconda delle stime) del PIL, essendo il resto e in particolare la grande industria saldamente in mano statale.

La Belorussia, con i suoi 10 milioni scarsi di abitanti, non può naturalmente condividere le nostalgie della “grande madre” per la potenza e il prestigio mondiale dell’URSS, ma il fatto che a Mosca esse crescano insieme con una certa continuità anche sul piano interno tenderebbe semmai ad accentuare la vicinanza con Minsk.

La collisione tra Russia e Occidente provocata dalla crisi ucraina, anzichè far scattare una naturale solidarietà di Minsk con Mosca, ha però prodotto piuttosto l’effetto contrario. Quello, cioè, di spingere Lukascenko ad approfittarne per affermare ed estendere nei limiti del possibile un’autonomia che gli è sempre stata ostentatamente a cuore e per alleggerire una multiforme dipendenza dal grande vicino e congiunto.

Batka non ha compiuto gesti clamorosi e tanto meno di rottura, guardandosi bene ad esempio dal dissociarsi dalla nascente Unione eurasiatica che per il momento lo vede in compagnia del solo Kazachstan ad assecondare la Russia. Ma ha fatto o non fatto abbastanza, da un lato, per provocare brusche reazioni russe accompagnate da trasparenti richiami all’ordine, e dall’altro per incoraggiare i governi occidentali a ripristinare i contatti e a rivedere la linea sinora seguita.

Sull’annessione russa della Crimea si è mostrato marcatamente freddo. Non si sa quanto siano fondate le accuse russe ai dirigenti di Minsk di avere poi aiutato le operazioni militari ucraine contro i ribelli del Donbass con informazioni e persino forniture di materiale bellico. Certo è invece che Lukascenko, in attesa di venire rieletto presidente per la quarta volta nel 2015, si è recato insieme con i tre figli a Kiev nello scorso maggio per festeggiare l’insediamento ufficiale del suo omologo Petro Poroscenko.

In settembre, ha probabilmente fatto anche un favore a Vladimir Putin ospitando a Minsk il vertice tra Ucraina, Russia e UE dal quale è scaturita quella tregua delle ostilità che in qualche modo ha retto fino ad oggi. Per l’occasione, tuttavia, ha sfoderato un piglio da mediatore neutrale che i russi non hanno gradito per nulla. Glielo rimproverano ora, a scoppio ritardato, rinfacciandogli la mancanza di uomini e soldi per un eventuale invio in Ucraina di proprie truppe di pace e ricordandogli che finora la Bielorussia ha pagato 167 dollari per mille metri cubi di gas russo contro i 500 o più della Lituania e della Polonia.

Nel frattempo si è arrivati alla provocazione più grave se non altro perché più smaccata benchè tutt’altro che inattesa: la parziale vanificazione delle controsanzioni russe nei confronti dell’Occidente mediante l’inoltro in Russia come prodotti bielorussi di ingenti quantità di generi alimentari occidentali colpiti dal blocco delle importazioni decretato da Mosca. Un po’ truccati, hanno passato così il confine mele polacche e parmigiano italiano.

La ritorsione non si è fatta attendere. Secondo un copione già sperimentato con altri reprobi (Georgia e Moldavia, oltre naturalmente all’Ucraina) il Cremlino ha chiuso la porta all’importazione di carne e pollame bielorussi, scoprendo una loro insospettata pericolosità dovuta alla presenza di microrganismi patogeni. Un duro colpo per le esportazioni alimentari non fittizie del Paese, nel quale 19 fabbriche lavoravano per la produzione interessata.

Neanche la reazione quanto meno verbale di Minsk si è fatta però aspettare. Lukascenko in persona, che in precedenza aveva visto nelle sanzioni e controsanzioni “un’opportunità da cogliere”, ha protestato vivacemente dichiarando che “il comportamento delle autorità russe non solo mi sorprende ma mi rattrista” e minacciando a sua volta contromisure “se il commercio tra i due Paesi non sarà normalizzato nel rispetto degli accordi doganali” vigenti nell’Unione comprendente anche il Kazachstan.

Resta ora da vedere se anche questa scaramuccia finirà col rientrare come varie altre precedenti oppure se le novità riscontrabili nel suo contesto contribuiranno a renderla non passeggera. Questa volta la seconda ipotesi non si può escludere, perché non si tratta solo delle incognite riguardanti specificamente l’Ucraina ma anche delle recenti aperture occidentali nei confronti di Minsk.

Vasta eco ha suscitato un articolo pubblicato il mese scorso dal ‘Guardian’ online e intitolato “La Bielorussia non è più l’ultima dittatura d’Europa”. La tesi dell’autore, Ryhor Astapenia, non è che il Paese sia diventato improvvisamente democratico bensì che la Russia di Putin gli faccia sempre più compagnia grazie alla sua incessante deriva autoritaria.

Il discorso riguarda quindi soprattutto la Russia, rispetto alla quale però l’autore menziona anche alcuni progressi che la Bielorussia starebbe invece facendo, potendo vantare ad esempio un numero minore di detenuti politici (una parte dei quali appena scarcerati) e un posto meno peggiore (il 123° contro il 127°…) nella graduatoria della corruzione secondo Transparency International.

La conclusione che se ne ricava è comunque che il Paese meriterebbe qualche rivalutazione da parte occidentale, della quale si sono già avute in effetti alcune avvisaglie. Gli Stati Uniti, che da anni non hanno a Minsk neppure un ambasciatore, vi hanno inviato una delegazione interministeriale per sondare la praticabilità di una cooperazione politica ed economica.

Vi sono state in oltre visite inedite di rappresentanti di governi europei alleati degli USA. Il Consiglio d’Europa, che promuove istituzionalmente la causa dei diritti umani, ha tenuto di recente nella capitale bielorussa un apposito seminario. Un’esponente dell’OCSE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha riscontrato miglioramenti, per quanto discutibili, in fatto di libertà di stampa.

Che tutto ciò possa preludere alla revoca o all’attenuazione delle sanzioni in tempi brevi non è scontato. A Mosca lo si ritiene improbabile, ma si commenta acidamente la “piega insolita per non dire interessante” (così Aleksandr Iskandarian su ‘Russia beyond the headlines’ del 28 ottobre scorso) che stanno prendendo i rapporti tra Bielorussia e Occidente e che viene attribuita alla disinvoltura con cui quest’ultimo passerebbe sopra a diritti umani e altri “valori europei” pur di nuocere alla Russia.

Ciò che ai governi occidentali interessa veramente, in altri termini, è sfruttare le opportunità offerte da un Lukascenko “vassallo riluttante di Putin”, come lo definisce Astapenia, e che autorevoli osservatori russi dipingono come inaffidabile anche in politica interna. Iskandarian gli attribuisce l’obiettivo di agevolare la prossima rielezione con qualche concessione all’opposizione destinata in realtà ad una più ampia platea, lo accusa di populismo e di una “gestione scellerata del bilancio”.

Secondo l’economista Andrej Suzdal’zev Batka governa come un signore feudale, vanta una pressocchè piena occupazione ufficiale che cela invece (come avveniva nell’URSS) una “disoccupazione occulta” ed ha al suo attivo uno   sviluppo di settori industriali in grado di esportare solo in Russia. Lo stesso esperto sostiene che la Bielorussia sarebbe oggi ancora più povera della Moldavia, benchè risulti che la sua retribuzione media abbia superato i 500 dollari mensili contro i 300 dell’altra, sia pure con un’inflazione che viaggia sopra il 18% (ma tre anni fa superava il 100%).

Del piccolo vicino, insomma, Mosca sembra incline a diffondere un’immagine più tetra del giusto, al contrario di quanto si tende invece a fare, adesso, in Occidente specie per quanto concerne il campo economico. Prendendo nota con perplessità, certo, della ricomparsa di metodi di tipico stampo sovietico come il divieto ai contadini di trasferirsi in città prima della conclusione del lavoro nei campi (per cui qualcuno parla addirittura di ritorno alla “servitù della gleba”), la penalizzazione giudiziaria del mancato raggiungimento degli obiettivi di raccolto e il ripristino del famigerato reato di “parassitismo”, utilizzato a suo tempo per incriminare i dissidenti privi di un’occupazione ufficialmente riconosciuta.

Ma richiamando anche l’attenzione su exploit poco noti come la nascita nel 2006 e la rapida crescita di un Parco della tecnica avanzata, una sorta di Silicon Valley situata nei pressi di Minsk. Esso ospita oggi 139 aziende con 18 mila dipendenti che lavorano con costante ed elevato profitto anche per giganti multinazionali quali Google e Bosch, Siemens e Deutsche Bank, fornendo loro soprattutto software e tecnologia per le comunicazioni.

Complessivamente viene esportato il 90% della sua produzione e prestazione di servizi, di cui il 45% va nell’Unione europea e il 40% negli USA. Oltre al lavoro su commessa sono stati sfornati prodotti locali originali come Viber, una versione di skype per smartphone, o il gioco informatico World of tanks. A differenza del grosso dell’apparato industriale nazionale le società indigene presenti nel Parco non fruiscono di alcuna sovvenzione statale ma godono, come le società straniere che costituiscono l’altra metà circa del totale, di un regime fiscale privilegiato, contraccambiando tra l’altro con la formazione di quadri specializzati e contributi alla ricerca pura.

Queste ed altre meno imponenti iniziative ed esperienze di sviluppo dei rapporti economici esterni, anche e soprattutto con un mondo che sembrava irrimediabilmente diverso, suggeriscono che tra Bielorussia e Occidente le cose potrebbero cambiare parecchio anche sul terreno politico. Pur tenendo conto che il business non è tutto, la bandiera segue di regola gli affari, anche se nella fattispecie la grande politica potrebbe da un lato favorire ma dall’altro frustrare una simile evoluzione.

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