martedì, Maggio 18

Trump e l’attacco siriano: uno schiaffo al diritto internazionale

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Venerdì l’attacco USA, con missili Tomahawk, contro una base dell’aviazione siriana vicino Homs; attacco giustificato dalla Casa Bianca dallo scalpore e dall’indignazione internazionali causati dal presunto bombardamento con il gas sarin effettuato dalle forze governative di Assad. Ieri la notizia diffusa dell’Esercito libero siriano (Esl), confermando quanto già sostenuto dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) che parla di intensi bombardamenti aerei da parte del governo di Assad in zone fuori dal controllo delle forze lealiste a Damasco, Daraa, Hama, Idlib e Aleppo condotti anche con armi considerate illegali dalla comunità internazionale, come le bombe a grappolo e bombe incendiarie al napalm, il combustibile altamente infiammabile tristemente noto per i bombardamenti nelle Ardenne, nella Seconda Guerra Mondiale, e in Vietnam.

In Siria a perire sotto il fuoco incrociato di oramai troppi attori, oltre ai siriani, anche il diritto internazionale e la credibilità dell’ONUIl problema che si pone, per quanto attiene l’intervento americano di venerdì, concerne la legittimità dell’uso della forza non autorizzata in base alla Carta delle Nazioni Unite. Le disposizioni fondamentali nella Carta sono due, ci spiega Natalino Ronzitti, Professore emerito di Diritto internazionale presso l’università Luiss di Roma consigliere scientifico dello IAI. “Il primo è l’art.51 che riguarda la legittima difesa, ma non rigurda l’attacco aereo di Trump, perché riguarda la legittima difesa di uno Stato soggetto ad un attacco armato. Il secondo è l’uso della forza autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e, riguardo l’evento in analisi, non c’è stata alcuna autorizzazione”.

Sicuramente in Siria, se sono state usate armi proibite dalla Comunità internazionale c’è stata una violazione del Diritto umanitario. “Diverso è vedere se gli Stati Uniti d’America o altri Stati possono intervenire senza il benestare dell’Onu, e la risposta è certamente ʹnoʹ”, afferma Enzo Cannizzaro, ordinario di diritto internazionale e dell’Unione europea nell’Università Sapienza di Roma

Se fosse confermato l’uso di bombe a grappolo e napalm da parte del Governo siriano teoricamente l’azione di Trump potrebbe apparire legittimata, almeno dal punto di vista politico, diverso se si ragiona in punta di diritto. In reazione all’uso della armi chimiche siriane non esiste un diritto unilaterale d’intervento, afferma Cannizzaro. “Bisognerebbe sempre consultare  il Consiglio di sicurezza, che ha già dichiarato nel 2013 che l’uso di armi chimiche è una minaccia reale per la pace dell’intera collettività. Però, prima di proporre delle risoluzioni, il Consiglio di sicurezza deve accertarsi della violazione portate avanti da parte del regime siriano e, solo in seguito, si possono adottare le misure necessarie per un plausibile intervento. L’intervento in Siria di Trump è stato un atto illegittimo, che i Paesi occidentali in qualche maniera e con varie sfumature hanno sostenuto, accattando il comportamento di Trump, non dichiarandolo legittimo, ma appoggiandolo politicamente. Dal punto di vista generale, non mi sembra molto corretto prendere una decisione tanto importante in una sola notte, senza preoccuparsi di verificare l’accaduto e senza neanche cercare un appoggio o un confronto con l’Onu: questo è un gioco molto pericoloso”.

Di “chiara violazione delle regole di diritto internazionale” parla anche Gabriele Della Morte, Professore associato di diritto internazionale presso la Facoltà di giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano.  Violazione dei diritti “sia derivanti dal sistema delle Nazioni Unite – in particolare articolo 2.4 della Carta -, che sancisce il divieto dell’uso della forza nel contesto delle relazioni internazionali, sia nelle regole di diritto consuetudinario, che non concerne in particolare solo i Paesi dell’Onu, bensì tutti quanto gli Stati.

Il sistema di sicurezza collettiva funziona, afferma Della Morte,seguendo, in primis, una regola generale, che prevede il divieto dell’uso della forza in merito alle questioni riguardanti le relazioni internazionali. Dopo di che c’è un garante e un’eccezione a questo divieto: l’eccezione è la legittima difesa; il garante della dialettica tra divieto generale e eccezione è il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nel caso dell’attacco statunitense non è stato consultato il garante; in ogni caso, anche se Trump avesse preso in considerazione di chiedere il parere del Consiglio di Sicurezza, quest’ultimo non avrebbe in nessun caso potuto chiamare in causa l’eccezione, perché la legittima difesa non riguardava affatto gli Stati Uniti, bensì i civili siriani che hanno subito l’attacco. Neanche Trump, nel suo discorso pubblico dopo l’attacco, ha utilizzato il termine ʹlegittima difesaʹ per definire il bombardamento in Siria.

Ci sono due modi per far vacillare l’equilibro fra regola generale, garante ed eccezione: uno è allargare il campo di applicazione della legittima difesa, ovvero l’eccezione, poiché in questo caso un attacco preclusivo potrebbe essere ingiustamente giustificato; un altro modo è di restringere l’ambito di applicazione del divieto generale dell’uso della forza. La politica di Trump ha visto l’allargamento dell’eccezionalità d’intervento, in sostanza l’attacco statunitense è stato ritenuto politicamente accettabile perché è intervenuto in una situazione immorale, che ha visto l’utilizzo di armi chimiche su civili innocenti.  In realtà questo discorso è pericolosissimo, perché non si può intervenire solo in base alla moralità,  in più, molti sostengono che Trump abbia seguito questa politica attenendosi alle Leggi interne del proprio Paese. Anche se così fosse, all’interno del diritto internazionale, una violazione del diritto internazionale è tale anche se vengono rispettate le Leggi interne. La violazione statunitense, in questo caso, è stata clamorosa”.

Molti osservatori, così come il Cremlino, hanno sostenuto che l’intervento di Trump ha eluso l’Onu esattamente come avvenuto in Iraq nel 2003. Secondo Ronzitti ci sono delle differenze. “Per quanto riguarda l’Iraq, non c’era una risoluzione specifica, ma si poteva argomentare, in base a tre risoluzioni precedenti del Consiglio di Sicurezza, che l’uso della forza poteva essere legittimato, anche se molti autori si sono espressi in modo contrario. L’unica spiegazione che può essere data per giustificare il raid di Trump può essere quella dell’intervento umanitario, ma secondo la maggior parte degli autori questo intervento non è lecito, tranne che non sia autorizzato dal Consiglio di Sicurezza”.

Altro precedente è l’intervento dell’Amministrazione Obama in Libia, ma anche in questo caso per Ronzitti il paragone non regge. “Per quanto riguarda la Libia, l’autorizzazione c’è stata, ovvero quella del Consiglio di Sicurezza ONU, la risoluzione 1973 del 2011. In questo caso c’era un’autorizzazione del Consiglio, anche se si può discutere se poi si sia andati al di là dell’autorizzazione accordata”.

Con l’intervento di venerdì Trump avrebbe violato, secondo alcuni osservatori, anche la legge americana tagliando fuori il Congresso, mentre altri affermano che il Presidente era autorizzato a intervenire senza il consenso, in merito a una normativa emessa dopo l’11 Settembre. Obama aveva chiesto al Congresso di intervenire in Siria, il Congresso negò l’autorizzazione, quindi Obama non intervenne. “I poteri del Presidente degli Stati Uniti sono sempre una tematica di grande polemica, in quanto il Presidente USA ha il potere di usare la forza, in base a un’autorizzazione che gli era stata data dopo le Twin Towers, per poter intervenire in Afghanistan”, afferma Ronzitti. “In base a questa autorizzazione dell’uso della forza il Presidente della Repubblica può agire, ovviamente nei limiti della legalità internazionale, senza bisogno di chiedere l’autorizzazione del Congresso”. La normativa alla base è la War Powers Resolution, approvata durante la guerra del Vietnam. Secondo la War Powers Resolution, prosegue Ronzitti, “se il Presidente pone delle truppe americane in combattimento, deve chiedere l’autorizzazione al Congresso entro un determinato lasso di tempo brevissimo. Però, per quanto riguarda questa autorizzazione a intervenire, successivamente all’attentato terroristico alle torri gemelle, l’autorizzazione era stata data. Ma secondo molti autori americani, il Presidente può intervenire senza chiedere nessuna autorizzazione, nel caso concreto al Congresso, perché quell’autorizzazione era stata già data”.

Gli esperti militari sottolineano che quella di Trump è stata un’aggressione a tutti gli effetti. “Aggressione è una parola di un certo peso nel Diritto Internazionale. Ogni uso non autorizzato della forza costituisce un’aggressione. Bisogna vedere se nel caso concreto vi sia un’aggressione o no. Il raid di Trump può essere un’aggressione della Carta delle Nazioni Unite”, dice Ronzitti. “Normalmente è il Consiglio di Sicurezza che determina se ci sia stata  o meno un’aggressione. Questo però si trova in una situazione di blocco, senza poter decidere un bel niente. Mi spiego, se il Consiglio determina che c’è stata aggressione c’è il veto degli USA, o viceversa, se dice che l’azione era lecita, c’è il veto della Federazione Russa”.  

Allo stato dell’arte, secondo Ronzitti, “l’unica cosa che si dovrebbe fare è effettuare un’inchiesta imparziale con lo scopo di accertare chi ha utilizzato effettivamente queste armi chimiche. Ci sono degli strumenti, come la Convenzione sul Disarmo Chimico del 1993, cui la Siria ha aderito nel 2013, obbligata dalla Russia, e dagli USA e dal Consiglio di Sicurezza. Questa Convenzione prevede che si possa lanciare un’ Ispezione su sfida, ovvero una Challenge Inspection, attraverso la quale un organismo imparziale, ovvero l’Organizzazione per il Disarmo Chimico, può recarsi con i suoi ispettori nel luogo in cui è avvenuto l’attacco chimico, per accertare se si tratti di armi chimiche e individuare chi le abbia utilizzate”.

In termini di Diritto Internazionale il discorso deve essere ricondotto nell’ambito delle Nazioni Unite e nelle sue possibilità, una volta accertati chi sono stati gli autori di questa violazione. L’uso di un’arma chimica è un crimine di guerra. “Ci si potrebbe aspettare, ad esempio, il deferimento alla Corte Penale Internazionale, ma dal momento che la Siria non è parte dello Statuto della Corte, sarà necessario un deferimento da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come è avvenuto per la Libia, per quanto riguarda Gheddafi. Ma anche in quel caso il Consiglio di Sicurezza può essere soggetto al veto di uno o dell’altro membro permanente, quindi è difficile che si possa affermare che ci sarà una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU  a proposito” afferma Ronzitti.   

E proprio sull’ONU e sulla sua sempre maggiore ‘insostenibile leggerezza’ si appuntano le preoccupazioni. “L’Onu funziona se gli Stati membri lo vogliono far funzionare, se uno Stato membro interviene senza rivolgersi al Consiglio di Sicurezza non ci si può lamentare che l’Onu non intervenga”, afferma Cannizzaro. Nel 2013 l’Onu ha stabilito un programma di smantellamento dell’uso di armi chimiche e di verifiche internazionali, dunque, “nel caso del bombardamento di Assad nella città di Isbid l’America avrebbe dovuto seguire un protocollo prestabilito invece di decidere, nell’arco di una notte, di portare avanti un attacco unilaterale illegittimo. L’Onu ha dei limiti, è chiaro che in una situazione così tesa e sensibile, un intervento terzo da parte dell’Onu, che rappresenta l’intera comunità internazionale, sarebbe stato percepito in modo molto diverso rispetto all’intervento unilaterale dell’America. L’intervento di Trump è da ritenersi illegittimo sia dal punto di vista politico  che dal punto di vista del diritto internazionale”.

L’Onu deve esercitare tutta la sua capacità politica e diplomatica in questo caso, certo non si può mettere a fare la guerra agli Stati Uniti, che sono uno dei Paesi più importanti all’interno del Consiglio di Sicurezza e, dunque, hanno il potere di opporre il veto a qualunque decisione che entra in contrasto con la loro politica”, afferma Gabriele Della Morte. “Affinché l’ Onu riprenda il controllo ci dovrà essere un riassetto, che potrebbe essere sia interno che esterno all’organizzazione. Ci sono già stati dei tentativi di riformare il consiglio di sicurezza, ma si sono arenati sul fatto che per approvare una modifica occorre passare il potere di veto degli Stati membri del Consiglio stesso: è ovvio che se chiedi ad uno dei cinque Paesi permanenti nel Consiglio di donare il proprio potere ad un altro Stato questo si opporrà, nessuno dei cinque vuole perdere il proprio potere decisionale. Riformare dall’interno l’Onu è quasi impossibile, dovrebbero crearsi delle regole al di fuori dell’Onu, delle regole di diritto consuetudinario o parallele a quelle dell’Onu.  Questo attacco di Trump è una situazione nuova a cui l’Onu non ha mai fatto fronte e ci vorrebbe sicuramente un rinnovamento poiché ad oggi c’è un livello di unilateralità che non sente più il bisogno di giustificarsi: agisce e basta”.

L’Onu ha perso terreno già da molti anni, la strada che ha percorso Trump, di agire unilateralmente, non è stata la mossa più giusta: questi conflitti infiniti in Medio oriente nascono a causa proprio degli attacchi unilaterali”, afferma Cannizzaro. “L’Onu, in particolare il Consiglio di Sicurezza, dipende dal voto favorevole dagli Stati membri, in particolare quello delle grandi potenze: Stati Uniti e Russia. Ben difficilmente l’Onu può operare se non c’è un consenso tra le grandi potenze, questa unione d’intenti andrebbe ricercata e costruita: se l’America per prima non lo fa, come fanno le altre Nazioni a trovare delle soluzioni comuni?”

Ci potrebbe essere un ripensamento delle regole che sovraintendono l’uso della forza nelle relazioni internazionali, anche se molto probabilmente non riuscirebbero a fermare la politica aggressiva di Trump, afferma Della Morte. “Ci sono già stati molto tentativi da parte di diverse dottrine, come quella sulla ʹresponsability to protectʹ, che è un tentativo di arginare situazioni pericolose tramite interventi armati, solo nel momento in cui, però, ci sia un altissimo rischio  di massacri di civili. Anche in questa dottrina il caso Trump non può essere in nessun modo giustificato: l’azione unilaterale di Trump, dal punto di vista di uno studioso di diritto internazionale, è illegale. Ovviamente gli effetti di tale illegalità si misurano sul piano politico”.

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