lunedì, Agosto 15

Diritto di critica e di ascolto. C’è chi può (vedi Di Maio), tutti gli altri no La critica perduta. Se c’è una cosa che ormai caratterizza la nostra società 'liberale e democratica', è che puoi strillare quanto vuoi, ma se ciò che pensi non piace a chi 'comanda', la tua voce è come quella che strilla nel deserto. La critica e l'ascolto della stessa appartiene solo a chi ha il potere (o crede di averlo)

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In una bella intervista, la giovane economista albanese Lea Ypi, attualmente alla London School of Economics, spiega senza rancori, minacce o sussulti di disperazione, la differenza tra il regime comunista che l’haallevatae i regimi liberali o liberal-democratici. E la spiega con una frase tanto sintetica quanto lucida, quanto anche concreta: la differenza, dice, «sta nel fatto che nelle società liberali si ha il diritto di criticare», mentre per il resto entrambe le società hanno di sé e su di sé una idea «messianica», dice proprio così, perché entrambi hanno la tendenza a «presentarsi come modelli in grado di salvare l’uomo. Una promessa che entrambi sono storicamente finiti per tradire, lasciando le persone nella disillusione», tanto che, aggiunge il regime comunista «non tanto -o, almeno, non solo per i propri limiti economici, ma perché ha soffocato la libertà di partecipazione democratica degli individui. Questo non significa, però, che il sistema liberale sia privo di contraddizioni solo perché è rimasto in piedi». Quest’ultima è una frase che dovrebbe essere scolpita sul cranio di tutti i nostri politicanti e loro esaltatori.

Invero, io aggiungerei che una società liberale e democratica è caratterizzata anche, o meglio, sarebbe tale se fosse caratterizzata anche dalla libertà di essere ascoltati. Non basta poter dire ciò che si pensa, che, mi spiace per la signora Ypi, è invero ormai sempre meno praticata nelle cosiddette società liberal-democratiche, ma occorre anche che ciò che si dice, intanto sia permesso senza conseguenze, cioè non sia tollerato se conviene, ma sia anche trasmissibile.
Se c’è una cosa che ormai caratterizza la nostra società, è che puoi strillare quanto vuoi, se ciò che pensi non piace a chicomanda‘, la tua voce è come quella che strilla nel deserto. È il metodo adottato nelle società cosiddette democratiche odierne: dì quello che vuoi, tanto nessuno ti sente.
Poi ci sono società meno evolute ancora, in cui se pensi diversamente e riesci a superare la vera e propria congiura del silenzio intorno a ciò che pensi, sei additato al pubblico ludibrio. Il che non ha certo solo conseguenze astratte, ma anche pratiche, molto pratiche. Ti tolgono i contratti, ti emarginano, ti ridicolizzano o ti attribuiscono cose che non hai mai dette, ti costringono, per sopravvivere, a tacere.

Basta ricordare a quali insulti sono stati sottoposti coloro che non condividevano e non condividono le modalità di contrasto al virus che ci ha tormentati per due anni (ma ancora oggi, stavolta nel silenzio generale) con la conseguenza che per molti di loro essere, appunto, ascoltati diventava impossibile. Ci sarebbe da sorridere sul fatto che, alla fine, per ironia della sorte, hanno avuto ragione loro: oggi non si parla più del virus, delle precauzioni, eccetera, e lo si tratta come una banalità, proprio come volevano gli oppositori di una volta. Mentre, se qualcuno cerca di ricordare che le cose non sono affatto meno serie, anzi, lo sono di più, si trova, improvvisamente, nel recinto dei reietti e per non scomparire si … adegua!

Certamente il culmine di questo modo di essere, si è raggiunto con la oscena pubblicazione delle foto segnaletiche dei presunti filo-Putin. Fateci caso: ormai e progressivamente sempre di più, le obiezioni alle posizioni correnti in merito alla guerra sono sempre più deboli. Di quella disgustosa vicenda non si parla più, in pubblico, anche se, ho l’impressione, è cominciata la corsa alla detronizzazione dell’attuale direttore del ‘Corriere‘, da parte di alcune ‘grandi firme’. Magari è una mia fantasia, ma certo che ho forte questa sensazione. Così come, è l’altra faccia della stessa medaglia, la superficialità e l’irrisione delle critiche a ciò che fa o dice la Russia e Putin, sono alle volte ridicole.
L’altra sera, un noto giornalista delCorriere‘ (non so se concorrente alla direzione, ma non mi stupirebbe) commentava in toni irridenti il discorso di Vladimir Putin sulla fine dell’unilateralismo statunitense, sia dipingendo la Russia come un Paese ormai del quinto mondo, ridotto alla fame, ma specialmente diretto da un folle che penserebbe di poter essere lui l’altro polo. Poco importa che Putin non lo abbia detto. Ma poi, il commento diventava ancora più ‘ficcante’ quando, a proposito delle sanzioni che Putin dice che sono largamente sopportabili (del resto, che potrebbe mai dire?), ne dimostrava l’assurdità e la falsità argomentando più o meno così: Putin dice che le sanzioni non gli fanno gran male, ma ogni volta che si tratta pone come condizione di abolire le sanzioni: ‘se fossero così irrilevanti, perché non chiede di mantenerle?‘.
Questo è, purtroppo, il livello dei nostri commentatori, così come dei politicanti vari.

 

Il che mi fa venire in mente gli argomenti da cortile, dello scontro furibondo scatenato da Luigi Di Maio contro Giuseppe Conte. Nel quale, oltre al resto, Di Maio accusa Conte di volersidisallinearedall’alleanza atlantica, il che sarebbe un reato quasi da corte marziale.

Eh sì, perché il giovane Di Maio, a suo tempo tra i principali critici e accusatore di ogni nefandezza della NATO e di Emmanuel Macron, oggi è diventato un atlantista ferreo e un amico fraterno di Macron. E per dimostrare come pensa e agisce, usa il riferimento ad una presunta volontà di Conte di non seguire le indicazioni della NATO, di non essere ‘allineato’.
Ecco la concezione politica del grande politicante:devi allinearti‘. Cioè, devi seguire gli ordini e comunque le idee altrui. Se non lo fai, sei cattivo per principio, anche se il disallineamento è solo marginale. Tanto più, aggiunge il giovane virgulto, che bisogna fare ben capire e obbligare a dire che, testuale: «l’Italia non è neutrale» rispetto al conflitto.
Ora, una parola al Ministero degli Esteri dove stazionano, credo, dei diplomatici esperti. Si è coscienti del fatto che solo parlare di disallineamento, oltre ad umiliare il nostro Paese, può, e legittimamente, mettere in sospetto gli alleati? Una accusa del genere fatta dal Ministro degli Esteri pone il Paese del Ministro in una pessima luce, quella dell’ambiguità, che è la luce sotto la quale molti all’estero ci vedono. E non solo. Dire che non siamo neutrali (a parte il fatto che è vero e l’ho scritto mille volte) indica alla Russia questo dato di fatto: lo dice il Ministro. E quindi l’Italia è nemico, non neutrale.
Per carità, nulla di preoccupante. Certamente i russi hanno altro a cui pensare che all’Italia, ma si troverà qualcuno al Ministero che metta a tacere questo Ministro pericoloso? Certamente no. Perché, e chiudo il cerchio, la critica, almeno nella nostra società, è consentita solo a chi ha il potere (o crede di averlo), e ha, quindi, sia la libertà di criticare, magari a vanvera, sia quella di rendere nota la sua critica.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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