mercoledì, Dicembre 8

Diritto e anagrafe: i retroscena del doppio cognome

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Nel novembre 2016 la Consulta, accogliendo un ricorso della Corte di Appello di Genova, ha ammesso la possibilità del doppio cognome, a condizione che entrambi i genitori siano d’accordo (Corte Cost., 21 dicembre 2016, n. 286). Più precisamente, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma ricavabile dal combinato disposto di alcuni articoli del Codice Civile (237, 262 e 299) e del nuovo Regolamento sull’ordinamento dello stato civile (del 2000), laddove non è permesso, ai genitori che ne abbiano fatto concorde richiesta al momento della nascita, attribuire al figlio anche il cognome materno.  Esiste, da tempo, una proposta di legge avallata dalla Camera il 24 settembre 2014: il testo giace in Senato, dove finora non ha incontrato la maggioranza. Anche per i giudici costituzionali, la legge è necessaria (ad esempio, cosa si fa nei casi di disaccordo tra genitori?).

Non si tratta, a ben vedere, di un semplice ‘correttivo’ anagrafico. O meglio: le politiche anagrafiche di uno Stato contengono in sé ragioni legate al cambiamento storico, ai ruoli interni al tessuto sociale, che le istituzioni regolano – con tutto il relativismo che ne deriva – nell’interesse pubblico assolto dalla loro stessa funzione.

Di fronte al blocco dell’iter parlamentare e alle novità della giurisprudenza, abbiamo chiesto all’ Avv. Gaetano Edoardo Napoli, Professore di ruolo di Diritto Privato all’Università «Unitelma Sapienza» di Roma, la sua opinione su un tema capace, pur nel silenzio della legge, di riportare il concetto di appartenenza familiare al centro del dibattito sull’identità personale.   

 

Professor Napoli, rispetto alla pronuncia della Consulta dello scorso novembre, esistono precedenti significativi, nelle fonti del nostro ordinamento e nella dottrina, che vadano verso una cessazione del primato della paternità nella definizione giuridica dell’identità personale (attraverso la declinazione specifica del diritto al nome)?

La questione di legittimità costituzionale delle norme sull’automatica attribuzione al figlio del cognome paterno (anche in caso di volontà contraria manifestata dai genitori) era già stata considerata non manifestamente infondata dalla nostra Corte Suprema di Cassazione (Cass., 17 luglio 2004, n. 13298).

La Corte Costituzionale, nel 2006, pur modificando la propria posizione tradizionale (secondo cui era da considerarsi in linea con la Costituzione l’assunzione del cognome paterno), aveva auspicato un intervento legislativo volto alla piena realizzazione dell’uguaglianza tra padre e madre nell’attribuzione del cognome dei figli. Ritenendo, tuttavia, che la disciplina della materia spettasse al legislatore, non era intervenuta con una sentenza che dichiarasse l’illegittimità costituzionale della normativa. La motivazione si era basata sulla opportunità di non creare un vuoto legislativo in materia, come avviene quando una norma viene dichiarata costituzionalmente illegittima (si veda, al riguardo, Corte Cost., 16 febbraio 2006, n. 61; in tal senso, si veda anche Corte Cost., ord., 27 aprile 2007, n. 145; Cass., 14 luglio 2006, n. 16093).

Quali sono le ragioni di questo ‘vuoto’?

In un mio scritto del 2012, ho avuto modo di segnalare come la prevalenza del cognome paterno fosse un retaggio della tradizionale impostazione patriarcale, sempre meno rispondente all’attuale quadro sociale della famiglia. Per denunciare la necessità di equiparare padre e madre in questa materia, ho fatto notare che la tendenziale continuità che l’ordinamento ha dato al solo cognome paterno escludeva che il cognome potesse essere considerato un effettivo segno di identificazione legato all’appartenenza a un determinato gruppo familiare: quest’ultimo è infatti necessariamente formato anche da donne (ma queste, generalmente, non potevano trasmettere il proprio cognome ai figli).

Proseguendo nella risposta alla prima domanda, diversi progetti di legge sono stati dedicati al tentativo di equiparazione tra il cognome materno e quello paterno, ma non sono mai divenuti legge. Peraltro, si può evidenziare come il nostri giudici amministrativi, già in passato, abbiano cercato di porre rimedio a questa discriminazione annullando il provvedimento con cui l’allora Ministero di Grazia e Giustizia (in ragione della pretesa prevalenza dell’interesse pubblico all’immutabilità del nome) aveva rigettato l’istanza di un soggetto che intendeva aggiungere il cognome materno a quello (paterno) portato fin dalla nascita. I giudici amministrativi, in quell’occasione, affermarono che il principio di tendenziale stabilità del cognome non potesse implicare l’assoluta inderogabilità della regola della riconoscibilità dell’individuo tramite il solo cognome paterno (si veda la Sentenza del Consiglio di Stato, sez. IV, 27 aprile 2004, n. 2572).

Tra l’altro, in molti casi l’appartenenza all’Unione Europea ha comportato una necessità di adeguamento alle normative (più aperte) di altri Paesi in materia di attribuzione del cognome. Si è rilevato, infatti, che il diniego di una modifica, in uno Stato, del cognome di un soggetto con più cittadinanze, volta a rendere tale cognome uniforme a quello (doppio, paterno e materno) portato in base alla legge di uno Stato di cui il soggetto stesso sia cittadino, contrasterebbe con i principi di diritto europeo, in particolare con il diritto di non subire discriminazioni con riferimento alle norme che disciplinano il cognome (Corte di Giustizia CE, 14 ottobre 2008 C-353/06 e 2 ottobre 2003 C-148/02).
La Corte di Cassazione, al riguardo, ha precisato che il cittadino extracomunitario che ha acquistato la cittadinanza italiana per naturalizzazione, senza perdere la cittadinanza straniera di origine, ha il diritto di portare anche in Italia il proprio doppio cognome (Cass., 17 luglio 2013, n. 17462).


Quanto è importante una legge che regoli l’attribuzione del cognome materno e quali sono, a Suo parere, i motivi che determinano l’insabbiamento del suo iter? E’ una questione di maschilismo strisciante o esistono anche cause strutturali?

Certamente le norme che stabiliscono la prevalenza del cognome paterno sono il retaggio di una tradizione giuridica che vedeva l’uomo a ‘capo della famiglia’, attribuendogli la ‘potestà maritale’ e obbligando la moglie alla ‘obbedienza’ nei suoi confronti. Quando vennero formulate queste norme, alla donna era riservato un ruolo del tutto marginale nella società. Attribuire al marito il ruolo di ‘capo della famiglia’ comportava la conseguenza dell’assunzione del suo cognome da parte di tutti i membri della famiglia stessa. Anche la moglie assumeva il cognome del marito. Nella formulazione originaria, l’Articolo 144 del Codice Civile recitava: «Il marito è il capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno fissare la propria dimora».

Nella seconda metà del secolo scorso si è avuto un radicale mutamento del ruolo della donna nella società e la coscienza sociale si è trovata a non potersi più riflettere nelle ataviche norme adottate dal Codice Civile. Nondimeno, le numerose riforme volte a sradicare le disuguaglianze tra uomo e donna non sono riuscite a intervenire in materia di attribuzione del cognome ai figli.

Si pensi che soltanto nel 2012 si è avuta la effettiva unificazione dello stato di figlio ad opera di una legge tanto voluta dal Prof. Cesare Massimo Bianca (Presidente della Commissione ministeriale che ha elaborato la riforma stessa): prima si distingueva, illogicamente, tra figli ‘legittimi’ (come se gli altri fossero ‘fuori legge’) e figli ‘naturali’ (come se gli altri fossero ‘innaturali’).
È stato proprio il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 (adottato sempre nell’ambito della riforma mirata a unificare lo stato di figlio) a dettare delle importanti modifiche, in senso anti-discriminatorio, all’Art. 262 C.C., poi integrato, in modo deciso, dalla sentenza della Consulta di fine 2016.

Quanto all’iter volto all’approvazione di una legge sull’attribuzione del cognome materno, non parlerei di ‘insabbiamento’. Piuttosto, i disegni di legge presentati non sono stati mai ben coordinati tra loro: ad esempio (ricordo che questa fu una delle ragioni di ‘stallo’), non si riusciva a trovare una regola non discriminatoria di trasmissione di entrambi i cognomi, materno e paterno (i problemi non riguardavano, infatti, il caso in cui entrambi i genitori optassero per uno solo dei due cognomi, caso a cui si è rivolta la sentenza della Corte costituzionale dell’anno scorso). Innanzitutto, affermata l’opportunità di una trasmissione dei due cognomi, si faticava a raggiungere una mediazione in ordine ad alcuni problemi. Ecco il primo: in mancanza di accordo, quale dei due cognomi deve essere il primo da menzionare in anagrafe? Quello paterno o quello materno? E poi (altro problema): una volta che il soggetto, con i due cognomi, mette al mondo un figlio con un partner con doppio cognome, non potendosi attribuire al figlio tutti i cognomi (cioè quattro, con l’effetto di avere, nel corso degli anni, persone con un numero progressivo di cognomi), quale dei due cognomi deve essere trasmesso dal padre e quale dalla madre? Si sono ipotizzate soluzioni di vario tenore a questi problemi (dal sorteggio, alla prevalenza dell’ordine alfabetico, ecc.), tutte suscettibili di critiche. Di conseguenza, i disegni di legge si sono via via arenati.

 

La legge sulle unioni civili (c.d. «Legge Cirinnà», approvata nel maggio 2016), in assenza di una normativa ad hoc, può essere una garanzia di apertura in questo senso?

Non credo che la legge sulle unioni civili possa rappresentare un’apertura in questa materia, proprio perché la legge stessa esclude in modo diretto che le coppie unite civilmente possano adottare dei figli. La scelta politica su questo punto è stata particolarmente decisa. Tuttavia, in seguito alle aperture mostrate da alcuni giudici, sono emerse alcune istanze volte a un cambiamento della legge in questa materia. I nostri rappresentanti in Parlamento, anche in questo caso, analizzeranno se il tessuto sociale italiano sia o meno pronto alla modifica in questione, che certamente aprirebbe nuove prospettive anche in materia di trasmissione del cognome, rendendo opportuna l’opzione per il doppio cognome.

Possiamo citare qualche esempio virtuoso proveniente da altri Paesi europei?

Negli ordinamenti stranieri è possibile rinvenire discipline di vario tipo in materia di trasmissione del cognome. Vi sono Paesi che consentono un’ampia scelta, come la Grecia, l’Ungheria, la Croazia, la Francia, la Germania e il Regno Unito (in questo Paese, il cognome non è necessariamente da considerare come segno di appartenenza a una determinata famiglia). In Spagna, la regola è quella del doppio cognome: ogni soggetto porta il primo cognome di entrambi i genitori e si dà spazio alla scelta dell’ordine dei cognomi. Esistono Paesi, come la Danimarca, che danno la prevalenza al cognome materno, in mancanza di scelta; altri, invece (ad esempio, il Belgio), resistono nel far prevalere il cognome paterno.

I problemi sopra esposti sono ridimensionati nei Paesi (ad esempio, l’Islanda) che utilizzano non il cognome ma il patronimico: tutte le donne, in questi Paesi, hanno già assunto il nome del padre, con l’aggiunta di un suffisso.

Deve rilevarsi, infine, che fuori dell’Europa (in Africa e in Asia), vi sono Paesi in cui il cognome non esiste proprio.
Questa varietà di discipline nel mondo porta a una osservazione conclusiva. Non è facile dare un giudizio sul merito dell’opportunità di adozione di un criterio ovvero di un altro in materia di trasmissione del cognome. Certamente, in un Paese (come l’Italia) che intenda considerare il cognome come segno distintivo della persona umana e traccia dell’appartenenza a una determinata famiglia, non può darsi diverso (maggior) peso al cognome di uno solo dei genitori.

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