sabato, Ottobre 23

Diritto al diritto e alla giustizia negati La strage delle morti sul lavoro

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Le morti sul lavoro, quelle che con un velo di ipocrisia vengono definite “bianche”, non fanno anch’esse parte del diritto e della giustizia negati, del diritto di tutti al diritto? I deceduti sono 151 secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna: molti di più rispetto al 2017. L’INAIL documenta una crescita negli ultimi due anni; aumentano gli incidenti multipli.

   L’anno scorso i morti sui luoghi di lavoro, sempre secondo l’Osservatorio, sono stati 632. Con i suoi venti morti è il Veneto la regione in testa a questa macabra classifica; seguono Lombardia e Piemonte. Milano, con otto decessi, è la provincia con più morti sul lavoro, seguono due province venete, Treviso e Verona con sette morti.

   Le recenti morti di Bergamo sono il terzo caso di morti multiple nel 2018; il 20 marzo due vigili del Fuoco hanno perso la vita a Catania, mentre il 28 marzo due lavoratori sono morti nel Porto di Livorno.

   Secondo l’ultimo rapporto relativo al 2017, il 20 per cento delle vittime sono agricoltori, schiacciati dal trattore. Ma a morire più di tutti sono gli edili: la maggior parte vittime di cadute da tetti e impalcature. Gli stranieri morti sono  oltre il 10 per cento del totale, mentre il 25 per cento delle vittime ha più di 60 anni. Secondo i dati dell’INAIL, oltre alle morti crescono anche gli infortuni sul lavoro: tra gennaio a luglio dello scorso anno le denunce sono state circa 380mila: 4.750 in più rispetto al 2016, un incremento dell’1,3 per cento.     Una vera e propria strage. Gli infortuni mortali dal 2000 al 2016 si erano dimezzati. Nel 2017 e in questo scorcio di 2018 sono tornati a crescere.

Carlo Soricelli, che cura puntuali rapporti per “L’Osservatorio Indipendente di Bologna sui morti sul lavoro” racconta di aver letteralmente tempestato di mail e di messaggi tantissimi dirigenti ed esponenti politici. Risultato? Silenzio, indifferenza. Come acqua che scivola su pietra. Racconta che pochi giorni fa sono morti due agricoltori schiacciati dal trattore: «Già 13 dall’inizio dell’anno e la bella stagione è appena cominciata. Saranno centinaia anche quest’anno. Ne sono morti in modo così atroce oltre 600, e mai ho sentito il Ministro, seppur avvertito anche pochi giorni dal suo insediamento parlare di queste tragedie che c’erano nel suo Ministero. Ma questo vale anche per tantissimi altri politici di primo piano, anche loro tempestati di mail, praticamente ogni mese. Tantissime morti sul lavoro spariscono dalle statistiche, lo scrivo da dieci anni. Non essendo assicurate all’INAIL è come se non morissero. In base a cali inesistenti si sono fatte leggi contro la Sicurezza: questa primavera il Parlamento e il governo hanno rinviato per l’ennesima volta una legge europea del 2003 che obbligherebbe chi guida un mezzo mortale come il trattore a sottoporsi ad un esame per l’idoneità alla guida. Ma le lobby parlamentari, che ci sono in ogni partito sono riuscite, come accade negli Stati Uniti, con le lobby delle armi a rinviare la legge per l’ennesima volta».

Soricelli è come un fiume in piena:«Come non indignarsi se attraverso la registrazione delle morti si vede che i lavoratori anziani sono dal 20 al 25 per cento di tutti i morti sui luoghi di lavoro e che la Legge Fornero fa aumentare i morti sul lavoro in arda età. Li avevo implorati con mail, l’ho scritto prima che entrasse in vigore, che erano già numerosissimi i morti per infortuni dai 60 anni in poi: come non avere un sussulto nella coscienza e pensare che si stava giocando con la vita dei lavoratori anziani, che non potevano svolgere pericolosi con acciacchi e riflessi poco pronti. Davvero disumano».

Annotazione non marginale, e che converrà riprendere. Riprende domenica 8 aprile il ciclo di trasmissioni curate da Alberto Matano“Sono innocente”, storie di persone impigliate nei micidiali meccanismi della giustizia e ingiustamente arrestate. Si comincia con la nota, ma mai troppo dibattuta e ricordata vicenda Tortora. E non ci si può che rallegrare di questo rinnovo di “memoria”.

Dalla terribile esperienza di cui è vittima, Tortora esce schiantato; ma fino all’ultimo suo respiro è fedele al suo proposito: «Io sono qui e lo sono anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono. E sono molti, sono troppi».

Nelle redazioni dei giornali e dei telegiornali siamo ben attenti (non sempre, a dire il vero) a non mostrare gli arrestati con i polsi bloccati dalle manette. Quando proprio non se ne può fare a meno, perché i servizievoli operatori di carabinieri o polizia su quei polsi hanno indugiato, abbiamo cura di oscurarle, con pudiche sgranature. Come se lo spettatore o il lettore sia così sprovveduto da non capire e non sapere che quell’uomo, circondato da uomini in divisa e fatto salire con ogni cautela su un’automobile delle forze dell’ordine, non è ammanettato. Vien davvero voglia di dire: bella ipocrisia. E’ così che ci nettiamo la coscienza, professionale e umana?

La si butta lì. Più che evitare di mostrare le manette, non dovremmo aver cura di non mostrarle proprio, le persone sottoposte a fermo? Non dovremmo evitare di mostrare le fotografie, quasi sempre volti ritratti con poco riguardo, ed evitare perfino di citare i nomi? Troppi vengono poi prosciolti, e hai voglia a dire che si sono sbagliati…

Si può immaginare l’obiezione: diritto di cronaca. Già: e il diritto della persona? Quelle per cui Tortora dice: «Io sono qui e lo sono anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono. E sono molti, sono troppi»?

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