martedì, Ottobre 19

Diritti umani, il Messico risponde field_506ffb1d3dbe2

0

SONY DSC

 

Alla fine, i problemi del Messico ‘peñista’ nel campo dei diritti umani sono giunti anche di fronte all’apposito Consiglio delle Nazioni Unite. Dopo un primo anno in cui si è trovato più volte costretto a replicare ai preoccupanti dati della Comisión Nacional de los Derechos Humanos (CNDH), ora il Governo del Presidente Enrique Peña Nieto ha dovuto rispondere anche al Consiglio per i Diritti Umani in merito alle 176 raccomandazioni formulate in ottobre da quest’ultimo in vista dell’Esame Periodico Universale. Il bilancio, quantitativamente, è positivo: sono solo due le raccomandazioni rifiutate dal Paese americano. Tuttavia, nel complesso, le risposte consegnate il 20 marzo presso la sede di Ginevra hanno lasciato insoddisfatte le organizzazioni non governative presenti, che reputano la posizione del Messico ancora assai ambigua su temi di estrema rilevanza, tra i quali la tortura, i rapimenti e i diritti delle donne.

Il primo anno di Peña Nieto alla guida del Messico, d’altronde, non presenta un quadro rasserenante in materia. Mentre le istituzioni politiche del Paese procedono a riformare profondamente la struttura economica nazionale, la preoccupazione dei cittadini messicani per la propria incolumità è tale che, in alcuni Stati, ci si è trovati a prendere le armi per sopperire ad amministrazioni considerate o conniventi coi cartelli della droga o, nel migliore dei casi, assenti. Come riportava l’’Independentlo scorso ottobre, in meno di un anno di Governo di Peña Nieto erano già quattordicimila le morti violente avvenute nel Paese, contro le sessantamila nel pur cruento sessennio di Felipe Calderón. Non che il nuovo Presidente non avesse buone intenzioni: semplicemente, qualcosa non ha funzionato. Questa, almeno, l’analisi espressa a dicembre da Raúl Plascencia Villanueva, Presidente della CNDH. Oltre ai gruppi di autodifesa sorti in Stati afflitti dal narcotraffico come il Michoacán, Plascencia indicava anche la grave situazione dei migranti provenienti dall’America Centrale, rispetto alla quale non è raro che abbiano un ruolo gli stessi rappresentanti dello Stato federale messicano. Alla fine dell’anno, la CNDH segnalava infatti che, fra le diecimila denunce avvenute nel suo ambito durante i primi 11 mesi del nuovo Governo, risultava inquietante la quantità di abusi, pari ad almeno un quarto del totale, da parte di funzionari di organismi statali volti a combattere il narcotraffico. Tra le violazioni di maggior gravità appaiono rapimenti, esecuzioni extragiudiziarie, tortura e trattamenti disumani.

Questo non significava necessariamente un peggioramento: lo stato dei diritti umani in Messico era già critico anche durante il mandato di Calderón, al punto che molte delle 176 raccomandazioni espresse dal Consiglio dei Diritti Umani in ottobre riprendevano quelle già esposte nel 2009 dallo stesso organismo. Prima di quella data, bisogna seguire altre analisi per cogliere lo sviluppo del tema: l’Esame Periodico Universale è infatti stato creato solo nel 2006 ed ha funzioni complementari rispetto ad altri organi relativi facenti riferimento al Palazzo di Vetro. La sua fondazione formale risale infatti all’approvazione, da parte dell’Assemblea Generale, della risoluzione 60/251, che istituisce l’organo come sostituto della Commissione per i Diritti Umani al fine di coordinare la promozione dei diritti umani anche attraverso la formulazione di raccomandazioni in merito. Il giudizio, da formulare appunto attraverso esami periodici universali, è affidato a 47 Stati membri, ripartiti per aree e la cui elezione triennale da parte della maggioranza dell’Assemblea, a voto segreto, non può essere replicata prima di aver ‘saltato’ almeno due ulteriori mandati. L’Esame Periodico Universale, in altre parole, consiste quindi in un giudizio da parte di altri Stati, basato su «informazione oggettiva ed affidabile» e funzionante attraverso un «meccanismo cooperativo, basato su  un dialogo interattivo, col pieno coinvolgimento del Paese interessato» che «complementi e non si sovrapponga al lavoro degli organi previsti dal trattato».

Tale esame, nel 2009, aveva segnalato alcuni punti critici nei confronti del Messico. All’epoca furono infatti già 91 le raccomandazioni del Consiglio, di cui 8 furono rifiutate dal Governo di Calderón: fra queste, quelle relative ad arraigo e fuero militar, misure legate alla ‘guerra al narco’ lanciata nel 2006 dal Presidente del PAN (Partido Acción Nacional) e fortemente lesive dei diritti umani. Il primo, infatti, era stato istituito nel 2008 e rappresenta una sorta di custodia cautelare nata per trattenere presunti delinquenti ed agevolare così le indagini che li riguardano. Tuttavia, dato il già citato coinvolgimento delle Forze armate nelle violazioni dei diritti umani, si può facilmente evincere quali distorsioni abbia subito tale istituto nel corso del suo utilizzo: da strumento di lotta al crimine (già comunque in violazione di diritti fondamentali quali libertà personale, presunzione di innocenza o garanzia di un processo regolare), è risultato presto in stretto collegamento con l’aumento di casi di tortura nel Paese. Simile l’analisi per quanto riguarda il fuero, ossia la giurisdizione militare che ha impedito alle vittime di soprusi da parte di soldati di cercare giustizia presso tribunali regolari. Come riportato ancora l’anno scorso dalle Nazioni Unite, per tramite dell’ufficio messicano dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, questa particolare situazione giuridica ha creato una situazione di quasi totale impunità in relazione ad aggressioni, o financo ad omicidi, ai danni di persone impegnate nella tutela dei diritti umani nel Paese.

Nonostante il cambio di Governo, tutti questi problemi non potevano non riemergere nella valutazione dello scorso ottobre. Come spiegava ‘Animal Político’, basandosi sul rapporto di due fra le maggiori agenzie per i diritti umani messicane (Comisión Mexicana de Defensa y Promoción de los Derechos Humanos e Instituto Mexiano de Derechos Humanos y Democracia), la situazione non è cambiata nei quattro anni di distanza fra i due esami, benché i numeri parlino chiaro a riguardo dei due istituti menzionati: ad esempio, oltre all’aumento vertiginoso di denunce in materia avvenuto in dal 2006 al 2012, la CMDPDH riporta che solo il 3,2% delle 8595 persone soggette ad arraigo ha poi ricevuto una sentenza di condanna, mentre solo 33 militari sui 3164 condannati da corti castrensi tra 2007 e 2011 hanno così risposto di violazioni dei diritti umani – peraltro, in relazione allo stesso caso. Un quadro poco confortante, che i rappresentanti delle organizzazioni di tutela non vedono migliorare sotto il nuovo Governo: «il discorso ufficiale è molto lontano dalla realtà», afferma uno di loro, Daniel Joloy, in merito a quelle parole pronunciate dal nuovo Presidente che, però, «non si traducono in azioni concrete».

Risulta così assai sospetto, in termini di sincerità, l’annuncio dato da Peña Nieto riguardo alla creazione di un Programma Nazionale per i Diritti Umani, proprio alla vigilia della risposta del Messico sulle raccomandazioni del Consiglio. Un tale strumento, secondo il Presidente, porrebbe il suo Paese all’avanguardia nella tutela dei diritti: tuttavia, ciò sembra volto a mascherare il vero problema, glissato da Plascencia ed invece stigmatizzato dai rappresentanti delle ONG: l’apparentemente insormontabile divario fra la creazione di una legislazione ad hoc e la sua effettiva concretizzazione. Un problema ammesso dallo stesso Peña Nieto, che ha affermato di non reputare sufficiente neanche la diminuzione di denunce avvenuta negli ultimi mesi. Tuttavia, il suo Messico continua ad aggirare il confronto sui temi relativi ai soprusi dei funzionari pubblici propri attraverso annunci di nuove normative, come il promesso nuovo Codice Penale, oppure asserendo di «prender nota» delle raccomandazioni ricevute, senza però dare una risposta esaustiva. Un esempio di questaaccettazione parziale è data proprio dalla richiesta di eliminare a livello federale l’arraigo, formulata da Germania, Austria e Belgio, su cui il Messico ha appunto risposto di averne preso atto, cercando di limitarne l’uso a casi «davvero eccezionali» e in maniera ridotta (30 giorni anziché i consueti 80). È invece significativo che le due raccomandazioni rifiutate siano quelle formulate dalla Città del Vaticano in tema di aborto e matrimoni omosessuali. Se, nel primo caso, il Segretariato per gli Affari Esteri ha addotto difficoltà ad implementare la raccomandazione legata alle facoltà legislative delle diverse entità della Federazione, sul secondo tema l’argomentazione è stata più netta: non esiste una norma internazionale che definisca le caratteristiche proprie di una famiglia, tantomeno nel senso limitato formulato dalla Santa Sede.

Si tratta sicuramente di una decisione da sottolineare, data la rilevanza della religione cattolica in Messico. Tuttavia, ciò non permette a quest’ultimo di poter tentennare ancora sui residui di una guerra che non solo si è rivelata fallimentare, ma che ha anche lasciato profonde lacerazioni nel tessuto istituzionale della Federazione e, a maggior ragione, richiede ora una svolta netta. Anche perché, dal novembre scorso, il Messico è ‘passato dall’altra parte’ del tavolo, essendo stato eletto tra i 47 integranti del Consiglio dei Diritti Umani. Una «grande responsabilità», ha dichiarato la sottosegretaria Lía Limón García, che si spera però possa fondarsi non solo su dichiarazioni e rivendicazioni altisonanti, ma proprio su una volontà di cambiamento seria e tangibile.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->