sabato, Aprile 17

Diritti umani, gli Usa contro Baku

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Negli scorsi due mesi, l’Azerbaijan è stato oggetto di molte critiche: accusato sia dai funzionari dell’Unione Europea che da quelli degli Stati Uniti di aver intrapreso pratiche che sono contrarie e in opposizione alla legge internazionale.

Mentre Baku non si è mai tirata indietro davanti alle proprie responsabilità, ammettendo apertamente che, essendo una democrazia giovane, c’è bisogno dell’impiego di molti sforzi al fine di manifestare princìpi di correttezza, libertà civile e giustizia sociale, i funzionari hanno espresso un grande sconcerto nei confronti di ciò che sentono che sia diventata una caccia alle streghe politicamente motivata contro l’Azerbaijan.

L’Ambasciatore dell’Azerbaijan a Londra, Tahir Taghizadeh, ha preso il controllo della stampa questo dicembre in vista dell’indirizzo di alcune accuse fatte da media e politici nei confronti di Baku, con la speranza di dare prospettiva ad un problema che lui crede abbia un approccio molto unilaterale e a tratti sbilanciato.

La corsa alla stampa ‘cattiva’ dell’Azerbaijan è iniziata ai primi di ottobre quando Thorbjorn Jagland, segretario generale del Consiglio Europeo, ha scritto un articolo per il ‘The Guardian’ in cui dipinge un’immagine alquanto triste della storia dei diritti umani dell’Azerbaijan, accusando Baku di presunte repressioni politiche e campagne di oppressione nei confronti dei membri dell’opposizione, usando il 2013 come punto di riferimento.

Jagland si riferisce all’imprigionamento di Ilgar Mammadov – febbraio 2013 –, un politico prominente e leader del Movimento Repubblicano Alternativo, sostenendo che le autorità hanno pianificato la sua incriminazione per rivolte non solo per zittire le sue richieste di cambiamento, ma anche per ostacolare le sue ambizioni politiche. Mammadov era uno dei candidati delle elezioni presidenziali del 2013.

Jagland ha scritto: «Prima di questo mese, la Corte Europea per i Diritti Umani, che fa parte del Consiglio Europeo, ha confermato una precedente decisione che stabiliva che l’arresto e la detenzione di Mammadov, noto politico di opposizione e commentatore, hanno violato la Convenzione Europea sui Diritti Umani». A ciò ha aggiunto, «Il giudizio è stato tanto critico quanto chiaro» riportando le parole della Corte, che ha concluso che «Lo scopo attuale della sua detenzione è stato quello di zittire o punire Mammadov per aver criticato il governo ed aver reso pubbliche alcune informazioni che stava cercando di nascondere».

La dura critica di Jagland nei confronti del paese ha avuto risonanza generale grazie alle inchieste della Radio per l’Europa Libera/Radio Libertà RFE/RL prima di questo dicembre, quando sono stati sollevati i casi di Leyla Yunus e di Khadija Ismayilova.

Entrambi i difensori dei diritti umani sostengono che l’RFE/RL, un organizzazione che è importante notare che riceve finanziamenti dal Congresso degli Stati Uniti, ha subìto abusi e maltrattamenti come risultato del proprio lavoro di difesa e di denuncia all’atteggiamento autoritario di Baku nei confronti della libertà di espressione.

Nenad Pejic, editore capo dell’RFE/RL, ha disapprovato l’arresto e il conseguente imprigionamento di Ismayilova, sostenendo: «L’arresto e la detenzione di Khadija Ismayilova è l’ultimo tentativo n una campagna lunga due anni di zittire una giornalista che ha investigato sulla corruzione al governo e sull’abuso dei diritti umani in Azerbaijan…Le accuse contro di lei oggi sono oltraggiose. Khadija è stata punita per il suo giornalismo».

Ancora fondamentale per l’Azerbaigian è Dunja Mijatovic, rappresentante per la libertà dei mezzi di comunicazione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa OSCE, che ha commentato per RFE/RL: «L’arresto di Ismayilova non è altro che un’intimidazione orchestrata, che fa parte della campagna in corso che mira a zittire la sua voce libera e critica. Rinnovo la mia richiesta all’Azerbaigian di porre fine a questa pratica, che è dannosa per la libertà dei media».

Lo stesso giorno, l’RFE/RL ha accusato Baku per presunte violazioni dei diritti umani, chiedendo alla Comunità Internazionale di mobilizzarsi contro lo stato ed assicurare che siano prese delle misure di prevenzione per eventuali attacchi futuri nei confronti dei membri della stampa estera. Washington funge da stereotipo per tali preoccupazioni, consolidando perciò la colpevolezza di Baku nei media occidentali.

In una dichiarazione Marie Harf, portavoce del Dipartimento di Stato, ha messo in rilievo: «In generale, siamo profondamente preoccupati dalle restrizioni sulle attività della società civile, inclusi i giornalisti in Azerbaijan, e siamo sempre più preoccupati che il governo non sia all’altezza dei propri impegni e obblighi internazionali».

 

LA CAMPAGNA DI DIFFAMAZIONE CHIAMA A GRAN VOCE I FUNZIONARI

Irritati da ciò che qualificano come calunnia politicamente motivata, i funzionari di Baku hanno messo in chiaro che non tollereranno che lo stato si faccia trascinare nel fango dei media dalle dicerie e dalle mezze verità. Come notato dall’Ambasciatore Taghizadeh, all’Azerbaijan dovrebbe essere data la possibilità di provvedere alle proprie investigazioni, lontano dal bagliore dei media prima di essere messo alla gogna e prima che le sue istituzioni siano marchiate come autoritarie.

L’Ambasciatore Taghizadeh, in risposta alla feroce critica di Jagland, ha affermato fortemente «Quando ci si sforza di politicizzare i recenti arresti in Azerbaijan, devo chiarire che prima di arrivare a decisioni frettolose, è cruciale che ai corpi della polizia sia concesso tempo sufficiente per concludere le indagini. Così come in tutte le altre società basate sull’utilizzo di regole, in Azerbaijan crediamo fermamente che le persone non debbano nascondersi dietro le loro attività professionali quando infrangono la legge». Oltretutto aggiunge: «La legge rimane legge solo se applicata universalmente. Se la legge è applicata in maniera selettiva, diventa uno strumento di repressione».

Ma se i funzionari in Azerbaijan rimangono irremovibili, le autorità si comportano bene nei confronti della legge del paese, sostenendo che nonostante il modo in cui i media occidentali desiderano rappresentare lo sviluppo, Baku manterrà la rotta, ed esprimono le loro preoccupazioni che una tale rappresentazione fuorviante dei media al momento è sintomatica di una copertura politica sovversiva con secondi fini per l’estero.

Affrontando un problema del genere, Ramiz Mehdiyev, capo dello staff del presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, ha pubblicato un manifesto politico nel quale accusa gli Stati Uniti di perseguire le ambizioni di copertura coloniale nella regione del Caucaso, utilizzando la propaganda e la diffamazione come armi per screditare il ruolo di Baku davanti alla Comunità Internazionale, solo al fine di imporre il suo volere e di rendere legittimi i suoi interventi, che crede siano giusti.

Da quando ai primi di febbraio è caduto in Ucraina il presidente Viktor F. Yanukovych, giornalisti e politici in Azerbaigian si sono preoccupati che Washington avrebbe cercato di portare l’ex Repubblica Sovietica sotto il suo controllo al fine di creare una zona cuscinetto per le ambizioni egemoniche della Russia e regnare sulla trazione politica a Mosca.

In effetti è una realtà quella che Mehdiyev ha espresso questo dicembre quando ha accusato gli organi di informazione, come ad esempio RFE/RL e Azadliq Radio, di lavorare per mecenati stranieri.

Parlando del caso di Ismayilova ha sostenuto, «Dà spettacolo contro l’Azerbaijan, fa dichiarazioni assurde, dimostra apertamente un’attitudine distruttiva nei confronti dei membri noti della comunità azerbaigiana, e diffonde bugie cariche di insulti…non c’è bisogno di provare che il dare false informazioni è la stessa cosa che lavorare per i servizi segreti stranieri…Questo è tradimento».

Mentre i media esteri sono caduti nei racconti di Washington, supportando l’idea che l’Azerbaijan è caduto in una trappola totalitaria, Baku non è d’accordo, sostenendo che la stampa manca di obiettività.

 

Traduzione di Sara Merlino

 

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