giovedì, Agosto 5

Diritti umani e la 'coperta italiana' troppo corta Intervista a Riccardo Noury, portavoce e responsabile della comunicazione per l'Italia di Amnesty International

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«Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo». E’ il tema del Meeting di Rimini edizione 2014. Un tema, quello scelto da Comunione e Liberazione che si propone «un viaggio verso le periferie del mondo e dell’esistenza, in cui paragonarsi con le sfide che la realtà pone». Le ‘periferie’, uno dei temi portanti del pontificato di Francesco, saranno dunque al centro della settimana di lavori -24-30 agosto- dell’annuale incontro del pianeta CL. ‘Periferie’ dell’esistenza che l’Italia ha in casa. In attesa dell’appuntamento riminese, percorreremo le ‘periferie’ dell’esistenza italiana.

Parlare di Diritti Umani violati in Italia sembra un paradosso, soprattutto se pensiamo che, nel corso della storia e dell’evoluzione naturale, abbiamo ratificato Trattati Internazionali, Convenzioni, che garantiscono la tutela e soprattutto il rispetto di questi ultimi.

I diritti umani sono ‘naturaliperché sono comuni a tutti gli individui sin dalla nascita e non devono essere acquistati né ricevuti o ceduti come concessione o eredità.
Essi, inoltre, sono ‘universali’ perché identici per tutti gli individui, senza distinzione di sesso, etnia, cultura, religione, opinione politica, origine nazionale e sociale. Tutte le persone nascono libere ed uguali in dignità e diritti.

Sono, altresì, ‘indivisibili’, in quanto sono da intendersi come non separabili; infatti la libertà, la sicurezza e la giustizia sono garantite solo se vengono tutelati tutti i diritti (civili, economici, sociali, culturali). La violazione di uno solo di essi costituisce una minaccia nei confronti di tutti gli altri. Sono, infine, ‘inalienabili: nessuno può sottrarre i diritti umani ad un’altra persona, perché gli individui li conservano per tutta la vita anche nel caso in cui le leggi positive degli stati dovessero eliminarli o limitarli.

L’Italia come si comporta?  “E’ difficile generalizzare, ma quello che noi notiamo è, che in questo Paese, sta prendendo sempre più piede la teoria della coperta corta; ovvero che in tempi di crisi e difficoltà, con la disoccupazione e la recessione, i diritti sono una coperta che è troppo corta per proteggere tutti. Se si tira da un lato, si scopre dall’altroQueste le parole di Riccardo Noury, portavoce e responsabile della comunicazione per l’Italia di Amnesty International, di cui fa parte dal 1980. Circa un anno fa l’Associazione ha presentato L’agenda in 10 punti. ”Lì c’è la sintesi delle preoccupazioni di Amnesty International riguardo allo stato di salute dei diritti umani in Italia. Ci sono temi di vecchia data. Quello a cui abbiamo assistito in questi anni, è stato un’erosione delle tutele e delle garanzie rispetto a gruppi che sono già in condizioni di vulnerabilità. In primo luogo migranti e rifugiati, in secondo luogo i Rom e in terzo luogo le persone LGBT, ossia le persone che hanno un orientamento sessuale o un’identità sessuale di minoranza. Accanto a questo c’è un fenomeno preoccupante da molti anni, ed è l’operato delle forze di polizia in situazioni sia di controllo di ordine pubblico sia in casi specifici”.

Il problema rimane la lentezza del sistema, “direi che ci si muove a tentoni – come spiega Noury – In Italia, storicamente, si chiama emergenza, non quello che non si può prevedere, ma quello che era perfettamente prevedibile e non ci siamo attrezzati per fare. Da qui l’emergenza femminicidio, l’emergenza Rom, migranti, è tutto un’emergenza. Questo significa che non c’è una politica di programmazione, di previsione, non c’è una politica di lungo periodo stabile in tema di diritti umani, si affronta tutto sul momento. In alcuni casi con provvedimenti di segno negativo (penso a tutta la stagione del cosiddetto “reato di clandestinità”), in altri momenti con gesti positivi come ad esempio l’avvio dell’operazione “mare nostrum” nell’ottobre 2013, che è qualcosa che Amnesty International plaude e invita gli altri paesi europei a fare e a finanziare”.

Lo Stato italiano nei confronti di queste ripetute violazioni adotta, secondo Riccardo Nuory, un atteggiamento solo punitivo, ciò che manca è la prevenzione, “la reazione delle Istituzioni italiane” sul problema della violenza sulle donne, ad esempio, “è stata di prendere una delle tre P, che sono i pilastri della convenzione di Istanbul, PROTEZIONE PREVENZIONE e PUNIZIONE. Ha preso una sola P, quella della punizione, e nell’agosto di circa un anno fa ha rafforzato una serie di norme sul piano fondamentalmente della repressione, ma il che va bene, ma è un atteggiamento insufficiente e parziale. Fin quando non ci saranno strumenti legislativi e attività in senso ampio di promozione e tutela delle donne, agire solo sul piano della repressione vuol dire agire a cosa fatta. Quindi serve a ben poco. Quello che ci aspettiamo, è che l’Italia insista sulle altre due P, cioè prevenzione e protezione attraverso un coordinamento più efficace”.

Il quadro riguarda “complessivamente l’Unione Europea, che ha dato una risposta egoista rispetto alle crisi che sono intorno a noi. Negli ultimi quattro anni, la Commissione Europea ha dato due miliardi di euro agli Stati membri per politiche di contrasto, di chiusura, per fare barriere pattugliare. Mai accogliere. Pattugliare significa fare deterrenza, quello che ha fatto la Grecia. Quello che ha fatto l’Italia con “Mare nostrum” è stato pattugliare e soccorrere, che sono due cose completamente diverse. In tempi di crisi economica è sempre più importante sottolineare che violare i diritti umani costa molto, ma molto di più che proteggerli. Basterebbe fare un rapido calcolo di quanti soldi ancora in vecchie lire, poi in euro, sono stati dati vari Governi alla Libia di Gheddafi e alla Libia nuova oggi, per costruire centri di detenzione equiparabili a dei campi di concentramento, per finanziare la marina libica per impedire che le persone partissero dai porti. E’ un fenomeno complesso, ma l’idea che un Paese membro del G8 non riesca ad affrontare un fenomeno che affronta 90 volte di più il Libano, a me pare una cosa inconcepibile. I numeri ci danno torto, basta vedere la crisi Libica degli ultimi anni”.

Quello che manca, come abbiamo detto precedentemente, è la parte attuativa delle politiche nazionali, “l’idea che il compito finisca laddove incomincia, nel caso dei migranti e dei rifugiati, il compito sembra finire con la ricerca del soccorso in mare e poi una volta arrivati in Italia vengono lasciati a se stessi. Noi vediamo che non c’è una politica seria nei confronti dei rifugiati politici, si dà il riconoscimento di rifugiato e poi lo si lascia solo a se stesso”.

Nel 2013 l’Italia è risultata seconda, solo alla Russia, per il numero di cause pendenti, ben 14.400, davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. “E’ un dato allarmante. Il totale delle denunce presentate alla Corte europea dei Diritti Umani è un dato unicamente quantitativo. La Convenzione europea sui diritti e le libertà fondamentali ha tanti articoli, molte delle denunce riguardano questioni rilevanti ma che non hanno a che fare con il divieto di tortura, il divieto di trattamenti inumani crudeli e degradanti. Questi ultimi ci preoccupano perché ci sono state tate denunce e tante sentenze della Corte Europea proprio sull’Art. 3 della Convenzione, cioè il divieto di tortura, riguardanti in particolare le condizioni delle carceri. Su cui Amnesty International non ha una ricetta in particolare, le opzioni sono tante, dalle amnistie all’uso maggiore di alternative al carcere, la riabilitazione. Il fatto è che la Corte Europea ci ha fatto più volte osservare che le condizioni detentive e alcuni elementi di esse, come il sovraffollamento, come la superficie insufficiente a disposizione del detenuto (parliamo di mq), sono inadeguate. E per questo motivo la Corte ha sanzionato l’Italia”.

I diritti che vengono violati, avendo una visione ancora più ampia, riguardano anche il popolo dei Rom, “la realtà, se guardiamo la popolazione dei Rom, è ancora più drammatica, anche perché questa è una sparuta minoranza di persone la cui dimensione, la cui pericolosità, la cui minacciosità hanno fatto il gioco della politica in questi anni, a tal punto che nel 2008 si sono inventati la cosiddetta “emergenza rom”, non c’è un buono e un cattivo”

Per aggiungere alla lunga lista la “situazione di discriminazione di fatto nell’acceso a tutta una serie di diritti, internazionalmente riconosciuti, se una delle due persone in questione, interessate a chiedere il riconoscimento dei diritti non sono di due sessi diversi, di due generi diversi. Non solo, abbiamo, rispetto agli altri Paesi che hanno legiferato in tema di parità di diritti nelle unioni matrimoniali, l’idea proprio di famiglia con tutto quello che ne deriva: l’eredità, successione… Ma qui siamo ancora un po’ più indietro, perché questo è un Paese nel quale si fa fatica ad introdurre l’omofobia e la trans fobia tra i reati particolarmente gravi e dunque introdurre il concetto di odio omofobo e trans”.

Il problema delle violazioni dei diritti umani ha origini, sicuramente, più profonde rispetto alla semplice legiferazione, è un problema culturale, “come se i diritti umani fossero il prodotto di un forno, finché c’è il pane lo distribuiamo e quando non c’è più il pane pazienza. Questa è un’idea profondamente sbagliata, perché parte dal concetto che, se si chiede il rispetto dei diritti, per esempio o dei rifugiati politici o dei rom, si tolgono diritti agli italiani. Togliere i diritti a qualcuno li toglie anche a noi stessi. Questa teoria della coperta corta credo che produrrà molti danni soprattutto sul piano della convivenza civile nel nostro Paese. Un ottimo punto di osservazione sono le opinioni sui blog, il mondo della rete è un serbatoio di rancore”. 

 

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