mercoledì, Maggio 12

Direzione Pd: verso la resa dei conti

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Scontro Bindi-De Luca e flop alle Regionali: nel Pd si prepara il redde rationem. La testa del vice segretario Lorenzo Guerini rischia di rotolare per volontà di Matteo Renzi e mano di Luca Lotti. Attesa per la riunione della Direzione Pd fissata lunedì prossimo alle 21. Dopo i deludenti risultati elettorali, Andrea Orlando commenta: «Partito della Nazione superato». Renato Brunetta attacca: «Guerra civile nel Pd». Mario Mauro annuncia l’uscita dalla maggioranza dei Popolari per l’Italia (2 deputati e 3 senatori). Nonostante una maggioranza risicata a Palazzo Madama (8 voti), il premier continua a mostrarsi ottimista e usa i dati Istat (occupazione in crescita ad aprile) come arma di distrazione di massa su twitter per coprire i problemi del governo. Raffaele Cantone si schiera col neo governatore campano Vincenzo De Luca che ha denunciato la presidente dell’Antimafia per diffamazione e abuso d’ufficio. Il M5S controdenuncia De Luca per ‘Minaccia a corpo politico’. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano promette di applicare la legge Severino e chiede (ricatta?) a Renzi di cambiare l’Italicum. Il Pd apre una sede a Platì, comune di ‘ndrangheta dove non si celebrano elezioni. Sarà #lavoltabuona per vincere nettamente? Pronto all’esordio in Senato il gruppo autonomo dei Conservatori e Riformisti di Raffaele Fitto. Intanto, ieri, a Milano, è stata battezzata da Nunzia De Girolamo e Marco Reguzzoni l’associazione ‘Repubblicani’ il cui modesto obiettivo è riunire tutto il centrodestra ispirandosi a Ronald Reagan. Il M5S guarda al futuro: il sindaco di Parma Federico Pizzarotti candida Luigi Di Maio alla presidenza del Consiglio. La riforma della Scuola pronta a passare dalle Forche Caudine del Senato. Un giallo-rosa coinvolge Roberto Maroni indagato a Milano per induzione indebita. Tutta colpa di un sms, dice la procura, che svelerebbe la ‘relazione affettiva’ del governatore leghista della Lombardia con la collaboratrice Maria Grazia Capurzo. Legge Fornero: Carmelo Barbagallo, segretario Uil, minaccia il ricorso ad una class action se il governo non rimborserà tutti i pensionati come stabilito dalla Consulta.

Dopo la pubblicazione della lista degli impresentabili da parte della commissione Antimafia, Vincenzo De Luca lo aveva promesso: «Denuncerò Rosy Bindi». E così ha fatto ieri, come primo atto da governatore della Campania, in attesa che arrivi la sospensione imposta dalla legge Severino. Ma la guerra per bande scoppiata tra deluchiani e bindiani rischia di far saltare in aria il banco del Pd, già azzoppato dalla consistente emorragia di voti rispetto al glorioso 40,8% delle Europee 2014. Stamattina la spinta in favore delle ragioni di De Luca arriva da dove meno te lo aspetti. «Non do per scontata l’interpretazione secondo cui De Luca debba essere sospeso subito dopo la proclamazione», confida a ‘Repubblica’ il presidente dell’Anac Raffaele Cantone che si lancia in una analisi da azzeccagarbugli per trovare il pelo nell’uovo nella differenza tra ‘decadenza’ e ‘sospensione’ e considera «questa vicenda degli impresentabili un grave passo falso, un errore istituzionale» commesso dalla Bindi. Proprio lui, ex magistrato in terra di camorra, che l’odore della corruzione dovrebbe sentirlo a naso e, invece, si erge inspiegabilmente a baluardo dell’impresentabile sceriffo salernitano. Nel rovesciamento del gioco delle parti, tocca a Renato Brunetta difendere la Bindi e al senatore dei Popolari per l’Italia Tito Di Maggio, membro della commissione, lanciare lo slogan «Siamo tutti Rosy Bindi».

Naturalmente agli antipodi rispetto al Cantone-pensiero la versione proposta a Sinistra di Renzi. «La Bindi merita le scuse per come è stata trattata», denuncia il ‘Cinese’ ex Dem Sergio Cofferati che non si pente di «aver lasciato il Pd». Si inserisce nel dibattito uno che sembra avere le idee chiare, quando invece non le ha: Angelino Alfano. «La Severino sarà applicata dal primo all’ultimo rigo e non sarà cambiata né la legge, né la prassi», promette il ministro dell’Interno, «faremo quel che la legge prevede». Con il piccolo problema che ‘quel che la legge prevede’ al momento non riescono a capirlo nemmeno schiere di strapagati giuristi. Figuriamoci quel genio di Angelino che ha pure l’ardire attaccare l’Italicum (la legge elettorale votata dal suo partito solo pochi giorni or sono) perché «al ballottaggio con questa legge vanno Renzi e Grillo e conviene un sistema di coalizionale». Traduzione dal politichese alfaniano: «Il mio partito Ncd è già ridotto a percentuali da prefisso telefonico, e il premio alla lista e non alla coalizione previsto dall’Italicum ci seppellirebbe definitivamente. Matteo cambia la legge elettorale!». L’idea delle «larghe intese a termine» piace anche a Carlo Giovanardi.

Intanto, continua ad andare a gonfie vele il dibattito autocritico ‘alla cinese’ interno al Pd dopo la non-vittoria alle Regionali. «Per prima cosa dobbiamo ricostruire il Pd. La suggestione del partito della nazione mi pare superata da queste elezioni», commenta facendo un bel bagno nella realtà il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Il bersaniano Miguel Gotor rassicura tutti confermando che non ha nessuna intenzione di mollare la sua cadrega nel Pd perché scorge una «utilità a rimanervi». Ma di questo nessuno dubitava. Luigi Zanda, invece, no ce la fa a non lasciar trasparire la paura che la legislatura sia a rischio e che sia «in mano ai senatori Pd». Secondo Zanda, Palazzo Madama, dove i renziani hanno una maggioranza risicata, dovrà giocoforza approvare le riforme in cantiere (Scuola, abolizione Senato, unioni civili etc.). Più facile a dirsi che a farsi. Più netto il serafico Roberto Speranza, sfidante in pectore di Matteo alla segreteria Dem. «Il Pd ha i numeri per andare avanti fino al 2018», mostra prima la carota il giovane dissidente lucano, ma, ecco il bastone, «serve un patto su Scuola, Senato e reddito minimo». Vogliamo chiamarlo ricatto politico? Proposte che, comunque, vanno a sbattere contro il vendicativo muro di gomma del Giglio Magico. «Necessario un chiarimento con la minoranza interna», minaccia sottilmente le new entry renziana Matteo Orfini. Avvertimento che riecheggia il perentorio «avanti tutta con le riforme» pronunciato poco prima da Capitan Renzi.

Ma i conti si stanno regolando anche nel centrodestra. Il forzista Paolo Romani fa i complimenti di rito ai tanti voti ottenuti da Matteo Salvini che, però, rischiano di rivelarsi «una buona rappresentanza destinata a restare ben lontana dal governo» se la Lega non si deciderà ad «aprire e definire un cantiere, un percorso con Forza Italia destinato a coinvolgere la stragrande maggioranza degli elettori moderati che è rimasta a casa». La notizia del giorno a destra, però, è la formazione di un nuovo gruppo al Senato, nato da una costola di FI. Sono i Conservatori e Riformisti di Raffaele Fitto, una pattuglia di 12 senatori a cui il ‘ras del Tavoliere’ affida la sua sorte politica dopo lo strappo avvenuto proprio in Puglia con l’appoggio a Francesco Schittulli sotto le insegne di ‘Oltre con Fitto’. Per il momento niente gruppo alla Camera. Lì servono 20 deputati e i numeri pro Fitto sono ancora ballerini.

Del tutto diversa l’aria che tira dalle parti del M5S il cui boom nelle urne elettorali è riuscito persino nel miracolo di far riavvicinare alle posizioni ufficiali il riottoso sindaco di Parma Federico Pizzarotti. «Di Maio è molto capace», dice ‘il Pizza’ facendo riferimento a Luigi, la stellina grillina vice presidente del Senato, «non vedo alternative alla sua candidatura come presidente del consiglio per il M5S». Pace fatta, dunque, anche con il duo Grillo-Casaleggio perché, assicura Pizzarotti, «il mio punto è sempre stato quello di cercare di migliorare il Movimento. In tanti hanno letto le mie critiche come una voglia di farmi pubblicità. Basterebbe conoscermi un po’ meglio per capire che non è così. E che non è mai stato così». Chiudiamo con Vito Crimi diventa un attivista No Tav per bloccare la nuova linea Milano-Venezia.

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