mercoledì, Agosto 4

Direttiva sulle Acque: dov'è la falla italiana?

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In materia di politica ambientale e gestione del territorio bisogna essere onesti ed ammettere che l’Italia non ha portato avanti, sempre, una politica lungimirante, anche se è difficile fare previsioni di lungo periodo. Esiste la necessità, e l’urgenza, di attuare determinate politiche, oltretutto siamo sollecitati in questo senso anche dalla Commissione. Per non parlare delle situazioni di criticità vissute in determinate zone del nostro Paese (e se parliamo di cronaca attuale, Genova e Massa sono le ultime di una triste e lunga lista).

Le indicazioni a livello europeo partono dal 2000, con la Direttiva Quadro 2000/60/CE, per poi non dimenticare la 2007/60/CE, relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni. Sono trascorsi quindici anni e purtroppo riscontriamo ancora qualche problema di attuazione, soprattutto perché le disposizioni che sono contenute nella direttiva si muovono sul concetto di distretto idrografico, mentre noi abbiamo sempre ragionato in termini di bacino, anche data la differente composizione idrica e geologica dell’Europa rispetto allo “Stivale”. Questo sicuramente non è un punto facile da sciogliere, non dimentichiamoci che la divisione regionale dell’Italia è complementare alla divisione di responsabilità e competenze, sappiamo tutti che lo scarica barile è un gioco conosciuto e molto gettonato. Esiste un “ma”. Non abbiamo sempre agito in maniera sbagliata, anzi lavorando sul concetto di bacino abbiamo portato avanti una politica che aveva una sua logica.

Partiamo dall’89 con la Legge sulla Difesa del Suolo, nella quale vengono identificate le Autorità di Bacino, che «rappresentano un vanto dell’amministrazione italiana. E’ l’ultimo organismo Stato –Regioni nell’ambito del quale si decidono i provvedimenti. L’Autorità è composta dalla presenza di quattro Ministeri, la Presidenza del Consiglio rappresentata dalla Protezione civile, e da tutte le regioni in cui ricade il bacino». Come ci spiega Giorgio Cesari, Segretario Generale dell’Autorità di Bacino del fiume Tevere. La “querelle” è nel fatto che noi dobbiamo passare da bacino a distretto e questo comporta dei cambiamenti a livello di disposizioni e un riassetto amministrativo differente.

Come al solito l’Europa ci sta pungolando in maniera sempre più insistente per accelerare la completa attuazione e recepimento della direttiva 2000 e a cascata delle altre disposizioni. Nonostante questo noi eravamo in anticipo sul concetto di Autorità. “ In qualche modo già esisteva da anni un tavolo di confronto che ha definito in passato gli interventi sul territorio per la riduzione del rischio idraulico. Già da anni, infatti, ci sono i piani di assetto idrogeologico in funzione della legge 183. Ci sono state molte altre leggi, la legge Sarno, la legge Soverato che è stata integrata da altre indicazioni dopo l’alluvione del 2000, e tutta una serie di altri provvedimenti che sono stati fatti”. Andrea Agapito, responsabile del settore Acque WWF, sottolinea il fatto che l’Italia aveva anticipato i tempi tramite la creazione di queste autorità. “Con la legge dell’89 avevamo fatto un salto culturale in avanti – continua – Avevamo individuato i bacini idrografici come unità di base dove intervenire, avevamo individuato le Autorità di bacino e l’Europa ha copiato da questo. La Direttiva quadro “Acque” del 2000 parla di bacini idrografici, e noi lo avevamo già previsto alla fine degli anni ottanta. Su questa direttiva, infatti, hanno lavorato diversi tecnici italiani che avevano lavorato, precedentemente, come supporto al Governo per la legge della Difesa del Suolo”.

Nonostante questa sia una nota di merito, abbiamo l’obbligo di adeguarci alle direttive europee, si deve passare alle “Autorità di Distretto, infatti il decreto 152 del 2006, ha dichiarato che bisogna sopprimere le Autorità di Bacino perché devono essere create le Autorità di Distretto – sottolinea Cesari – Questo è un passaggio non facile, che ha bisogno di risorse di vario tipo, non solo finanziarie, umane e strumentali, mi riferisco alle risorse da mettere come fattore comune: strumenti, operatività, persone, regolamenti, modi di operare di strutture che sono nate insieme ma che hanno operato in maniera abbastanza indipendente”. Ricordiamoci che abbiamo una scadenza, il 2015, per definire i piani di gestione del rischio alluvionale. Ma “entro l’anno scorso dovevano essere fatte le mappe di pericolosità di rischio alluvioni che erano propedeutiche per definire i piani. Non essendo state istituite le Autorità di distretto è stato attribuito alle Autorità di Bacino”. E qui, purtroppo, come ci fa notare Agapito, viene fuori il problema della velocità di recepimento e di attuazione, questo per non incorrere nell’ennesima infrazione. Ragionando in termini europei, si è andati vanti trovando dei fattori comuni “e adesso è necessario fare le Autorità di Distretto. Per altro il collegato Ambientale, all’interno della Legge di Stabilità, ne dà un’interpretazione risolutiva, soprattutto in termini di attivazione di una gestione continua, perché abbiamo come scadenza l’adozione del piano di rischio alluvioni e del piano di gestione delle risorse idriche – ci spiega Giorgio Cesari – Queste attività devono essere portate avanti e sarebbe opportuno non avere dei problemi di disturbo istituzionale o organizzativo”.

Come abbiamo visto da una parte abbiamo preceduto i tempi, dall’altra siamo in ritardo. Qui, però, non si dibatte solo su una questione amministrativa o legislativa, che ci piaccia o no dobbiamo adeguarci alle direttive, con tutte le difficoltà del caso. Quello su cui è necessario porre l’attenzione è l’utilizzo dei fondi strutturali, parliamo di circa 9 miliardi, e su come verranno utilizzati. “Si parla di 9 miliardi che dovrebbero consentire nel giro di pochi anni di mettere in cantiere un numero significativo di opere attraverso una certa semplificazione. Sono percorsi ambiziosi che vanno a mescolarsi alle corse sulla questione dell’aggiornamento del piano delle risorse idriche e nell’approntamento del piano del rischio di alluvioni che sono opere con cui l’Italia si deve misurare – dice Cesari – Non si dovrebbe parlare mai più di condono ma avere un uso morigerato delle concessioni. L’Italia deve rispettare il fatto che ha un grande patrimonio, e va recuperato. Bisognerebbe avere la forza, e il coraggio, di demolire, e non peggiorare situazioni difficili di per sé. Puntare ad un miglioramento che oggi è subordinato ad un modo di costruire un po’ troppo libero ed esagerato rispetto a quello che è lo stesso fabbisogno del Paese. Fino ad ora l’Italia ha ragionato dicendo “a me serve una cosa e quindi la faccio”. Agapito spiega le sue preoccupazioni sulle azioni future, “in molte situazioni si rischia di intervenire solo a valle (dove c’è una pericolosità palese) e non nelle zoni dove è maggiormente efficace intervenire. C’è bisogno di fare azioni pianificate, invece s’interviene d’urgenza con meccanismi emergenziali. Esiste una grossissima deregulation sul territorio”.

In questo preciso momento storico il governo Renzi ha istituito l’Unità di Missione, sarebbe «la struttura di di Palazzo Chigi “contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche”, coordinata da Erasmo D’Angelis e con direttore Mauro Grassi» presentata con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio a luglio 2014 (anche qui non dimentichiamoci l’hashtag #italiasicura). Qui c’è una visione un po’ contrastante, tra chi come Agapito che ci dice che si poteva dare “l’incarico ad un Ministero che già si occupa di questo, come quello dell’Ambiente. Hanno fatto una grande pubblicità. Sono stati fatti gli Stati generali del dissesto idrogeologico, né Galletti, né Delrio, né D’Angelis, nessun’altro ha mai citato le Direttive Europee sull’Acqua e la direttiva sulle Alluvioni”. E chi come Cesari, invece, dice che “le premesse ci sono e anche delle buone intenzioni, non solo con lo sblocca Italia e il Collegato ambientale. La questione sarà quella di cercare di poter ridestinare una conoscenza del territorio sempre adeguata, con uno studio dietro. L’Europa ci chiede la programmazione ogni sei anni e noi su questo dobbiamo andare avanti”.

Visioni antitetiche a parte, ci sono delle questioni prioritarie: recepire le direttive, sveltire i tempi di attuazione, un utilizzo del territorio responsabile e una politica di manutenzione. Le altre parole sono solo di contorno.

 

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