martedì, Settembre 28

Diplomazia indiana, pensare oltre il Pakistan field_506ffb1d3dbe2

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Molti dei miei amici e colleghi si sono chiesti perchè io non abbia commentato gli ultimi dibattiti tra il Primo Ministro Narendra Modi e la sua controparte pakistana, Nawaz Sharif, a Ufa, in Russia, la settimana scorsa e, in particolare, il momento in cui la dichiarazione post-negoziati è stata disconosicuta dagli ufficiali pakistani nel corso delle 24 ore.

Apparentemente nella dichiarazione congiunta i due Paesi hanno affermato di voler riprendere discussioni bilaterali sulle problematiche che attanagliano le relazioni tra i due Stati in generale, e il terrorismo in particolare. Per la prima volta non è stata fatta menzione alcuna della cosiddetta parola con la “K” (Kashmir) nell’affermazioni Indo-pakistana. E per la prima volta è stato deciso di alzare il livello dei funzionari coinvolti nei dibattiti tra i due Paesi da Segretari agli Esteri, a Consiglieri della Sicurezza Nazionale (parte dei ranghi ministeriali e al lavoro direttamente per i Capi del Governo). Ma tutto questo sembra essere sfociato in nulla, nel momento in cui gli ufficiali pakistani hanno dato interpretazioni diverse dell’affermazione, rendendo noto che non ci sarà negoziazione alcuna a meno che non entreranno in gioco trattative per il Kashmir, che rappresenta il fulcro di tutto.

La mia scelta di riaprire l’argomento questa settimana non significa che il mio silenzio a riguardo non abbia avuto una buona ragione in precedenza. Se guardiamo allo scorso meeting Modi-Sharif e alla sua eco immediata sui media e sulle pagine editoriali, ci si rende conto che non esiste nulla di sostanziale su cui avanzare commenti, o almeno questo è quello che io, personalmente, credo.  Non c’è nulla di sorprendente riguardo al voltafaccia del Pakistan. Ho scritto abbastanza sull’argomento e, semplicemente, ho esaurito le idee. Quindi, come ho già fatto in precedenza, riprenderò alcuni aspetti vitali delle relazioni Indo-Pakistane, demistificandone il senso.

Primo: è completamente fuori luogo per l’India, parlare ai leader civili del Pakistan, siano essi il Presidente o il Primo Ministro (fatta eccezione per il Ministro degli Esteri o burocrati alla stregua dei Segretari Generali).  Questo perché essi non hanno alcuna voce in capitolo sulla linea politica. Infatti, l’ultima parola sulle questioni indiane spetta al Capo dell’Esercito consigliato dal famigerato ISI, componente importante dell’esercito pakistano. Per cui, se si vuole dare una svolta all’impasse tra India e Pakistan, New Delhi dovrebbe insistere affinché il capo dell’esercito pakistano Raheel Sharif o un suo delegato facesse parte della delegazione per le trattative. Accade che l’esercito, che detiene grande potere in Pakistan, abbia bisogno di un ‘eterno nemico’ in India per giustificare le azioni intraprese. Quindi se si fanno passi in avanti nei rapporti indo-pakistani, questo sarà possibile solo se l’esercito pakistano resterà il negoziatore principale. Sarà politicamente scorretto dirlo, ma resta il fatto che l’India ha perso una grande opportunità con la questione del Kashmir quando il Pakistan era sotto il generale Pervez Musharraf, che all’epoca aveva il potere per decidere.

La dura realtà è che Nawaz Sharif e i suoi ministri e consiglieri sono impotenti nel portare avanti trattative significative con l’India. Non dimentichiamo il caso del Pakistan che fondamentalmente è un ‘Esercito con un Paese’, perché è l’esercito che decide delle linee politiche nei confronti dell’India. Esistono tre Lakshman Rekhas (linee di confine) che l’esercito ha tracciato per i Capi di Stato e i Presidenti. Intanto, non possono interferire in modo alcuno nelle questioni organizzative o amministrative delle forze armate. Poi, devono attenersi alle decisioni dell’esercito in materia di politica estera  e difesa. Infine, non devono immischiarsi in affari riguardanti i piani balistici e  nucleari.

Secondo: diversamente dalla Cina, che resta allo stesso tempo rivale e partner dell’India, il Pakistan si comporterà sempre da nemico per l’India. Continuerà a promuovere la jihad nel Kashmir e nelle altre parti dell’India, ciò che ha fatto dagli anni ‘80. Non fornirà mai prove che colleghino i suoi cittadini agli orribili attacchi terroristici di Bombay nel 2008. Qualsiasi prova, per quanto forte, l’India fornisca a Islamabad sul coinvolgimento del LeT/ISI non sarà sufficiente a impressionare l’establishment pakistano. La risposta sarà sempre che queste prove non sono sufficienti per meritarsi l’attenzione del tribunali pakistani che sono i soli competenti a giudicare i pakistani accusati degli attacchi di Bombay. Un’altra questione è, invece, il fatto che lo stesso Pakistan abbia ceduto molti dei suoi terroristi agli Stati Uniti senza aspettare le autorizzazioni giuridiche. Allo stesso modo, il Pakistan continuerà a espandere i suoi punti di pressione e i suoi interventi militari in India rafforzando le reti terroristiche nel territorio Sud Asiatico. Il terrorismo resterà, quindi, lo strumento principe della politica estera del Pakistan contro l’India.

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