mercoledì, Settembre 29

Diplomazia come arma di sopravvivenza e sviluppo image

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Amman – Uscita miracolosamente indenne dalle ‘primavere’ scatenatesi in tutta la regione, la situazione della Giordania, per quanto difficile dal punto di vista economico, resta ragionevolmente stabile all’interno e punto di riferimento nella regione.  Posizionata nel bel mezzo della zona più calda del mondo, tra Israele, West Bank, Egitto, Arabia Saudita, Iraq e Siria, la Giordania in Medio Oriente rappresenta un caso a se e per tutti interlocutore di riferimento.
La monarchia hashemita tenta di traghettare il Paese più moderato del Mashriq verso una fase di riforme socio-economiche e risanamento   -è di queste ore l’approvazione del bilancio statale 2014,  dopo tre giorni di dibattito parlamentare durante i quali alcune forze erano arrivate a chiedere le dimissioni del Governo, causa i tagli ai sussidi statali su generi di prima necessità, indispensabili, secondo l’Esecutivo, per evitare il rischio di collasso economico derivante dagli aumenti dei costi dei combustibili e dalla riduzione delle entrate- e dall’altra di mantenere ben saldo il suo ruolo di riferimento per la stabilità dell’area.  

 

Con Muaz Abudalo, osservatore politico ed analista economico giordano presso l’Ambasciata del Canada ad Amman, abbiamo parlato del momento che il Paese sta attraversando.

La Giordania in Medio Oriente rappresenta un caso a se, quasi una Svizzera della regione per via della sua stabilità, e della moderazione, la sua ‘cifra’ identificativa.
E’ vero, la nostra posizione è particolare e siamo nel bel mezzo dell’area più pericolosa al mondo in questo momento, ma la Giordania ha dimostrato di avere un apparato si sicurezza all’altezza e soprattutto una politica estera degna di questo nome. Nonostante i plurimi e lunghi conflitti con Israele, ad esempio, è stata il secondo Stato al mondo a riconoscerne l’esistenza, una scelta molto difficile ed impopolare per un Paese formato in gran parte da palestinesi esuli dei conflitti israeliani. Questo, diplomaticamente parlando, rappresenta una scelta estremamente pragmatica e realistica riguardo il proprio potenziale, che ha conferito alla Giordania un’immagine lungimirante agli occhi del resto del mondo e, soprattutto, sicura. Ad Amman è presente il maggior numero di Ambasciate, comitati ed organizzazioni internazionali di tutto il Medio Oriente, è qui che avvengono i summit ed è qui che convergono i flussi di profughi in cerca di sicurezza dalle crisi circostanti, e tutto questo è impegnativo.

Sarebbe stato possibile fare scelte così forti se invece di una Monarchia fosse stata una Repubblica?
Il sistema monarchico o presidenziale è probabilmente l’unico che dà la possibilità di fare scelte forti abbastanza in tempi rapidi senza l’obbligo di confrontarsi o attendere il parere il organi terzi. Per esercitare questo potere, però, si necessita di forze dell’ordine adeguate, questo chiaramente si ripercuote sulla cittadinanza sotto forma di rinuncia o diminuzione di alcune libertà o diritti che una democrazia garantisce. La monarchia hashemita rispetto alle altre monarchie dell’area Mena è classificabile come moderata: mi spiego meglio, non si registrano casi di scomparsa, come in Siria, o pena di morte, come facilmente applicata in Arabia Saudita, per esempio, vi è la tendenza ad assecondare le dissidenze, e per questa ragione l’opinione pubblica, nella maggior parte dei casi, condivide le scelte fatte.

Questo motivo e la presenza di una classe media forte, sono, secondo le ultime analisi politiche, le ragioni di una mancata Primavera araba in terra giordana. E così?
Sull’onda tunisina e siriana le proteste ci son state anche qui. Certamente sono state piuttosto contenute, e credo di poter dire che sono andate scemando quando le ragioni dei manifestanti hanno trovato una via politica di risoluzione, o per lo meno così si credeva. Parlamento e Governo sono stati sciolti (fungendo da capro espiatorio) per far spazio ad una nuova Amministrazione, dopo le elezioni del gennaio 2013, che ha promesso di effettuare le riforme economiche richieste. Riforme che non sono, però, ancora arrivate nella misura promessa. Questa mossa è comunque bastata per mantenere intatta la fiducia nella monarchia e aumentare, anche se in maniera minima, il benessere della popolazione. La classe media in Giordania è presente, e come in Europa dagli anni novanta in poi è diminuita andando ad alimentare il dislivello fra ricchi e poveri. L’ascensore sociale funziona in maniera minima e fuori dai grandi centri urbani i redditi sono spesso molto bassi, anche se il tasso di laureati è decisamente alto per l’area e i vari parametri occidentali per la classificazione di una ‘classe media’ sono rispettati.

Dal rapporto della World Bank risulta che la crescita del Pil giordano ha subito una forte frenata nel 2011. Le cause sono state identificate con certezza e sono due : la prima è l’onda d’urto della crisi globale del 2008, che ha interessato il settore finanziario e la seconda è la crisi siriana.
La Giordania non è un Paese ricco di risorse, non vi è petrolio o gas, in generale non ci sono grandi giacimenti dei classici prodotti dell’export mediorientale. Ci sono dei fosfati (3%riserve mondiali) e cave d’argilla per la produzione di laterizi. La nostra economia ruota intorno ad alcuni settori principali: il primario è relativamente forte ma non sufficiente -il territorio è in gran parte desertico e gli approvvigionamenti idrici bassi per uno sviluppo di agricoltura o allevamento-, i giordani all’estero garantiscono un afflusso di denaro costante, i servizi sono una voce preponderante nelle statistiche annuali e poi c’è il turismo, che qui ha una duplice anima. I turisti che trascorrono qui le vacanze, in un primo momento del conflitto siriano erano aumentati poiché la Giordania assorbiva chi non poteva più recarsi in visita delle meraviglie siriane, ma è stato temporaneo, poiché la mancata risoluzione del conflitto ha reso insicura agli occhi del turista tutta la regione. La seconda anima del nostro turismo è quella dei trasfertisti, obbligati a recarsi ad Amman per i numerosissimi appuntamenti amministrativi ed eventi diplomatici, e, naturalmente, quella parte di economia non è calata, anzi. Certo la crisi siriana ha determinato una serie di effetti collaterali, le esportazioni son calate drasticamente verso Damasco e Beirut, e il comodo accesso verso la frontiera turca, porta dell’Europa, si è chiuso.

Poi ci sono gli esuli….
Quasi mezzo milione di persone hanno varcato dal 2011 la frontiera a Nord. Si andavano ad aggiungere a quelli precedentemente arrivati dal conflitto iracheno, che nonostante sia terminato non hanno fatto ritorno a casa, e, prima di loro, i libanesi in fuga dai loro conflitti avevano fatto lo stesso, e prima ancora i palestinesi, obbligati a lasciare le loro case erano stati accolti in Giordania. All’interno dei nostri confini la diversità e l’accoglienza sono la base della società, che non si è mai potuta tirare indietro dall’ospitare gli sfollati di tutta la regione. Zaatari, per esempio, dove recentemente è sorto il campo dell’ UNHCR, è diventato il quarto centro abitativo nel Paese con oltre duecentomila abitanti. Non è semplice gestire una mole di persone così ampia che ha necessità di ogni genere di aiuto, in particolare per uno Stato di sette milioni di abitanti.

Privatizzazioni: sono stata la risposta?
Le privatizzazioni non sono state la risposta alle riforme, o lo sono state in maniera estremamente inferiore a quanto sperato. Hanno però messo in luce il livello di corruzione nel Paese, purtroppo molto alto. Mi spiego meglio con due esempi: la privatizzazione della compagnia energetica per la distribuzione dell’energia elettrica è avvenuta in maniera discutibile in quanto un piccolo gruppo di investitori si è aggiudicato il controllo per una cifra infinitamente inferiore al valore di mercato dell’azienda. In seguito, la  privatizzazione dell’ex società statale di produzione e raffinazione del potassio è stata seguita con più attenzione dall’opinione pubblica ed è stata acquistata in maniera trasparente da una cordata di piccoli imprenditori locali, e dopo anni in deficit per la scadente gestione statale, ha iniziato a macinare profitti in maniera sana. Le privatizzazioni sono state, quindi, un termometro del livello di corruzione e competenza all’interno delle istituzioni. E il basso livello di competenza si è riscontrato nuovamente due anni fa, quando, dopo il calo delle esportazioni dovuto ai conflitti nella regione il Golf Cooperation Council ha destinato in cinque anni cinque miliardi di dollari alla Giordania per lo sviluppo delle grandi infrastrutture, e la gestione di questi fondi da parte dell’amministrazione governativa giordana si è dimostrato non all’altezza, muovendosi tardivamente e rischiando il congelamento dei fondi per il mancato rispetto dei parametri di utilizzo.

Un’altra soluzione studiata per far fronte al calo di sviluppo son state le Free Industrial Areas, cioè delle aree industriali soggette a tassazione agevolata e circuiti di scambio delle merci facilitati. Come procede questo nuovo settore?
Queste aziende fanno parte di accordi recenti con partner regionali ed intercontinentali chiamati Free Trade Agreement. Dal 2009 hanno avuto uno sviluppo deciso, per completezza devo però dire che alcune indagini hanno evidenziato talvolta la protesta dei lavoratori (per maggior parte immigrati e privi di un sindacato di rappresentanza) che lamentavano trattamenti dispari rispetto al contratto di categoria e richiedevano aumenti salariali. Il loro stipendio medio si aggirava intorno ai 250 dollari, chiaramente inadeguato anche rispetto ai bassi stipendi del resto del Paese: un impiegato statale in Giordania guadagna in media 500 dollari. Come riferimento posso dire che il costo della vita ad Amman non è diverso da quello in Italia al di fuori dei maggiori centri.

Un’ultima domanda : quanto è influente, nella società giordana, la religione?
Possiamo dire generalizzando che la Giordania è un Paese fortemente credente, il Paese esprime in maniera chiara questa fede nella Costituzione, dove si specifica che la religione giordana è l’Islam. Non vi è un codice penale che si rifà al sistema della Sharia, presente in altre zone come ad esempio in Arabia Saudita, ma vi è una corte civile che ne tiene, in qualche maniera, conto: ad esempio riconoscendo come valido solo il matrimonio religioso, di qualunque fede, non quello civile. Comunque nel territorio sono presenti numerose comunità di fede e culture estremamente distanti che però hanno sempre trovato la formula per convivere in maniera abbastanza armoniosa, non è infatti mai esistita una popolazione prettamente giordana e forse è proprio questo confronto costante ad aver dato al Paese un’apertura mentale sufficiente per mantenersi più stabile rispetto al resto della regione.

 

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