sabato, Settembre 25

Diplomazia americana a rischio sicurezza? Deficienze strutturali nell’organizzazione del Dipartimento di Stato mettono a rischio i diplomatici

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Si è tenuta ieri, a Capitol Hill, l’audizione -durata 3 ore- di Hillary Clinton, davanti alla Commissione parlamentare appositamente istituita per fare chiarezza su quanto accaduto nell’attacco del 2012 al Consolato Usa di Bengasi, dove rimase ucciso l’Ambasciatore John Christopher Stevens, insieme a due marines e un funzionario.
L’allora Segretario di Stato, e oggi candidata democratica alla Casa Bianca nelle presidenziali 2016, Clinton, più che difendersi ha attacco, consapevole che l’esito di questo appuntamento potrebbe decidere il suo futuro alla presidenza, futuro potenzialmente roseo dopo la rinuncia di Joe Biden a candidarsi.

«Ho perso più sonno io di tutti voi. Ci ho pensato più di tutti voi. Più di tutti voi mi sono arrovellata su quanto accaduto e su cosa si sarebbe potuto fare. Adesso pensiamo a cosa si possa fare meglio e adiamo avanti». «L’America è guida in un mondo pericoloso», e «i nostri diplomatici devono continuare a rappresentarci in luoghi pericolosi», «non possiamo impedire tutti gli attacchi terroristici o ottenere la sicurezza perfetta e dobbiamo inevitabilmente accettare un livello di rischio», «impariamo dagli errori e andiamo avanti».

Gli ‘errorisembrano essere il punto focale della vicenda, non tanto gli ‘errori’ politici in Libia o gli ‘errori’ di sottovalutazione -paventati anche nel corso dell’audizione da alcuni congressisti- di Hillary Clinton, quanto gli ‘erroristrutturali insiti nell’organizzazione del Dipartimento di Stato. Questo è quanto sostengono, fin dal 2012, alcuni analisti, tra i quali Fred Burton del prestigioso Stratfor global intelligence, vice-Presidente del centro e con alle spalle una lunga carriera di agente antiterrorismo del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.
Secondo Burton, non si tratto di negligenza o incompetenza da parte del Governo USA, né, ora, si tratta di andare a caccia di responsabilità contingenti da addossare a qualcuno, ciò che conta dopo una tragedia come questa è identificare e affrontare il problema strutturale o procedurale che ci sta dietro.
Quello che l’analista definisce il vero fallimento di Bengasiè la strutturazione del Dipartimento di Stato.

Burton racconta di essere entrato nel Diplomatic Security Service (DSS), come agente speciale, nel 1980, un paio di anni dopo gli attacchi terroristici contro le ambasciate americane a Beirut e in Kuwait nel 1983 e nel 1984, seguiti a e da decenni segnati da autobombe, dirottamenti e rapimenti di diplomatici americani, inglesi e russi in Libano. Prima ancora di Beirut, vi era stata la vicenda dell’Ambasciata americana a Saigon nel 1968, il rapimento e l’omicidio di ambasciatore americano Cleo Noel a Khartoum nel 1973, la presa dell’ambasciata americana a Teheran nel 1979.
Dopo la morte di Stevens, sono stati fatti interventi per rafforzare la sicurezza nelle ambasciate degli Stati Uniti. Nel 2013 il Dipartimento di Stato ha assunto 151 nuovi addetti alla sicurezza, ha aggiunto 20 distaccamenti di marines e implementato i requisiti di reazione alle minacce contro ambasciate e consolati, oltre aver accresciuto la formazione dei funzionari in situazione di emergenza.
Cambiamenti importanti ma non bastanti, secondo l’analista. Ciò su cui non si è intervenuto, e che sarebbe uno dei problemi principali per la sicurezza di quei diplomatici che devono rappresentare gli USA in aree pericolose ai quali ha fatto riferimento Clinton, secondo Burton, è l’organizzazione interna del Dipartimento di Stato.
Nell’organigramma, sotto il Segretario di Stato ci sono Sottosegretari, i quali dirigono grandi dipartimenti tematici -quali, ad esempio, gli affari politici o la crescita economica- tra questi c’è un ufficio calledchiamatoManagement’ -noto come l’ufficio ‘M’. Sotto il Sottosegretario Management’ -ovvero di gestione-, proprio in fondo alla diagramma di flusso, insieme una serie di altri uffici, c’è il Diplomatic Security Service (il DSS).
Dopo la morte di Stevens è stata istituita una Commissione per indagare le cause che sono state alla radice del fallimento della sicurezza a Bengasi. Una delle scoperte della Commissione è stata la lentezza nel passaggio delle informazioni tra i vari punti della catena gerarchica. La Commissione ha raccomandato che l’assistente Segretario che guida il DSS venga portato al livello di Sottosegretario, alle dirette dipendenze del Segretario di Stato.
Il Dipartimento di Stato ha deciso di non modificare il proprio organigramma per dare al DSS l’accesso diretto ai decisori superiori; ha, invece, deciso la creazione di un nuovo ruolo, quello del vice Segretario responsabile della minaccia elevata, responsabile della sicurezza delle sedi diplomatiche collocate in aree ad alto rischio. E’ stato anche riorganizzato il servizio di sicurezza in modo che l’Ufficio DSS di intelligence e analisi delle minacce ora risponde direttamente al vice Segretario della sicurezza diplomatica.
Questi cambiamenti, secondo Burton, avvengono tutti in basso nella gerarchia, bloccando il DSS – l’ufficio che è il solo responsabile per la sicurezza di tutti i dipendenti del Dipartimento di Stato- in profondità all’interno del bureau gestione. L’incapacità del servizio di sicurezza di riferire direttamente al Segretario di Stato continuerà inibire sia la rapida circolazione delle informazioni, sia il rapido ed efficace processo decisionale in situazioni di emergenza.
La soluzione per innalzare il livello di sicurezza della diplomazia americana nel mondo, secondo l’analista di Stratfor, passa dall’innalzare il DSS al livello di Sottosegretariato o rendere il DSS simile all’FBI, con un unico regista che riferisce al Segretario di Stato.

 

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