lunedì, Ottobre 18

Dipartimentali: virata a destra, ma non troppo

0

Virata a destra, ma non troppo. Conclusosi domenica scorsa, il secondo turno delle elezioni dipartimentali francesi riserva poche sorprese rispetto al primo. Con 67 dipartimenti conquistati su 110 dall’alleanza UMP-UDI, la disfatta socialista (34) e la spinta di FN che tuttavia non riesce a mettere mano neppure su un dipartimento, i voti di domenica amplificano i risultati del 22 marzo. Prima fotografia delle preferenze politiche locali in vista delle prossime regionali (in programma a fine anno e ultimo esame prima delle legislative 2017), il voto sui dipartimenti inaugurava quest’anno una nuova modalità di scrutinio: non più voto uninominale ma congiunto per un binomio uomo-donna. Un modello che, nonostante la conclamata parità, in chiusura del cosiddetto ‘terzo turno’ che ha nominato i presidenti dei consigli dipartimentali formati, ha visto ieri elette solo 9 donne al titolo sui 98 posti rinnovati.

Con una percentuale di voti pari al 45,03% – contro il 32,12% socialista e il 22,23% FN – la grande vincitrice di queste elezioni minori si conferma in ogni caso l’alleanza di centro-destra. Ne parliamo con Magali Balent, ricercatrice associata all’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche (IRIS) e specialista degli estremismi e nazionalismi in Europa.

 

Madame Balent, si è parlato di una «larga vittoria della destra». Come si presenta oggi questo fronte?

Bisogna fare attenzione ai termini. La ‘destra’ come viene chiamata non esiste: Sarkozy ha più volte affermato di avere due nemici, il PS e il Front National, e questo per insistere da un punto di vista politico sull’incompatibilità dei due indirizzi. Poi certo, se la consideriamo nella sua parte parlamentare da un lato, e dall’altro di estremismo, queste elezioni testimoniano di un rafforzamento delle destre.

Il Front National impaurisce ma non convince. Cos’è successo?

FN in qualche modo paga probabilmente le spese di non essere ancora completamente credibile agli occhi degli elettori. La parabola di queste elezioni ha visto accordare agli estremisti la fiducia al primo turno  – per protesta o convinzione – con una frequenza significativa (il 25% ndr.), mentre al secondo appuntamento gli elettori rimangono esitanti: il partito non riesce ad imporsi, al punto da non riportare neppure un dipartimento. Se è chiaro che queste dipartimentali consacrano la vittoria delle destre, è altrettanto evidente che UMP e FN rimangono in stretta concorrenza.

Come spiegare questa mancanza di credibilità del FN agli occhi degli elettori?

Con vari elementi. C’è innanzitutto la paura legata alla figura del padre, Jean-Marie Le Pen, e ai suoi propositi. Ancora ieri ha riaffermato che le camere a gas durante la Guerra sono «un dettaglio della storia»: per i Francesi c’è una gamma di pensieri di impronta anni Trenta che rimangono irrecepibili.

Poi c’è il fatto che se la vetrina classica di temi legati all’immigrazione, all’insicurezza e all’integrazione dell’Islam si fa strada nell’opinione pubblica – come mostrano bene i sondaggi -, la posizione economica anti europea non trova ancora un seguito confermato.

In qualche modo il sentimento è che il partito non sia ancora giunto a maturità, un’impressione probabilmente confermata anche dalle giovani leve presentate in alcuni dipartimenti. Anche se questo profilo giovane potrebbe per altri versi giocare a suo favore, in particolare con i delusi della politica: lo prova ad esempio il successo di David Rachline, giovane quadro eletto sindaco del Frejus, poi senatore. L’inesperienza politica ha come controparte agli occhi degli elettori una certa estraneità ai meccanismi di quel mondo.

Quanto alla strategia scelta dal Fronte, la volontà di andare avanti da solo, senza alleati, è un’ulteriore arma a doppio taglio: un partito senza riserve rischia di convincere fino ad un certo punto.

Che prospettive per Sarkozy? E’ verosimile considerare che sulla scelta dei nuovi elettori FN abbia pesato la legittimazione da parte sua di alcuni temi caldi (immigrazione, legalità, Islam) cari al partito di Marine Le Pen?

Questo è un altro punto su cui bisogna fare distinzione. Che i temi siano gli stessi non significa che UMP e FN dicano la stessa cosa. Si tratta di temi in pieno dibattito europeo, non di temi ‘di destra’. Basti pensare alle posizioni di David Cameron o Angela Merkel.

L’UMP si esprime costantemente su questi argomenti che preoccupano fortemente i Francesi (su questo hanno pesato anche i recenti attacchi terroristici di gennaio), con il rischio di cadere nel discorso frontista, di farsi assorbire dalle soluzioni FN. Per il momento direi che la strategia è buona – ha pagato in occasione di queste dipartimentali – ma pericolosa: bisognerà che il partito costruisca un discorso a sé, che si appropri di questi temi in modo indipendente.

Queste elezioni hanno visto un elevato tasso di astensionisti (57% nel primo turno, 49,8% nel secondo). Che considerazioni dedurre da questi dati?

Nel secondo turno la politica del ni-ni (l’appello di Nicolas Sarkozy a non votare «né per la sinistra, né per il Front National») ha sicuramente spinto una parte degli elettori dell’UMP all’astensione.

All’interno del PS – che con 28 dipartimenti persi e una sola conversione da destra a sinistra (la Lozère) registra il più basso score dal 1992 ndr. – la consegna era di votare a destra. Se poi il Front National può generalmente contare fra le sue fila su una minore percentuale di astensionisti rispetto agli altri partiti, va anche fatta una considerazione sulle fasce più giovani: da quando Marine Le Pen ha preso le redini di FN i giovani sono più sedotti dalle sue idee. E di riflesso, su questa linea nei voti al partito si nota un aumento delle preferenze date sulla base non di un voto di protesta (rispetto ad altre delusioni politiche), ma come reale adesione al programma.

Da questo punto di vista si nota un rafforzamento del desiderio di legalità, di maggiori regole nella società. Un desiderio di conservatorismo in crescita.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->