domenica, Luglio 25

Dimenticare Facebook?

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La perdita delle relazioni materiali a vantaggio dei rapporti virtuali è un tema che non mi ha mai coinvolto. Ho usato Facebook, all’inizio, come tutti, con la curiosità di trovare e di ritrovare su di un altro piano, le persone della mia vita passata, presente e futura. Su di un piano poco impegnativo. Naturalmente il fenomeno si è sviluppato in un altro modo. Attraverso il controllo delle nostre vite, giacché periodicamente vengono lanciati degli sos circa un’automatica cessione di opinioni, di immagini e di conversazioni private.

Un rischio che abbiamo spesso sottovalutato e che, in discussione, è stato spesso archiviato dal solito intervento dello spallucciaro di turno. In effetti, a me di essere conosciuto e schedato intimamente da una Social-spectre non importa granché. Quel che mi preoccupa di più è il senso di quel che faccio. Grazie a Facebook ho conosciuto persone valide e intelligenti. Sensibili. Questa è una fortuna che gli devo e che mille volte riconosco migliore rispetto agli usi anti-sociali del recente passato; alla televisione ad esempio, che non guardo da almeno cinque anni. Non mi serve a nulla, men che meno a essere informato. E non mi piace la stragrande maggioranza di chi la frequenta.

Invece con Facebook ho effettivamente incontrato nuovi amici, con cui ho scambiato opinioni e notizie. Persino timori e speranze (vanno sempre in coppia, il timore e la speranza). Tanta umanità: la bibliofila colta e appassionata che quasi ogni giorno pubblica qualche verso, o un bellissimo brano di prosa; l’analista politico che ne sa sempre un pizzico di più rispetto agli altri; il vecchio amico che tutto riconosce e rimpiange; il cugino o il parente disperso; i bambini che nascono; e quelli che invece d’improvviso se ne vanno, non sapevi che stessero male, poverini. Quanti…

È questo mondo intero Facebook, e non va sprezzato con alterigia. Siamo donne e uomini normali, che riproduciamo in sedicesimo un’esistenza fatta di apparizioni e scomparse. Fin qui ci sono stato e ci resterei benissimo. Eppure c’è da tempo qualcosa che mi condiziona malamente. Anzi, per la precisione, tante piccole cose. Ad esempio, soffro un po’ la comicità, lo ammetto. E la penso quasi esattamente come François L’Yvonnet, che da poco ha pubblicato il suo ‘Homo comicus’. Egli giudica insopportabile, in primo luogo, questa generica chiamata al riso. Perché si tratta di un riso privo di autore, senza discussione, eloquente, obbligatorio, martellante. O si ride o non si ride. Ma se non ci ridiamo su, non è perché non siamo d’accordo ma perché, poveri noi, non possiediamo senso dell’umorismo. Se non si partecipa a questa immensa risata collettiva, si diventa esseri cupi, guastafeste, pessimisti, e tutto questo a riprova che varrebbe ancor meglio buttarla sul ridere, e così star bene.

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