sabato, Maggio 8

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cibo

Le percentuali di partecipazione reale agli eventi sono stimate, attraverso i social, attorno al 5 percento. Quasi mai, alla promessa sul net, segue l’atto. Non è una defezione che ferisca più di tanto, piuttosto ci fa riflettere sul rapporto tra noi e i luoghi. E sullo spostamento dei corpi. L’assuefazione al comportamento virtuale ha ovviamente modificato molte abitudini, indebolendo l’uso dei nostri sensi e lo stimolo stesso ad adoperarli. A parte il gusto. Si deve a questo il fenomeno per cui i soli luoghi presso i quali non fatichiamo a recarci sarebbero proprio i ristoranti?

Con Facebook non si mangia, ed è lo stomaco a testimoniarlo. Salvo immortalare, a digestione avvenuta, una pietanza o i commensali che hanno reso piacevole la serata. Nel campo dell’esistenza fisica, i sintomi utili a diagnosticare il dominio incontrastato della gastronomia sono numerosi. A cominciare da Eataly, che ha vinto una sfida ambiziosa e che oggi può vantare un esempio imprenditoriale di eccellenza basato sulla combinazione tra la difesa del gusto locale e l’esportazione di marchi e prodotti. Inoltre da anni impazzano le trasmissioni sul cibo, sulla spesa, sull’alta cucina. A me risultano noiosissime, quasi indigeste, al vasto pubblico televisivo piacciono da matti. La celeberrima Prova del cuoco di Antonella Clerici tocca il 18 di share, che le vale due milioni di spettatori ipnotizzati da pomodori, salse e pasticci di verdura.

Al gastro-pop fanno concorrenza le fiction da fornello, dove i più noti chef italiani fanno scuola nelle cucine d’Italia o conducono improbabili scuole di gestione e di preparazione piatti. Beninteso, Antonino Cannavacciolo e Carlo Cracco sono cuochi talmente pazzeschi che solo ad assaggiare una loro tartina vi gusterete il paradiso, ma questo non ci persuade al punto di aderire a una setta e di adorarli come guru planetari. La forzatura sta forse in quella posa da artista che lo chef incarna senza nemmeno pretenderlo appieno. È stato il costume contemporaneo a trasformarlo in creatore. E poi certo che lo è, soprattutto a condizione che il suo valore cresca esponenzialmente a seconda dei ghiribizzi dei critici o dei cappelli assegnati dalle guide specializzate. In questo caso, oltre alle leggi di mercato, l’arte culinaria obbedirebbe alla necessità di fare catalogo, ossia di ovviare al consumo dell’opera (il suo scomparire nelle interiora del contemplatore) grazie alla memoria scritta del menù, al farsi ricetta della pietanza, termine la cui derivazione, a fare i pedanti, ci invita a restituire al cibo la sobrietà che esso meriterebbe. Il latino volgare ‘picta’ rimanda infatti a una moneta di scarso valore ma di grande uso.

Lo sfarzo e le buone maniere, tradizionalmente, si applicano alla tavola ma non pretendono quella sacralità che pare, ormai, prendere corpo nei palati ben soddisfatti delle buone forchette. E a ripetere la cifra di cui sopra, altri due milioni sono i lettori che hanno premiato l’arte povera di Benedetta Parodi, replicate le sue ricette da casalinga a tempo zero. E per una milionaria a noi coeva che nasce, un povero Cristo ancora si arrangia in giro per la città. Egli si chiama Pontus, ed è scrittore per davvero. Per due stagioni vagabonderà in cerca di cibo. «Erano gli anni in cui erravo affamato per le strade di Christiania, quella strana città da cui non riesci a fuggire prima che t’abbia impresso il suo marchio». Da ‘Fame’ di Knut Hamsun a ‘Cotto e mangiato’ della Parodi sono trascorsi centoventiquattro anni. Non invano, giacché nulla mi impedisce di apprezzare la scaltrezza di una donna di mondo, che qualcosa l’avrà pur intuita per trasformare uno spaghetto al volo in un persistente conto bancario. E allo stesso modo nulla mi nega la bellezza di una piccola memoria, quella della mia generazione che negli anni Settanta considerava poco garbato, se non inutilmente frivolo, persino il resoconto pubblico di un ristorante multistellato. Al massimo, la buona borghesia giudicava il gastromane al pari di un eccentrico che trovava il tempo di ripensare a questa o a quella portata che avevano reso allegra la sosta di un suo viaggio. E ‘La grande abbuffata’ di Marco Ferreri altro non annunciò se non il tragico avvento di una società bulimica, annientata dal proprio eccesso di gusto. E quei tempi mutarono proprio in tal senso. Oggi non si parla d’altro e si sopravvive tra pentolini, spezie e aromi riscoperti. Pazienza e buon appetito, si vede che ci mancano argomenti più felici.

 

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