martedì, Novembre 30

Diga di Mosul, snodo strategico dell’Iraq

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Nel tormentato scacchiere iracheno l’Italia si troverà in prima linea con una duplice missione, tecnica e di sicurezza.
Da un lato, infatti, il Gruppo Trevi di Cesena  (lo stesso che sta lavorando al raddoppio del Canale di Panama), vincitore dell’apposito appalto internazionale, effettuerà i sempre più urgenti lavori di consolidamento della Diga di Mosul sul fiume Tigri, la più grande diga irachena e la quarta di tutto il Medio Oriente. Dall’altro un contingente militare italiano,  insieme ai peshmerga curdi e alle forze irachene, provvederà alla sicurezza delle maestranze (500 persone in tutto, di cui  una settantina italiani) nonché della diga stessa, per far fronte alla minacce delle milizie jihadiste del sedicente Califfato islamico. Milizie attestate ormai da quasi tre anni proprio nella città di Mosul (che sarebbe poi l’antica città assira di Ninive) ad appena 35 km di distanza in linea d’aria, dove i tagliagole dell’autoproclamato Stato islamico stanno mostrando tutta la loro efferatezza in un succedersi continuo di orrori.

La ristrutturazione della diga di Mosul, con un invaso da otto milioni di metri cubi d’acqua e  una centrale idroelettrica da 750 megawatt, che serve un bacino d’utenza di 1,7 milioni d persone,  non è solo un necessario intervento di alta ingegneria ma diventa anche un’operazione militare. Mai come nei deserti del Medio Oriente chi domina le riserve d’acqua, domina il territorio e la popolazione che ci vive. «Stiamo assistendo ad una battaglia per il controllo dell’acqua, obiettivo strategico principale di tutti gli attori del conflitto iracheno. Si tratta di vita o di morte. L’acqua è un aspetto fondamentale di questa crisi», è stato scritto. E la diga di Mosul  (ex – diga Saddam, il che,  agli occhi di un marinaio superstizioso come tutti i marinai, non è proprio di buon auspicio!) ne rappresenta lo snodo strategico principale. 450 soldati italiani, dunque,  a difesa dei 500 uomini delle maestranze, nazionali e non,  impegnate per un anno e mezzo nella ristrutturazione della diga, certo rischiano di trovarsi, o prima o poi,  in una situazione assai  difficile, dato che la posta in gioco è altissima, costituita com’è dalla capacità di irrigazione e di erogazione energia elettrica all’intera regione  circostante.

Ma anche in tempo di pace il problema del dominio delle risorse idriche, in una regione da sempre assetata come il Medio Oriente, è stato spesso fonte di controversie tra gli Stati co-ripuari. E’ passato solo qualche anno da quando la Turchia, proponendo se stessa come ‘dominus idropolitico’ dell’intera regione, ventilava ‘il Grande Progetto anatolico‘, cioè quel complesso di 22 dighe e 19 impianti idroelettrici sul corso superiore del Tigri ed Eufrate, che in Turchia nascono,  nonostante ciò implicasse l’inondazione di un’area di 313 kmq  con  la rilocazione forzata di ben 43.700 persone. Un progetto che si appigliava alla vecchia teoria consuetudinaria del diritto fluviale, in base alla quale lo Stato rivierasco a monte esercita la propria autorità illimitata sui segmenti dei corsi d’acqua transfrontalieri  situati nel proprio territorio  «quali che siano le conseguenze per tutti gli altri Stati interessati a valle». Progetto bloccato dalle vivacissime proteste non solo di Siria e Iraq, ma della stessa comunità  internazionale e poi di fatto dimenticato nel contesto dell’implosione del Medio Oriente.

All’attualità, in termini operativi, se le milizie nerocerchiate del Califfato riuscissero, in un modo o nell’altro, a far saltare la diga di Mosul,  provocherebbero, con una  bomba liquida di otto milioni di metri cubi d’acqua, un’ondata devastatrice lungo tutta la valle del Tigri  che, dopo avere investito  la  stessa  Mosul, sarebbe ancora in grado di causare danni fino a Baghdad, cioè a 350 chilometri di distanza. con tutte le conseguenze immaginabili in termini di vite umane e danni economici. In buona sostanza una replica in chiave islamista del mitico Diluvio, l’eccezionale alluvione che si è abbattuta proprio nell’area mesopotamica al tempo dei Sumeri! Senza contare poi  che, in caso di attacco diretto in forze,  in una guerra asimmetrica e  spietata come quella che si combatte ormai da cinque anni in ‘Siraq’ (cioè Siria più Iraq), soldati e maestranze italiane si troverebbero a fare la parte dei vasi di coccio che viaggiano tra vasi di ferro, di manzoniana memoria. Tanto più che l’annunciata offensiva curdo-irachena per la riconquista della città di Mosul che, se riuscita, contribuirebbe almeno ad allontanare il pericolo islamista dalla diga, stenta a decollare, lasciando nel frattempo, quasi in prima linea, i difensori della diga  non si sa per quanto tempo. Che succederà nell’opinione pubblica, tristemente memore dei tragici fatti di Nassiriya, se dovesse iniziare (Quod Deus avertat!) un altro tragico body-count di vittime italiane? Certo qualche ‘anima candida’ potrebbe osservare che il diritto internazionale dei conflitti armati pone, ripetutamente, divieti assoluti per l’attacco alle dighe, persino quando rappresentino di per sé  obiettivi militari, proprio per evitare possibili effetti collaterali e letali sulle popolazioni civili ma, parlando francamente, chi rispetta più il diritto internazionale tra gli attori non-statali dei conflitti mediorientali, che si piccano anzi di calpestare e vilipendere le più elementari norme dello stesso diritto delle genti?  Nella guerra che si combatte in Siraq con i suoi mille fronti, vero e proprio ‘Armageddon dei nostri tempi, la vittima più illustre è proprio il diritto internazionale … e finora non ce ne siamo nemmeno accorti!

 

 

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