venerdì, Maggio 7

Difficile fare il bene: aiuti umanitari sotto attacco L'azione umanitaria è sotto attacco in tutto il mondo. Le difficoltà di portare gli aiuti ai bisognosi da conseguenza involontaria a arma di guerra utilizzata per scopi politici o militari

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Un rapporto dello scorso anno della Banca Mondiale sostiene che entro il 2050 potrebbero essere  140 milioni di persone a muoversi entro i confini dei loro Paesi, creando un’incombente crisi umanitaria e minacciando il processo di sviluppo. Sarannomigranti climatici’. E questi ‘migranti climatici’ si aggiungerebbero ai milioni di persone che già si spostano nei loro Paesi per motivi economici, sociali, politici o di altro tipo, che, secondo il rapporto annuale globale UNHCR, pubblicato il 19 giugno di quest’anno, a fine 2018 erano già circa 41,3 milioni (di cui 10 milioni circa in Africa sub-sahariana; Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia, Etiopia e Nigeria sono i Paesi africani con il maggior numero di sfollati interni, dei 10 Paesi in tutto il mondo con il più alto numero di sfollati, 7 sono Paesi africani). Sono quelli che si chiamano sfollati interni  -il totale degli sfollati, internamente al loro Paese ed esternamente (migranti insomma) ammontava, a dicembre dello scorso anno, a circa 70,8 milioni 

Queste persone -milioni- hanno necessità alle quali se non si risponde prontamente esplodono in quelle che vengono definite ‘crisi umanitarie’, ovvero fame, malattie, morte. L’aiuto umanitario è essenziale per proteggere i diritti, la dignità e la sicurezza dei civili colpiti da conflitti, come stabilito dal diritto internazionale umanitario.
Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha realizzato un importante dossier sulle difficoltà all’accesso all’aiuto umanitario, partendo dal presupposto che  l’azione umanitaria è sotto attacco in tutto il mondo.
Le motivazioni sono varie, oltre a quelle politiche, si va dai ‘banali’ ritardi burocratici agli attacchi contro civili che cercano rifugio e soccorritori. Le negazioni all’accesso agli aiuti come queste non sono nuove, ma recentemente, sostiene il CSIS, dall’essere una conseguenza involontaria del conflitto sono diventate un’arma di guerra utilizzata per scopi politici o militari. 

«Le barriere di accesso si manifestano in modo diverso a seconda del contesto: in Afghanistan: oltre sei milioni di persone hanno gravemente bisogno di assistenza umanitaria, tuttavia i talebani hanno vietato all’Organizzazione mondiale della sanità di lavorare in aree cruciali.

Yemen: gravi vincoli di movimento per le organizzazioni umanitarie, i bombardamenti aerei e le restrizioni alle importazioni salvavita, compresi cibo, carburante e medicine, hanno lasciato milioni in bilico sull’orlo della carestia; Siria, Sudan del Sud e Myanmar: i governi e attori non statali usano in modo pretestuoso l’assedio, la fame come tattica militari e politica, mettendo a rischio milioni di persone e impedendo alle agenzie di aiuti di operare».

La violenza e l’insicurezza sono una tragica realtà per gli operatori umanitari nei conflitti che si protraggono nel tempo e per le popolazioni che stanno cercando di aiutare.
Tra il 2014 e il 2017, ci sono stati più di 660 attacchi ai soccorritori in tutto il mondo, il 90 percento dei quali contro i soccorritori locali. 5 Ci sono stati anche molti attacchi a infrastrutture fisiche vitali che facilitano l’accesso, come ospedali e farmacie. E oltre agli attacchi diretti, gli operatori sono vittime di mine antiuomo e artiglieria inesplosa o ordigni, rapimenti e detenzione arbitraria, sono altresì a rischio di sfruttamento e abuso sessuale.
Strade, autostrade e ponti sono fondamentali per la consegna dell’assistenza umanitaria. Nelle zone di conflitto, spesso diventano il bersaglio di un controllo politico o strategico attraverso il blocco o il checkpoint. Nello Yemen, i gruppi armati usano i checkpoint come posto di blocco per estorcere tangenti sugli aiuti. Non di rari i casi di distruzione dei mezzi di trasporto degli aiuti.  Fornire la sicurezza e la protezione necessarie agli operatori umanitari mette sotto pressione le organizzazioni umanitarie e i governi dei donatori. 

«Gli impedimenti burocratici all’accesso umanitario complicano notevolmente la capacità delle persone bisognose di ottenere l’assistenza di base e compromettono la capacità degli operatori umanitari di fornirla. I governi possono cercare di danneggiare le comunità vulnerabili o sfruttare le organizzazioni di aiuto attraverso molte diverse tattiche burocratiche, dal limitare l’importazione di attrezzature di soccorso e articoli di soccorso a colpire gli operatori umanitari mentre tentano di operare nel Paese. In alcuni casi, le parti hanno cercato di sfruttare l’azione umanitaria riscuotendo tasse e commissioni eccessive. Hanno inoltre ridotto le indennità amministrative per l’importazione delle merci da parte delle organizzazioni, talvolta richiedendo permessi di trasferimento e ritardandone l’emissione. Inoltre, sono state imposte onerose procedure di segnalazione e registrazione alle organizzazioni umanitarie». 

Gli Stati spesso sfruttano il processo relativo al rilascio dei visti d’ingresso per negare l’accesso umanitario alle popolazioni bisognose. «Il governo del Myanmar ha regolarmente negato o ritardato i visti per il personale umanitario internazionale che lavorava nello stato di Rakhine alla fine del 2017. Agli operatori che hanno ritardato o negato l’ingresso nel Paese è stata anche negata la possibilità di aiutare i Rohingya, anche se centinaia di migliaia di loro venivano attaccati e costretti dalle loro case», si legge nel report.
Le autorità statali possono anche imporre costi eccessivi per la registrazione e i visti. «Un esempio oltraggioso di estorsione umanitaria è stato il tentativo da parte del governo del Sud Sudan di aumentare le tasse sui visti a $ 10.000 per il personale umanitario nel 2017». 

Non bastasse tutto questo, a rendere difficile l’assistenza umanitaria si mettono di mezzo anche i regolamenti antiterrorismoL’antiterrorismo e i relativi regimi di sanzioni economiche «possono a volte bloccare l’accesso umanitario alle popolazioni che soffrono a causa di tali organizzazioni terroristiche». 

«La regolamentazione antiterrorismo può creare uno standard gravoso per gli attori umanitari e limitare la loro capacità di raggiungere i più vulnerabili. Alcune clausole impongono alle organizzazioni di controllare i destinatari dell’assistenza, anche vietando la fornitura di aiuti a coloro che potrebbero essere stati rapiti con la forza da gruppi armati sanzionati. Le organizzazioni umanitarie devono dedicare tempo e risorse sostanziali al personale per conformarsi alle normative», il che riduce i fondi disponibili per le operazioni di aiuto. 

Tutti questi ostacoli oltre a tardare l’arrivo degli aiuti a chi ne ha bisogno, determinano spese ulteriori, il che significa che riducono i fondi a disposizione per gli aiuti stessi, in un momento in cui i bisogni umanitari sono in crescita e i fondi pochi.
Negli ultimi quattro anni, la durata media delle crisi con una risposta coordinata dalle Nazioni Unite è aumentata da 5,2 a 9,3 anni. Questo aumento medio della durata delle crisi comporta altri 4 anni di finanziamento dell’aiuto su scala globale. Di conseguenza, la comunità internazionale sta spendendo più denaro per l’assistenza umanitaria, ma la necessità sta crescendo ancora più velocemente. Nel 2018, il finanziamento totale ricevuto per i ricorsi coordinati dalle Nazioni Unite è stato di 15,2 miliardi di dollari, un livello record. Tuttavia, il 2018 ha visto anche un deficit di quasi 10 miliardi di dollari, il più grande di sempre.

L’aumento del populismo negli Stati donatori, sottolinea il report, alimenta lo scetticismo sull’umanitarismo stesso, minando la loro volontà di affrontare e porre rimedio alle difficoltà che incontrano gli aiuti umanitari nel percorso per arrivare a chi ne ha bisogno. Eppure proprio la riduzione di questi ostacoli sarebbe fondamentale per superare le crescenti lacune finanziarie.

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