mercoledì, Agosto 4

Differenti, non isolati! field_506ffb1d3dbe2

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Mazyar Keshvari Norvegia

Dapprima ventilata e poi esclusa, l’ipotesi di seguire la via elvetica all’immigrazione controllata ha riaperto tra i norvegesi un dibattito mai archiviato, quello del loro contrastato europeismo.

I fatti: all’indomani dell’esito referendario elvetico, all’interno del Partito del progresso (FRP, formazione tradizionalista e conservatrice al governo in Norvegia) si è aperto il temuto spiraglio xenofobo e, per bocca di Mazyar Keshvari, non proprio un vichingo, è stata ufficialmente sollevata la questione. Il deputato si è detto certo del «sostegno della maggioranza dei partiti norvegesi a stringere sull’immigrazione, lo dimostrano i sondaggi». Evidentemente in preda a una gravissima scissione dell’io, Keshvari stava dimenticando di essere egli stesso immigrato, figlio di iraniani e rifugiato in Norvegia appena in tempo per salvarsi dalla rivoluzione islamica.

Quasi in tempo reale, dopo tale sortita, partito e governo si sono affannati a tacitare i ghiribizzi di Mazyar lo Smemorello. Vidar Helgesen, ministro dello Spazio economico europeo, ha subito dichiarato che una restrizione simile da parte del governo di Oslo creerebbe problemi all’economia nazionale. E ha anche ribadito che «la Norvegia sottolinea l’importanza della libera circolazione delle persone per la crescita e la prosperità di un’economia aperta». Parole del rappresentante di un partito che taluni accostarono alla nostra Lega… Roba che se un Calderoli avesse osato pascolare un maiale in zona adibita a moschea, lassù lo avrebbero messo in prigione senza passare dal via!

E comunque, dopo qualche ora il governo chiude il discorso. Rigettando la provocazione di Keshvari, il ministro della giustizia Anders Anundsen afferma che, seppure «… per molti anni il Partito del Progresso ha sostenuto la necessità che i cittadini potessero avere più voce in capitolo, all’interno della coalizione di governo siamo impegnati in un accordo di cooperazione e non abbiamo in programma un referendum del genere». Fedeli agli accordi di Schengen, punto.

Per comprendere la Norvegia e i suoi abitanti è utile riferirci alla loro geografia fisica. Il fiordo sono due pareti di roccia tra cui scorre un filo di mare. A loro immagine, un presente libero e un futuro più tetro si fronteggiano da anni, come due montagne nemiche. Un’idea di società aperta e organizzata o il rischio del suo opposto. Quel che avvenne in occasione della sentenza Breivik si sta ripetendo oggi sulla scia dell’apripista svizzero. Tenere duro sui principi della liberalità e del bene comune o cedere alla paura, al rancore, a un ragionevole isolamento. Non è facile.

Non lo è perché la Norvegia è un Paese ricchissimo, che risparmia su tutto e non spreca nulla. Lo stesso numero di abitanti che conta Roma, o poco più, è sparso su una superficie maggiore dell’Italia intera. E un bel giorno questo Paese, che era di poveri pescatori e di contadini affamati o quasi, si svegliò ubriaco di petrolio. Ma occorre praticare delle attitudini concrete per mantenere gli effetti di una grande fortuna. Due su tutte: la prima è quella di attenersi alle regole. È una cosa che fa impazzire i mediterranei di stanza in Scandinavia, i quali contestano l’assurdità di certe regole non condivisibili. Noi italiani per primi, che ci crediamo molto intelligenti, che ci opponiamo e apriamo il dibattito. Insomma non accettiamo che l’osservanza “acritica” delle regole rappresenti il punto di forza del sistema-Norvegia. Del resto veniamo da un Paese dove qualsiasi regola viene interpretata, svicolata e usata a nostro piacimento… In Norvegia la pensano e la fanno diversamente: fatta la legge, la rispettano! Le loro regole, del resto, non assumono alcun valore coercitivo, bensì rappresentano un criterio pragmatico. Se tutti vi si attengono, il Paese continua a funzionare. Se tutti la interpretano, esso scivola nel caos più insensato. Ma c’è di più: coloro che garantiscono il funzionamento della regola, anche della più inetta, sono i cittadini stessi, i quali non solo la rispettano, ma esercitano una forma di autocontrollo collettivo grazie a cui non discutono continuamente quel che i rappresentanti allo Storting (la nostra Camera) hanno stabilito.

La seconda virtù è ancor più importante. Recita che tutti hanno gli stessi diritti, e non soltanto dinanzi alla legge, anche in un bosco, in treno, per la strada. La notissima e leggendaria immagine del Re che fa la sua brava fila per acquistare il biglietto della metropolitana è troppo scontata e non chiarisce la profondità dell’egualitarismo nazionale. Io avrei un aneddoto ancor più simbolico… Una mattina ricevo in Istituto (Italiano di Cultura) la telefonata di una giornalista Rai che vorrebbe intervistare il ministro norvegese della cultura. A quel dicastero dell’allora primo governo Stoltenberg sedeva Ellen Horn, donna dinamica e comunicativa che avevo conosciuto pochi mesi addietro. Tempo una settimana riesco a organizzare l’incontro con la troupe. Appuntamento davanti al Nasjonalteatret alle 16. La Horn è puntualissima e ci precede all’interno. Per lei è come tornare a casa, visto che è una famosa attrice e che aveva diretto il prestigioso teatro. Ci propone di rilasciare l’intervista nella grande hall al secondo piano. Magnifico panorama. La giornalista pone al Ministro la prima domanda. Nel frattempo nella grande sala si sta preparando un ricevimento per la serata, per cui si ode qualche tintinnìo di piatti e bicchieri. Nulla di sconvolgente ma la giornalista si lascia sfuggire un moto di nervosismo. Capirete, un futuro premio Pulitzer che viene disturbata… ma dove siamo?!? Alché la Horn, con estrema cortesia, si rivolge alla cameriera e le dice: “Le dispiace interrompere un attimo, giusto il tempo di finire l’intervista?” Con la medesima gentilezza, la cameriera risponde al Ministro: “Lo farei volentieri, ma io sto lavorando!” La Horn non batte ciglio, anzi si rivolge con fierezza all’italico genietto, come a dirle: noi siamo fatti così, non facciamo differenze! L’episodio realizza un concetto semplice semplice. Tanto il Ministro nel rilasciare l’intervista, quanto la cameriera nel preparare la sala per il banchetto, svolgevano il loro lavoro. E le due mansioni godevano della medesima dignità nazionale. Civiltà avanzata…

Ma il problema dell’immigrazione esiste ed è sentito. La Norvegia non è più una felice società multietnica. Ci sono quartieri di Oslo da cui i norvegesi fuggono per non mandare i figli in scuole con troppi stranieri non-occidentali, ci sono istituti dove i norvegesi sono in minoranza e le ragazze bionde vengono guardate male. Inoltre si segnalano almeno tre novità inquietanti per la pacifica e aperta popolazione oslese: una escalation di stupri compiuti da non-occidentali; l’arrivo di molti rom e di mendicanti puri; l’ingresso della criminalità organizzata dagli ex-Paesi sovietici. Anche per questo l’FRP ha vinto le elezioni. Oggi a Grønland (quartiere multietnico) i bar sono separati per etnia e per gruppi socio-culturali. Un tempo questo era impensabile. Ecco le ragioni di uno smarrimento civile che sembra pervadere un popolo improvvisamente incerto. Richiudersi o restare aperti? Da par loro, le istituzioni hanno respinto ogni tentazione. Ancora si andrà a Oslo senza passaporto, tra due montagne altissime, a strapiombo sul mare.  

 

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