giovedì, Settembre 23

Difesa Ue: varato il Military planning and conduct capability (Mpcc)

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I ministri degli esteri e della difesa europei hanno varato il 6 marzo scorso il primo comando militare unificato dell’Unione europea, il cosiddetto Mpcc (Military planning and conduct capability) che comanderà le missioni militari europee ‘non executive’ (tre quella attualmente in corso, in Mali, Centrafrica e Somalia). Il comando sarà operativo «entro le prossime settimane» ha indicato l’alto rappresentante, Federica Mogherini, e «sarà costituito da una trentina di persona nello Stato maggiore della Ue». Una misura del genera apre tutta una serie di interrogativi, per rispondere ai quali abbiamo chiesto il parere di due esperti: il prof. Luca Ratti, docente di Storia delle relazioni internazionali e integrazione europea all’Università di Roma Tre, e il prof. Alessandro Marrone, responsabile di ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Istituto Affari Internazionali), nonché docente di Studi strategici nel Corso di laurea magistrale in Relazioni internazionali del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Perugia.

In primo luogo, si pone la questione degli effetti che ciò può generare, sia all’interno che all’esterno, a seguito dell’introduzione di una politica di pianificazione livello strategico e di controllo delle missioni e delle operazioni, con particolare enfasi sulle sinergie civili e militari. Da questo punto di vista, si può notare, come afferma il prof. Marrone, che , anche se «il Consiglio europeo riunito nella sessione di novembre 2016 non ha usato il termine quartier generale, di fatto si va in quella direzione». Ciò, continua Marrone, deve fare i conti «con l’ostilità inglese: benché il Regno Unito sia sulla porta d’uscita dell’Ue, continua ad opporsi su alcuni dossier, per esempio sul quartier generale. Di fatto, finché non saranno chiusi i negoziati – si parla del 2019, dato che si tratta di una procedura molto complessa che richiederà tutto il tempo previsto, cioè due anni – gli inglesi sono membri a tutti gli effetti. Siedono cioè in Consiglio europeo e possono mettere il veto. Ci si aspetterebbe che, essendo sulla porta di uscita, non mettano il veto a chi rimane dentro! Tuttavia, questa aspettativa al momento è solo in parte realizzata, cioè su alcuni punti gli inglesi rimangono silenti, mentre cercano di influenzarne altri. Questo rinforza l’opposizione di Stati come la Polonia, che non si sentono da soli in questa trincea euroscettica».

Il prof. Luca Ratti, in relazione agli effetti dell’introduzione del Mpcc, afferma invece che «sono i due punti principali del rafforzamento della difesa comune deciso dai ministri degli Esteri e della Difesa europei e poi confermato nel vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione: la creazione di una struttura di raccordo da cui coordinare alcune delle missioni dell’Unione Europea e un maggiore utilizzo dello strumento delle cooperazioni permanenti strutturate‘ fra gruppi di Stati, già previsto dai trattati di Nizza e di Lisbona anche per il settore della difesa». Da questo punto di vista, si tratta di un passo in avanti con alcune limitazioni. Infatti, secondo il prof. Ratti, «L’accordo sulla nuova struttura costituisce un importante passo in avanti che faciliterà la pianificazione e il coordinamento di alcuni tipi di operazioni. Tuttavia, sono stati stabiliti dei vincoli molto forti: la nuova pianificazione si applicherà solo alle missioni che hanno come obiettivo principale l’assistenza alle forze locali – come quelle in corso in Mali, Somalia e nella Repubblica Centro Africana – e non potrà assumere invece funzioni direttive in caso di missioni che abbiano finalità di peacekeeping o di combattimento. Sono tuttavia piccoli passi che riflettono un’esigenza, condivisa in modo più forte da alcuni dei Paesi dell’Unione, di creare una struttura permanente e adeguata che possa fornire risposte veloci e pronte e allo stesso tempo efficaci nella stabilizzazione di aree di crisi».

Un altro punto rilevante è quello relativo allo stanziamento di risorse da parte della Ue per la pianificazione operativa permanente. In merito a ciò, il prof. Ratti ricorda che «a metà novembre 2016, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa Comune, Federica Mogherini, ha presentato un piano che auspicava, tra le altre cose, un dibattito coordinato sulle capacità di difesa dell’Unione e sulle priorità dei membri. Due settimane dopo, la Commissione Europea ha pubblicato lo European Defence Action Plan, con l’obiettivo di sostenere la difesa europea con un fondo di 25 milioni di euro all’anno. Tale somma dovrebbe potenzialmente crescere fino ad arrivare a 90 milioni entro il 2020. Questa iniziativa è stata già presa nel mese di novembre e per molti, incluso il presidente della Commissione Europea, rappresenta la conseguenza logica di quanto detto sopra. Rimane tuttavia da verificare la sua traducibilità e le sue implicazioni sul piano pratico. Nel breve periodo non dovrebbero esservi novità sostanziali anche alla luce dei dubbi espressi in proposito da alcuni dei Paesi membri tra cui la Germania e della difficoltà con cui i Paesi dell’Unione che sono membri dell’Alleanza Atlantica cercano di avvicinarsi alla soglia di spesa del 2% per i loro bilanci della difesa». Il prof. Marrone sottolinea, in merito a ciò, il fatto che «questa innovazione non impatta sulle consuete prassi. Piuttosto, quasi tutte le missioni europee potrebbero passare sotto il controllo dello Mpcc».

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