giovedì, Dicembre 2

Difesa: la convergenza dell’assenza nei programmi di partiti sempre più ‘ignoranti’ NATO, 'fronte Sud', sicurezza, terrorismo e missioni militari. Con il suo Libro Bianco, la Difesa è la 'grande assente' della campagna elettorale. Ne parliamo con Fabrizio Coticchia, dell’Università di Genova

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C’è una tendenza a ridimensionarlo, pur restando dentro al Programma?

Dipende: Potere al popolo è nettamente contrario al Programma F-35, idem M5S. La scelta non è esplicitata da LeU, anche se parte dei soggetti che vi aderiscono sono a favore di un’eliminazione. Diversamente, Insieme – interno alla coalizione del PD – è favorevole alla riduzione del numero degli F-35, in linea con quella che era stata la ‘mozione Scanu’ (n. 1-00586 del 24 settembre 2014) finalizzata a dimezzare il budget finanziario iniziale, poi approvata dai deputati del Partito Democratico. Pur restando ‘in sospeso’ l’affermazione «uscire dal programma di acquisto» che segue la proposta di congelamento dei nuovi contratti di acquisizione dei velivoli per il 2018, la posizione del movimento su questa issue risulta più temperata.

Infine, Insieme, +Europa e PD, con qualche sfumatura di tono, sottolineano l’importanza di un’organizzazione basata sugli ‘Stati Uniti d’Europa’, mentre partiti come Sinistra rivoluzionaria – che ha un marcato approccio di stampo anti-imperialsta – criticano fortemente questa prospettiva istituzionale.  

Rispetto al tema della difesa, il risorgere dell’interesse nazionale nel quadro europeo crea anche un ri-orientamento delle nostre priorità, soprattutto se pensiamo a quale è stata la strategia di internazionalizzazione della risposta alle crisi e alle pressioni italiane sulla NATO contro le minacce provenienti dal ‘fronte Sud’. Come si traduce questa evoluzione a livello politico e nella formulazione dei programmi?

Innanzitutto, c’è una generale tendenza da parte dei partiti più ‘mainstream’ – la coalizione del Centrodestra e il PD – a supportare le Forze Armate e le missioni militari. Attualmente, nel quadro dell’attività di ricerca svolta dal neo-nato Osservatorio sui conflitti dell’Università di Genova, sto lavorando a uno studio (i cui dati sono già stati raccolti ed elaborati) che indica come la percentuale di voti favorevoli rispetto alle missioni militari italiane all’epoca successiva alla Guerra fredda sia intorno all’80%: è la conferma di un approccio bipartisan alle missioni militari. Lo studio analizza il periodo 1994-2016 e i voti parlamentari sulle missioni militari (ossia: come ogni singolo parlamentare ha votato per ogni singola risoluzione, decreto-legge o rifinanziamento), raggiungendo quella percentuale, erano voti positivi – di tutti i partiti.

Dall’analisi degli attuali manifesti elettorali si desume questo aspetto, nonostante vi siano formazioni che mantengono la propria contrarietà, come Potere al popolo e Sinistra rivoluzionaria.

Come interpreta questa tendenza?

Essenzialmente, il dato numerico conferma le ricerche effettuate: il citato supporto bipartisan post-Guerra fredda alle missioni militari rappresenta uno degli asset principali – se non il principale – della politica estera italiana.

Perché insistere sulle missioni militari internazionali?

L’Italia ha utilizzato le proprie Forze Armate come strumento di politica estera, ricorrendo alla retorica delle missioni di pace e umanitarie, adesso un po’ vuota, per ottenere un consenso generale su tali attività anche quando, in realtà, avevano scarsa attinenza con la ‘pace’. Nondimeno, è un fatto che buona parte dei partiti abbia sostenuto la stragrande maggioranza di queste operazioni.

Tornando ai programmi, sulla questione ‘fronte Sud’ non c’è molto. Si tratta di un aspetto cruciale che ha visto l’Italia battersi, all’interno della NATO, per una maggiore assistenza nell’area MENA (Medio Oriente e Nordafrica) a fronte delle consistenti richieste di protezione sul ‘fronte orientale’, dopo la crisi ucraina, da parte dei Paesi dell’Est europeo. Sicuramente, l’approvazione delle missioni in Niger e in Libia all’inizio del 2018 rientra appieno in questo tipo di strategia, che rimodula l’impegno italiano verso il Nordafrica e il Sahel. Questo è chiaro a partire dal Libro Bianco approvato dalla legislatura uscente, nel quale si pone il Mediterraneo al centro, in termini strategici. In base alle priorità del Libro Bianco, il nostro impegno è reindirizzato dall’Afghanistan e dall’Iraq verso un’area geograficamente più prossima all’Italia, nella quale siamo portatori di maggiori interessi.  

Cosa comporta, sul piano strategico, questa nuova ricollocazione?

Il fatto che, nel Libro Bianco, non si ha paura – dopo tanto tempo – a utilizzare il concetto di ‘interesse nazionale’. Questo, però, non si ritrova in nessuno dei programmi elettorali. Né si ritrovano riferimenti al Libro Bianco. Per quanto, a mio modo di vedere, quel documento avesse avviato un percorso di riforma positivo, ad esempio per ciò che riguarda il processo di interforzizzazione (modalità operativa tesa a evitare la duplicazione di funzioni e sforzi logistici), l’iter legislativo che lo avrebbe attuato si è bloccato.

Il contrasto al terrorismo jihadista può, con la sua forza di attrazione, avere inibito lo sviluppo di un’analisi su tali questioni?

  La grande preoccupazione per il terrorismo è un refrain del discorso politico. L’ultimo punto del Centrodestra in materia di difesa è, appunto, la «lotta al terrorismo»: fin qui siamo tutti d’accordo, però non si danno altre specificazioni.  Pensiamo, allora, che per la prima volta si è avuta una proposta di legge anti-radicalizzazione approvata solo da una delle Camere (Ddl ‘Dambruoso-Manciulli’). Questa legge poteva essere un valido ‘motore di avviamento’ sul tema della prevenzione, invece si è arenata. Se siamo abbastanza bravi nel contrasto al terrorismo, nella prevenzione direi che siamo a zero. Perciò, nei vari programmi, anche questo aspetto è disertato, mentre l’attenzione prioritaria è diretta al fenomeno migratorio. Talvolta esso è analizzato con framework concettuali aperti; in altri casi, si fa riferimento a un approccio di stampo sovranista, se non apertamente razzista.

Quali possono essere le ragioni di ‘distrazione’ delle forze politiche da un tema rilevante come la difesa

Come dicevo, la scienza politica tende a evidenziare come le problematiche che preoccupano di più i cittadini siano quelle di politica interna, relative all’economia o ad aspetti culturali e valoriali che, oggi, trovano espressione nelle tensioni legate al fenomeno migratorio. Nel nostro Paese manca una cultura della Difesa, una cultura strategica capace di facilitare una discussione sulle problematiche sopra accennate. Ciononostante, sono stati fatti passi avanti: ad esempio, LeU cita l’Osservatorio MIL€X che, distaccandosi dal consueto ‘NO alle missioni’ dei pacifisti, si sforza di adottare un approccio scientifico all’analisi delle spese militari. Sicuramente, i limiti sono imputabili anche al personale politico che dovrebbe occuparsi di questi temi. Ritorno a parlare del Centrodestra per la retorica che gli appartiene e i riferimenti valoriali di partiti come Forza Italia o Fratelli d’Italia: sarebbe logico attendersi una maggiore attenzione su problemi specifici e, più in generale, un interessamento alla difesa. Eppure non è così.

C’è qualche eccezione, nei diversi contesti di appartenenza?

In assenza di segnali positivi dalle formazioni minori, rispetto al Centrodestra – e pur lavorando da un decennio su questi temi e analizzando i dibattiti in Commissione Difesa – al di là di Giudo Crosetto (FdI, ex-Sottosegretario alla Difesa nell’ultimo Governo Berlusconi) non mi viene in mente nessun attore politico di quell’area particolarmente esperto in materia. Dal Centrosinistra arriva qualche sforzo in più, ma il dialogo resta tuttora limitato e problematica: in alcuni casi abbiamo un approccio divisivo sui temi della difesa e della sicurezza. Basta confrontare la posizione di LeU con quella del PD.

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