domenica, Dicembre 5

Difesa europea: se non ora quando?

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Per comprendere quanto sia importante lo sviluppo di una difesa europea comune, di un mercato unico europeo di difesa, ci siamo rivolti al Presidente della SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale), Franco Frattini,  Ministro per la Funzione Pubblica dal 2001 al 2002; Ministro degli Affari Esteri dal 2002 al 2004; Vice-Presidente della Commissione Europea e Commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza dal 2004 al 2008 e Ministro degli Affari Esteri dal 2008 al 2011.

 

Quanto ha contato, secondo lei, l’ elezione di Donald Trump nella ricerca di un punto di incontro per una maggiore integrazione europea in termini di difesa?

Come ho osservato in occasione della sua elezione, Donald Trump spingerà i Paesi Europei a farsi sempre più produttori di sicurezza e sempre meno consumatori. Il progetto risale all’ epoca di De Gasperi, ma è sempre stato tralasciato, sulla scorta della sicurezza fornita da altri. Ora occorre cambiare la modalità di affrontare questo tema.

E la conquista dell’ Eliseo da parte di Emmanuel Macron, con la sua linea filo-europeista?

Sicuramente Macron è fiero sostenitore dell’ Europa, ma la vera differenza la farà se comprenderà l’ importanza per l’ Europa di una difesa europea. E’ certo che una Francia più forte, nell’ asse franco-tedesco, sarà importante.

Ma d’ altro canto anche l’ atteggiamento russo, si pensi alla crisi ucraina, sollecita la necessità di un maggiore protagonismo dell’ UE sullo scenario globale.

Ma io non vedrei la difesa europea in funzione anti-russa. Noi dobbiamo immaginare una difesa europea per dialogare in modo strategico con la Russia, quindi tutto il contrario. Trovo che ci saranno delle resistenze da parte di Paesi che vedono ogni ipotesi di difesa in funzione anti-russa e quindi stanno piegando la NATO ad una posizione che, a mio avviso, non è positiva. Ricordo a me stesso: noi avevamo addirittura creato, nel Governo di cui ho avuto l’ onore di far parte, al consiglio NATO – Russia che, sostanzialmente è stato congelato. Guarderei alla difesa europea come alla possibilità prima di tutto di far prevenzione ad esempio nel Mediterraneo, dove la minaccia del terrorismo e il traffico di esseri umani sono un dato di fatto. Ecco questi sono tutti ambiti in cui un impegno comune molto efficace farebbe la differenza.

«Una più forte difesa europea significa rendere più forte la Nato e viceversa» aveva dichiarato il vicesegretario della Nato, Rose Goettemoeller. E’ d’ accordo con la necessità di un rapporto sinergico tra difesa europea e NATO?

Io ho sempre detto che NATO e difesa europea debbono essere complementari, non si devono sovrapporre. Ovviamente oggi rischiamo proprio di avere una duplicazione perché ogni Paese ha il suo esercito nazionale, la NATO ha il suo esercito formato da personale che lavora sotto la sua bandiera, ma è messo a disposizione dai vari Stati nazionali. Quindi corriamo il rischio di sprecare denaro senza ottimizzare i risultati. Ecco perché, questa è la mia visione, occorrerebbe che NATO e difesa europea si ripartissero i compiti.

La costituzione del fondo unico per la difesa annunciato dal Junker è un buon inizio?

Certamente sì, ma mancano due aspetti essenziali che vanno completati: il primo è il completamento del mercato unico europeo di difesa. I prodotti e le tecnologie di difesa sono stati a lungo prodotti esclusi dalla regolamentazione europea. Questo ha portato ad una mancanza di un cantiere europeo in questo senso e quindi i principali produttori sono americani, russi, cinesi, magari iraniani, ma non europei. Un mercato comune europeo dell’ industria della difesa e delle tecnologie, penso alla cyber-security, è sicuramente essenziale. L’ altro aspetto che manca è tradurre in operatività le decisioni: noi abbiamo istituito da almeno dieci anni quelli che si chiamano “Battlegroups”, che praticamente dovrebbero tradurre in azioni le decisioni: si tratta di formazioni di più di mille uomini dotati con mezzi di supporto, assimilabili ai battaglioni che possono essere inviati ovunque sia necessario entro pochi giorni. Ecco queste strutture vanno moltiplicate perché altrimenti rimangono solo sulla carta.

La mancanza di cooperazione nel settore della difesa e della sicurezza ci costa ogni anno tra i 25 e i 100 miliardi di euro. La motivazione economica può convincere anche i più riluttanti a cogliere questa opportunità?

Io credo che debba essere una motivazione molto convincente perché fare difesa comune europea vorrebbe dire anche vendere prodotti europei per la difesa laddove oggi ci sono solo attori nazionali e quindi compriamo la tecnologia da Paesi che sono anche nostri concorrenti. E’ chiaro che la questione è anzitutto politica, non anzitutto economica. Se la Lituania pensa che il dovere numero uno sia quello di contenere la Federazione Russa, avranno sempre una riserva su un modello di sicurezza europea integrato che non può essere anti-russo: non dobbiamo fare la guerra ai nostri vicini, ma presidiare il territorio e giocare come abbiamo giocato nei primi anni 2000 nella ex Repubblica jugoslava di Macedonia o in Bosnia ed Erzegovina, per citare due esempi: un embrione di difesa europea ha stabilizzato un’ area che altrimenti sarebbe nel caos più totale.

Rimaniamo però ancora in un ambito di cooperazione, al massimo rafforzata, in cui restano protagonisti i singoli stati nazionali. Ad una maggiore integrazione nel settore della difesa, non dovrebbe corrispondere una maggiore unitarietà nella politica estera dell’ UE: detto in altri termini, non dovrebbe avere più poteri l’ Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza?

Il problema è solamente politico. Se viene dato all’ Alto Rappresentante un potere sulla carta, ma nella sostanza i capi dei governi, che sono quelli che decidono, ritengono che politicamente l’ Unione sia ancora inter-governativa non andiamo da nessuna parte. Questo sta accadendo anche sull’ immigrazione, materia molto sensibile. Chiamare Alto Rappresentante una figura che rappresenta soltanto proposte, francamente, è quasi sminuirne il ruolo. Vorrei ci fosse un vero Ministro degli Esteri europeo così come vorrei un vero Ministro dell’ Economia europeo, ma la vedo dura visti i chiari di luna della volontà nazionale di tenersi gelosamente strette queste fette di sovranità.

In questo senso, chi sono coloro che, in Europa, spingono verso una maggiore integrazione?

Molto pochi. L’ Italia è una di questi, ma è chiaro che da sola non può fare nulla. Io credo che una forte sinergia del Governo italiano con la Francia e con la Germania potrebbe dare una bella spinta. Se questo non avverrà, è chiaro che non saremo minimamente in grado di spingere per una maggiore integrazione in settori così sensibili. Quindi più sono gli attori e più si potrà fare in questo senso.

Nell’ ambito nazionale italiano, chi è il portavoce più credibile dell’ istanza dell’ integrazione a livello europeo?

Io credo che quando si parla di popolarismo europeo si fa riferimento alla storia di De Gasperi, di Adenauer, di Shuman e questa è la storia che ancora esiste ovvero di quel popolarismo europeo che vorrebbe raggiungere una maggiore integrazione politica proprio nei settori di cui stiamo parlano. Non so in Italia chi riuscirà perché molti dicono di seguire la linea del popolarismo europeo, però bisogna farlo e non soltanto dirlo.

Le sfide asimmetriche come il terrorismo richiederebbero anche una maggiore comunicazione a livello dell’ intelligence. Quanto è lontana questa

Quando io ho lasciato la Commissione europea circa dieci anni fa io lasciai un progetto che era quello di fare una banca dati comune europea per l’ analisi di intelligence e per lo scambio di dati. Sento dire che verrà riproposta adesso dieci anni dopo quindi questo è lo stato dell’arte. C’è ancora molta diffidenza tra gli Stati Membri quindi stiamo andando molto più a rilento di quanto non dovremmo andare perché i terroristi non conoscono frontiere e quindi se non ci scambiamo i dati, questi terroristi che, come abbiamo visto, girano liberamente per le capitali europee, continueranno a farlo. Più cooperazione è la parola d’ordine.

 Il Consiglio Ue ha adottato oggi la decisione di creare una struttura di “Military planning and conduct capability” (Mpcc), in seno allo Stato maggiore dell’ UE (Eums). «L’istituzione dell’Mpcc rappresenta una decisione operativa estremamente importante per rafforzare la difesa europea. Contribuirà a rendere più efficaci le missioni europee non esecutive e a migliorare la formazione dei soldati dei paesi partner, al fine di garantire pace e sicurezza. È un lavoro importante non solo per i nostri partner, ma anche per la sicurezza dell’Unione europea» ha detto l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini .  Non c’è ancora la creazione di un esercito europeo. E’ un’opzione ancora remota?

E’ ancora molto lontana. Una Capability Unit bisognerà vedere quante ‘capabilities’ avrà. Se io la faccio sulla carta e gli do due mitragliatrici in tutto non farà mai niente. Se io le metto a disposizione quello che ebbe la missione europea nei Balcani dopo la guerra, quella è una missione europea di sicurezza seria.

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